Roger Garaudy, I Filosofi e la Musica, Stefano Cazzato

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I filosofi e la musica: Roger Garaudy

In viaggio verso le arti

 

Rileggendo la vecchia biografia di un filosofo ormai dimenticato, un campione del dialogo interculturale e interreligioso come il francese Roger Garaudy, mi ha colpito l’analogia tra la filosofia e le arti che, in modo né subordinato né sovraordinato, si supportano a vicenda, prendendo l’una dall’altra: l’arte, dalla filosofia, una quota indispensabile di riflessione, e la filosofia, dall’arte, una quota massiccia di creatività.

 

Frequentando molto spesso corsi di scultura, di danza, di recitazione, di musica e di pittura per capirne il linguaggio, Garaudy scrive che “questo genere di corsi mi sembra del tutto conforme alla vocazione del filosofo, scroccone di tutti i creatori. Non essendo né pittore, né musicista, né ballerino, il filosofo cerca di capire l’atto creativo e di provocarlo in quelli che l’ascoltano. Esiste una pedagogia più rivoluzionaria di quella che insegna alla gente a porsi di fronte al  mondo non come ad una realtà già fatta, ineluttabile, ma come davanti a un’opera da creare? (“Il mio giro di secolo. Memorie”, Edizioni cultura della pace, 1991, p.)

É forse per questa vocazione creativa che Garaudy ha girato l’intero mondo delle idee e dei linguaggi, anche a costo di apparire incoerente, passando artisticamente da una religione ad un’altra, da un codice a un altro, da una dottrina all’altra, senza assolutizzarne alcuna, ma setacciandole tutte in modo curioso e vorace, cercando un’armonia che superasse  differenze reali e apparenti.

Una lunga vita durata cento anni, quella di Garaudy, un’affascinante circumnavigazione tra i tesori dell’intelletto e dello spirito per venire a capo di una verità fondamentale: che non ci sono saperi esclusivi e che se la filosofia si ritiene tale e si proclama autosufficiente, ha vita breve. 

 

Stefano Cazzato

 

 

 

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