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I filosofi e la musica: Carlo Michelstaedter

La melodia del giovane divino 

Il 27 aprile del 1910 il filosofo goriziano Carlo Michelstaedter assiste presso il teatro della sua città alla rappresentazione dello “Stabat mater” di Giovanni Battista Pergolesi, l’opera che il giovane musicista aveva completato il giorno stesso della sua morte, avvenuta in seguito a un male incurabile nel 1736. 

 

Michelstaedter, che morirà suicida con un colpo di pistola pochi mesi dopo quel 27 aprile, distrutto dallo Spleen della provincia borghese e dal male di vivere, resta a tal punto colpito dallo spettacolo che così lo recensisce sul giornale locale: “in mezzo alla nebbia uniforme della vita d’ogni giorno, nell’incrociarsi delle tante piccole preoccupazioni, la melodia del giovane divino è passata come un soffio rigeneratore … si è visto il pubblico levarsi dalla consueta indifferenza e quasi per l’avvenimento di una nuova cosa ed insperata animarsi ed accendersi di quello stesso fuoco, per l’improvviso rivivere dell’energie sopite o addomesticate … io credo che ognuno si sentisse presa la sua propria vita e portata fuori dalle cose consuete, in un mondo dove essa, quasi solo nella melodia consistendo, da questa sola dipendesse … Uno a nome di molti” (“La melodia del giovane divino”, Adelphi, 2010, pp.214,5).

La melodia divina, il soffio rigeneratore, una cosa nuova e insperata, il sacro fuoco: sono gli anni della decadenza delle certezze dalla quale solo l’arte si salva con la sua funzione catartica e liberatoria che da un lato solleva, conforta e guarisce e dall’altro scuote, appassiona e redime.  Su questo terreno d’artista, che è poi il terreno della libertà dello spirito e dell’esistenza vissuta al di là della menzogna e della retorica, Michelstaedter incontra Pergolesi e tutti i persuasi del mondo, uomini autentici ma spesso senza nome, che non vivono perché sono nati ma perché decidono ogni giorno di vivere: essi, a differenza della “comunella dei malvagi”,  “non gareggiano”, “non s’accalcano” e “non s’adagiano”. Non sono artisti perché creano arte, ma perché sentono e vivono artisticamente.

 

Stefano Cazzato

 

 

 

 

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