Lavoro analitico e creatività,Riflessioni sulla creatività nel Jazz, di Claudio Crialesi

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Lavoro analitico e creatività

Riflessioni sulla creatività nel jazz

Le persone a cui propongo un lavoro analitico vivono dei problemi emotivi e sovente sperano di trovare una risposta standardizzata che li esoneri dal percorrere i sentieri di una ricerca onerosa. Qualcosa di ripetitivo o improvviso e oscuro avvolge le giornate. I desideri paiono spenti o l'insoddisfazione rende vano ogni impegno o il vuoto pare incolmabile. Quando il lavoro terapeutico comincia a dare i suoi frutti molti riprendono o avviano interessi di tipo culturale; come fruitori (leggere, ascoltare musica, frequentare mostre) o in modo attivo (scrittura, musica, pittura).

 

Queste esperienze mi hanno sollecitato ad avvicinare la pratica clinica al tema della creatività. Tale discorso - nessuna intenzione di poterlo esaurire, si accendono fiaccole nella notte - doveva incontrare chi ha fatto del creare la propria vita.

Devo ringraziare l'amico e stimato critico musicale di "RomainJazz" Fabrizio Ciccarelli, senza la sua intercessione non avrei mai sperato di poter coinvolgere tanti e tali artisti. Hanno collaborato (in ordine alfabetico): Francesca Biagi, Antonio Catalano, Matteo Cona, Peppe Consolmagno, Norbert Dalsass, Pino Donato, Simone Gubbiotti, Enrico Intra, Paolo Lattanzi, Roberto Magris, Steve Mariani, Franco Piana, Marco Ronzoni, Cinzia Tedesco, Stefano Savini. Ancora grato e riconoscente.

Come possiamo definire la creatività? Per il dizionario Devoto-Oli della lingua italiana è la capacità della ragione o della fantasia di produrre idee nuove o di individuare soluzioni originali. La "creatività" implica dei processi articolati: trovare nuove soluzioni, risolvere problemi o individuarne dove altri non ne vedono. Dobbiamo pensare a processi mentali di curiosità, esplorazione e desiderio. Se non ci fosse un desiderio ad avviare e sostenere una ricerca coraggiosa il fiume della motivazione non giungerebbe al mare.

Uno scienziato dovrà attingere al proprio sguardo creativo per ampliare le conoscenze o trasformarle in tecnologia, ma sarà assistito da un apparato matematico e sperimentale (la ripetibilità e verifica delle osservazioni).

Lo psicologo Johnson-Laird utilizza il termine “creativo” per indicare quel tipo di ragionamento che non ricorra a regole consolidate (ad esempio il calcolo). Una seduta di terapia analitica sarà sempre enigmatica; non si potrà conoscere in anticipo quali parole saranno prodotte in un incontro. Il paziente vorrà raccontare eventi o riferire pensieri, l'analista dipenderà da questa situazione per trovare parole capaci di comprendere gli scenari latenti del discorso.

Pensiamo alla vita stessa. Un percorso di studi o l'apprendimento di una professione, una storia sentimentale, un'amicizia potranno mai esser programmate, controllate, fatte proprie interamente? Non si tratta di negare il ruolo e l'utilità di abitudini, certezze, appartenenze, ma di cogliere la costante esposizione all'imprevedibile.

Lo sguardo inatteso attraverso queste faglie dell'esistenza può avviare crisi profonde, ma potenzialmente rigeneratrici. Questa la tragica potenza dell'uomo. La dotazione biologica (un cervello esteso e complesso come nessun altro animale) lo costringe a percepire stimoli continui e divergenti dall'interno e dall'esterno e a dare loro un senso. Vestire di parole questi fenomeni sentiti poi come desideri, idee, emozioni, maneggiarli nel contatto con se stesso e gli altri.

In situazioni circoscritte siamo supportati da procedure ripetibili (la guida dell'automobile; le mansioni di un lavoro, ecc.), ma nel quotidiano siamo costretti a "soluzioni euristiche", creative, prive di procedure predefinite, con soluzioni più o meno soddisfacenti e mai rigorose in quanto si agisce con un numero limitato d'informazioni. Viviamo in un'atmosfera culturale dominata dal calcolo come parametro di verità, eppure i sacerdoti della misura non ci soccorrono nei problemi della nuda vita.

L'artista è un soggetto che ha deciso di dedicare la propria esistenza all'azione generatrice da un costante contatto con l'interiorità. Si espone alla progressiva soluzione di problemi dove in genere altri non ne vedono! Trae piacere dal "giocare" con impressioni, immagini, idee. Si confronta con tradizioni consolidate. Accetta il rischio di rendere pubblico il proprio lavoro. Sarà assistito dagli apprendimenti relativi alla disciplina prescelta (suonare, dipingere, scrivere), ma non dagli algoritmi di uno scienziato.

Consapevole che alcuni temi accennati possano trovare migliore asilo in una trattazione filosofica. Le conoscenze psicoanalitiche hanno radici nel patrimonio di saggezza dell'umanità, ma si generano nel discorso vivente e mutevole tra persone. Un compito empirico irriducibile all'argomentare lucido e accademico.

La situazione analitica è ambigua. La persona definita paziente viene invitata a comunicare quanto più liberamente possibile il corso delle idee. Questo invito trasgredisce la logica delle convenzioni sociali: un'inquietante libertà espressiva, avvicinare stati mentali inattesi, scegliere cosa esprimere e come. L'analista assume un atteggiamento peculiare. Sospendere ogni giudizio e pregiudizio sul paziente (neutralità); ascoltare in modo equanime quanto riceve ("attenzione uniformemente distribuita"); evitare d'influenzare e indirizzare le comunicazioni e le scelte di vita della persona che si affida a lui (astinenza). L'impegno etico riguarda la comprensione del mondo interiore.

Per mettere in opera tale funzione dovrà comunicare punti di vista nuovi e saper dosare come e quando comunicarli. Questa competenza unita alla capacità del paziente di apprendere permetteranno un cambiamento percepito benevolo (la cura). Questi percorsi interiori e inter-personali sono processi creativi. La costante rivisitazione delle memorie autobiografiche; la decostruzione dei pensieri; il conoscere un'esperienza nel suo stesso farsi con al fianco la sola fiducia nel poter sentire e pensare. 

R. Bion ha utilizzato i concetti di "cambiamento catastrofico" e "idea messianica" per descrivere quanto avviene in un'esperienza analitica e cosa la possa rendere perturbante. Un paziente pur lamentandosi violentemente della consorte dopo alcuni mesi decise di interrompere la terapia. Il lavoro introspettivo lo sollecitava a recuperare la responsabilità delle scelte e non voleva mettere in discussione la vita coniugale. L'idea messianica era per Bion un bagliore di verità disturbante per la sua qualità trasgressiva; per la promessa rivoluzionaria con cui si presenta. Ci sarà bisogno di uno spazio emotivo personale e socialmente condivisibile per essere gestita e trasmessa.

La storia delle arti è un succedersi di canoni e innovazioni; di vite sovente tragiche di artisti poi riscoperti; di mutamenti di stile. Il desiderio di dare volto, voce, colore a correnti di idee e sentimenti ha trovato una strada favorevole o sbarrata.

Il pensiero, seguendo Johnson-Laird, può cercare la verità con la logica delle deduzioni, ma sovente è costretto a generalizzare, andare al di là di quanto conosciuto e se vuole trovare una spiegazione introduce concetti nuovi, plausibili, senza la certezza che siano veri. Eppure la vita quotidiana deve ricorrere a induzioni e la terapia analitica vive di tale necessità: un procedere empirico e non sperimentale.

Molte spiegazioni le troviamo nel ricordo di esperienze precedenti o in credenze più o meno diffuse. Eppure eventi inattesi richiedono nuove spiegazioni e in questa ulteriore ricerca si giunge sovente al pensare per "analogia". Questa non è pronta ad attenderci va trovata. Ancora una volta incontriamo la soggettività con l'incertezza e la scelta.

L'analogia è intimamente correlata alla fluidità ideativa, alla possibilità di accedere ad un bagaglio di conoscenze ricombinate in maniera nuova e imprevista, da qui il vissuto di "sorpresa" o "scoperta" che segnala svolte nelle esperienze terapeutiche e la soddisfazione nel lavoro di un artista. L'analogia istituisce un legame di somiglianza tra elementi o fatti differenti a partire da una caratteristica comune (siamo vicini all'allegoria e al simbolico). Facile intuire che tale somiglianza a volte può esser manifesta, ma spesso dobbiamo cogliere nuove affinità. Un liutaio durante una seduta disse: "mi sento come un bambino di 4 anni davanti alla piantina della metropolitana di Londra che non sa cosa fare e quale linea prendere".

Un ragionare per analogia sintetizza quanto appariva disperso e oscuro e si collega al valore emotivo delle esperienze. La convinzione personale di aver trovato la soluzione svolge un ruolo insostituibile. Questo elemento tipico dell'uomo - un sistema vivente che risponde ai significati per lo studioso dell'effetto placebo D. Moerman - non viene colto dai ragionieri della misura.

Cogliere un'analogia implica un lavoro mentale pre-conscio che solo a posteriori si presenta come immediato (illuminazione o intuito). Un travaglio che coinvolge aspetti variegati della mente. In questo territorio troviamo un funzionamento di tipo associativo, in parallelo (in modo inconsapevole si lavora simultaneamente con diverse informazioni). Si ricorre ad immagini o impressioni con l'uscita dalla logica lineare (principio d'identità e del terzo escluso). Il prodotto di tale lavoro, per esser comunicabile, lo si dovrà poi rivestire con gli abiti della logica condivisa. Per un artista: un discorso comprensibile; dei suoni udibili; dei segni o colori percepibili.

I percorsi mentali di un paziente, di un analista e dell'artista di professione presentano delle similitudini. Ognuno parla di desideri, angosce, fantasie, gioie. Ognuno deve rimaneggiare il mondo interiore con la compagnia di passione e patimento. Ognuno deve costruire la soluzione sentita soddisfacente per un problema percepito come tale. Ognuno si apre all'inconscio. La gratificazione ottenuta è una stato interiore con valenze estetiche (la "buona forma" secondo la psicologia della Gestalt); una sensazione di padronanza, unita a vissuti di gioia, riconoscenza, autenticità. Il sentiero percorso porta le tracce del pensare analogico; un sognare elementi diversi e combinarli in modo imprevedibile. Bion indicava con "caesura" l'abituale definizione di categorie. I concetti separano e semplificano grazie a confini netti. Invitava a cimentare il pensiero e sospendere queste cesure per vivificare parole e idee solidificate.

Perseguire un'azione sentita personale e irrinunciabile trova un riscontro nella quasi totalità delle risposte ad una domanda rivolta ai musicisti interpellati ("Quando e come ti sei accorto che la pratica artistica pareva irrinunciabile"). Ben tredici su quindici hanno rievocato un periodo tra 6 e 8 anni. In quel momento c'è già una storia di vita, bambini e bambine - per la psicologa dello sviluppo - hanno acquisito una discreta autosufficienza nel gestire il proprio corpo, hanno consolidato l'uso della parola e sono entrati nel mondo sociale dell'apprendimento. Possono esprimere desideri e riconoscersi portatori di una continuità.

Nel ricordo attuale molti hanno sottolineato la sensazione di autenticità e coesione interiore quando è comparsa la passione per la musica. Un esempio di come una motivazione possa coagulare il senso d'identità. Simile andamento nella risposte relative alla scelta del tipo di pratica artistica (la musica piuttosto che altre discipline). Compaiono i termini "intuizione", "vocazione", per alcuni "incontro casuale". Qualcosa di ineffabile o la sensazione soggettiva di piacere hanno indirizzato la scelta; un movimento pre-conscio che ha permesso di far sperimentare la gioiosa possibilità di produrre suoni e musica.

Nelle domande relative allo stile ("Quando e come hai colto la nascita di uno stile personale", "Lo stile si costruisce, se sì: come"; "Come lo si scopre", "Muta nel tempo") si è presentata la maggior dispersione nelle risposte, ma una convergenza nel sottolineare che tale discorso sia strettamente correlato alla personalità del singolo professionista. C'è un leit-motiv caratteriale, ma si dovranno considerare tutte le esperienze di vita che momento dopo momento convergono nelle scelte musicali (melodie, ritmi, atmosfere). Possiamo considerare lo "stile" la scelta espressiva che caratterizza una produzione artistica (nella pittura figurativo o astratto; nella musica il tipo: jazz, classica o altro).

Nello stile, frutto di un lento lavoro o di una percezione rapida, troviamo la tensione vitale tra l'eredità di maestri e colleghi e l'emancipazione dalla stessa. Diversi musicisti hanno sottolineato la responsabilità e il rischio insiti nel definire un proprio sentiero sonoro. Ancora una volta certezze ed esplorazione si legano o sciolgono. Le prime guidano la conoscenza, l'altra apre al scoperta, alla sorpresa. La flessibilità dei riferimenti interiori, la capacità di sopportare lo spaesamento prodotto dal nuovo, l'elasticità cognitiva ed affettiva sono i requisiti che permettono di far tesoro delle esperienze, quindi di apprendere e crescere e sono incastonati nella "personalità".

L'arte di combinare suoni credo sia astratta e concreta. Astratta nel costruire mondi di melodie, ritmi, armonie; concreta in quanto per sua natura il suono entra nel nostro corpo e determina risonanze che possono sollecitare ricordi, immagini, emozioni. Pulsazioni sono presenti sin dalla gestazione: un feto percepisce il battito del cuore materno e riceve atmosfere di pacatezza, regolarità o agitazione. In seguito può iniziare a udire suoni esterni. Altre funzioni lungo il ciclo di vita si associano ad una ritmicità: respiro, voce, battito cardiaco, movimenti del corpo.

Qualcosa dentro un musicista preme per esprimersi attraverso il governo dei suoni. Talento, un percorso di apprendimento e una gioiosa motivazione a condividere. Nel caso del jazz la composizione istantanea: l'improvvisazione e l'interplay.

Nel momento in cui sorge il desiderio di comporre o reinterpretare un brano si dovrà convivere con la tensione suscitata dal sentire e voler raggiungere qualcosa di non ancora compiuto, sconosciuto. Ci saranno all'inizio idee distinte o disperse o si cercherà di decostruire qualcosa di tramandato.

Molti degli intervistati hanno usato espressioni sovrapponibili nel descrivere i propri percorsi di composizione. Il coesistere di "illusioni" (cosa  ci si prefigurava) e "dubbio" (l'indefinito quando si è all'inizio di un lavoro). La percezione di "un lavoro interiore lento, implicito"; la sensazione di "dover attendere" per dar forma ai propositi. Qualcuno ha segnalato la piacevole compagnia di una "bramosia espressiva" che sembra imporsi a tutti i costi. Ricorrono termini del tipo: curiosità, entusiasmo, voler condividere. Compare infine una percezione di "compiutezza" o "soddisfazione" quando si sente di aver raggiunto la meta desiderata.

E. Kandel nel suo libro "L'età dell'inconscio", da neuroscienziato nonché amante della pittura, si diffonde nel descrivere quali vie biologiche possano giustificare la trasmissione e percezione di emozioni dall'artista, al quadro, al pubblico, ma è poi costretto a ricorrere alle congetture di E. Kris e E. Gombrich per illuminare i sentieri misteriosi del percorso creativo. Elenca delle qualità che ritiene necessarie: la possibilità di stupirsi, esser indipendente nelle valutazioni e flessibile nel pensare, avere la capacità di rilassarsi.

Possiamo immaginare un momento preparatorio quando si lavora in modo cosciente e razionale su un problema creativo (dipingere, comporre musica, scrivere). Probabile e necessario un periodo seguente di incubazione: la mente deve poter attingere in modo implicito, irriflessivo, a impressioni, ricordi, sentimenti. Seguirà in modo progressivo o rapido, con l'intuizione tributaria dell'inconscio, la soluzione cercata o la scelta tra diverse opzioni. Infine si tornerà ad un momento razionale con l'utilizzo consapevole della propria tecnica. Anche Pollock doveva guidare il gesto mentre "sgocciolava" colori sopra la tela.

Dalle risposte dei musicisti relative alla ricerca di una particolare condizione soggettiva per favorire il percorso creativo emergono aspetti ricorrenti: la ricerca dell'isolamento, di una quiete psicofisica, proteggere la concentrazione, poter convivere con una pluralità di sentimenti, mantenere la fiducia nel proprio lavoro e capacità intuitiva. Nel tempo necessario si delinea un percorso da impressioni disperse o contraddittorie sino ad un'integrazione e armonizzazione. Impressionante similitudine con gli ultimi pensieri di Bion che descriveva il lavoro mentale dell'analista come un succedersi di "pazienza" (tollerare l'ambiguità delle parole, dei propri vissuti) e "sicurezza" (scegliere cosa affermare separandosi da altre opzioni) con la necessità di preservare una "capacità negativa" (termine sottratto al poeta Keats): sostare nel silenzio, nella solitudine, nell'ignorare. Preludio di nuove inattese prospettive.

Anche la persona definita “paziente” dovrà attraversare esperienze simili. Assumere di non sapere, revisionare l'illusione che solo un altro sappia su di sé ed incamminarsi nel sentiero del “conosci te stesso” per recuperare responsabilità. Queste turbolenze, assistiti dell'analista, potranno evolversi in nuovi equilibri, nuovi modi di percepire la vita. Si accede ad un'integrazione di aspetti soggettivi disarmonici con la modificazione di valutazioni manichee e arroganti. Questa integrazione costruisce il cambiamento, la soluzione al problema.

Una persona creativa ha il privilegio e il fardello di accedere ad un'ampia introspezione. La fluidità ideativa gli permette di contattare stati mentali che altri non possono o vogliono percepire: il campo pre-conscio, la capacità di allentare i vincoli del pensiero razionale per immergersi in  dimensioni di tipo onirico (inconscio dinamico) e poi riemergerne.

Chi pratica il jazz credo abbia tale abilità, per la sfida dell'improvvisazione e il rinnovato incontro con i colleghi. Un artista non è un eroe (lo diviene ai nostri occhi!), ma possiede la capacità di attingere ad un mondo interiore a più dimensioni che riuscirà a modellare in una configurazione di suoni (per altri figure, colori, racconti, poesie).

Nel momento in cui si realizza la condivisione col pubblico si ricompone un legame. L'isolamento relativo e necessario alla gestazione di un'opera si evolve nel coinvolgimento degli altri e può avvenire un mutuo nutrimento affettivo. Il professionista incontra un ristoro narcisistico, verifica il grado di piacere mobilitato, valuta il valore complessivo dell'esibizione. Il pubblico può immedesimarsi e vivere vicende o sensazioni senza doverle sperimentare in prima persona. Sentimenti e ricordi sono autentici, ma all'interno di un'atmosfera sospesa e può venir meno la distinzione netta tra chi ne sia unico proprietario.

Nell'ascolto di un concerto, nella visione di un film o spettacolo teatrale, leggendo un racconto o una poesia, possiamo conoscere aspetti della vita e zone di noi stessi. Per chi lo vorrà, un'occasione di apprendimento! Quanto più la pratica artistica risulti libera e individualista, tanto più se ne preserveranno aspetti sociali e interpersonali. Ciò che assicura la condivisione del piacere estetico è l'universalità delle emozioni che riesce a suscitare. Le produzioni definite artistiche incarnano la potenza impressionante di un territorio di confine: realtà tangibili (quanto sentiamo, guardiamo o ascoltiamo) sono "inventate", "create" per poi tornare nel silenzio o nell'oblio. La possibilità di transitare nei territori onirici della mente assicura la salute personale e di una comunità.

Ricordando un poeta: noi siamo un dialogo.

 

Claudio Crialesi          Psicologo-Psicoterapeuta                Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

 

 

 

 

 

 

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