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I filosofi e la musica: Tommaso Moro

La natura e l’artifizio 

Lo stato di natura come stato di grazia paradisiaca da cui gli uomini, per qualche colpa, sono stati cacciati e degradati; lo stato di natura come idillio felice e non contaminato che solo l’irruzione di qualche male non previsto ha potuto corrompere e degenerare: ecco una delle grandi favole raccontate da certi filosofi che polemizzano con la civiltà e con la storia, con le sovrastrutture e con la cultura, e con tutte quelle pratiche umane (arti, ideologie, saperi, leggi, istituzioni) accusate di essere innaturali o contro natura e di allontanare l’uomo dalla perfezione dell’inizio. Tutto è bene quello che viene dalla natura, tutto si rovina nella mani dell’uomo, diceva Rousseau.

 

Da qui la grande illusione di un cammino a ritroso verso il primum originario, di un ritorno all’armonia smarrita, di un riassorbimento nell’unità essenziale. E se proprio questo non è possibile, perché ormai quell’unità è persa nella notte dei tempi, semmai ha avuto un tempo, cerchiamo - dicono questi filosofi - di imitare almeno la natura. Che diviene dunque un modello platonico e archetipico su cui misurare il valore delle creazioni umane. Il che equivale a dire che la seconda, la terza e la quarta natura dovrebbero essere modellate sulla prima, e  che questa prima natura non è negoziabile. É - semplicemente - la Natura.

Nell’opera più nota di Tommaso Moro, a proposito della musica, si legge che “in una cosa gli Utopiani ci sono  senza dubbio di gran lunga superiori, ed è che tutta la loro musica, sia che si suoni con strumenti, sia che la modulino con la voce umana, imita e rende con tanta perfezione le passioni naturali, e il suono si adatta sì bene all’argomento, o che l’orazione sia di uno che supplica, o sia pur lieta, addolcita, sconvolta, lacrimosa, irosa, e la forma della melodia riproduce sì bene il sentimento di ogni situazione, che gli animi degli uditori ne restano tocchi, compenetrati ed infiammati” (Utopia, Laterza, 1980, p.128). La musica imitativa e riproduttiva degli Utopiani è  - semplicemente - la Musica.

Quindi guai a pensare la musica e le altre arti in modo sperimentale, poiché ogni sperimentazione è una fuga dalla natura, una sua trasfigurazione, o peggio, una sua dissacrazione. La natura è quella che è, buona così com’è,  e non va incrementata, non vuole aggiunte, sovrapposizioni, deviazioni.

É la grande scommessa del lavoro umano, della tecnica, del progresso e dell’artifizio ad essere messa sotto accusa da Tommaso Moro. Ma che resta della musica (e dell’arte e della vita) se togliamo la scommessa e soprattutto l’artifizio? Resta la natura. Sì, la natura! 

 

Stefano Cazzato

 

 

 

 

 

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