roma (post?) covid tra beethoven e verdi

Visite: 2836

ROMA (POST?) COVID TRA BEETHOVEN E VERDI

Pur tra mille paletti e limiti, negli scorsi giorni anche la Capitale ha dato segni di  voler rianimare il Mondo Culturale e dello Spettacolo attraverso le due forse più note istituzioni del settore. L’ Accademia di S. Cecilia e il Teatro dell’Opera di Roma. 

Per quello che riguarda Beethoven, la scelta del ciclo completo delle sinfonie affidato ad Antonio Pappano da una parte obbedisce alle canoniche (e un po’ trite) logiche delle celebrazioni, dei centenari, dei bicentenari (ecc. ecc.), ma d’altra parte è pure vero che in un momento simile una “Iniezione” di idealità e contenuti come quelli beethoveniani possono essere considerati benefici. 

Ho ascoltato il Gran Finale del ciclo sinfonico. La 9° Sinfonia con l’ Ode alla Gioia. All’aperto, in Cavea, in uno spazio non preorganizzato, soprattutto per i grandi concerti sinfonici, con un pubblico nell’insieme molto corretto, il risultato è stato ottimo per quanto riguarda sia la compagine orchestrale (ridotta), che per quella corale. Pappano ha impostato la più grande delle sinfonie romantiche in maniera pulsante e dinamica, ritmata e vitale, forse cedendo qualcosa nei pianissimi, come le prime battute, che dovrebbero essere avvolte dal mistero, ma mostrando mano salda e sicura per tutti i quasi 70 minuti. 

Per quello che riguarda il quartetto solistico dell’ Ode alla Gioia, ribadita l’ottima prova del coro,  le cose migliori sono arrivate dalla coppia maschile. Incisivo, austero e consistente il bassbaritone Vito Priante. E accenti di bella baldanza incisiva dal tenore Saimir Pirgu. Più in ombra le donne. 

Maria Agresta ha certo un bel timbro lirico ma, come tante soprano di oggi, come si va sopra al pentagramma, gli acuti escono metallici e tesi. Intendiamoci: come si dice è “mal comune”, a tante soprano, oggi. Non di meno debbo annotarlo, con una certa delusione. Guardatevi, sui Video Internet, i filmati relativi a Sara Mingardo, e capirete qual è il suo repertorio di elezione (600 e 700): nella Messa di Rossini la pur non giovanissima Devia 2 anni fa mostra più del doppio del suo volume. A parte il bellissimo colore rossoarancio del vestito, la riuscivo a udire davvero con fatica, come puro volume (come se chiedessimo, a una Tebaldi, di fare la Salomè di Strauss: non ci sono le pre-condizioni per cominciare il discorso). Applausi convinti e spontanei a fine concerto.  

Comunque, data la situazione, lodi convinte per l’iniziativa di S. Cecilia, dettagli, anche fastidiosi o deludenti, a parte. Del pari stesse lodi per il Teatro dell’Opera che tenta di ritornare alla normalità con il Rigoletto di Giuseppe Verdi  all’ apertura della Stagione Estiva al Circo Massimo.

Sono anche disposto a riconoscere alla regia di Damiano Michieletto una potente dose di originalità  e una sua organicità strutturale. Questa è la mia interpretazione. Tornate con la memoria a Roma 1951. Luchino Visconti, “Bellissima” con Anna Magnani. Verso la fine del film, dopo che la protagonista ha “assaggiato” il veleno del mondo del Cinema dove voleva proiettare tutti i suoi sogni attraverso la figlia, Maria Cecconi. La delusione, cocente e amarissima, la fa esplodere in un pianto disperato e soffocato, in una piazza di periferia squallida, solitaria, disumana. Accanto una giostra che con la sua musica ripetitiva, percussiva, sottolinea lo squallore del contesto. 

Non diversamente, secondo me, il regista porta la scena avanti di 30 anni: solita piazza, solita giostra a fianco. “Il Regno di Mezzo”, della malavita; il Duca di Mantova, Iván Ayón Rivas, è vestito come Al Pacino in “Scarface” e Rigoletto è un traffichino-trafficone; in mezzo vetture di prestigio dei boss locali. I Cortigiani, ovviamente, la “manovalanza”. 

Purtroppo, nelle interviste Michieletto si è autosilurato. Dice che vuole far vedere una Gilda forte e emancipata che alla fine disobbedirà totalmente al padre, andando all’ultimo incontro in abito da sposa. Ma la contraddizione è evidente appena Gilda compare sulla scena nel Primo atto. Corre nel camerino a togliersi l’abito rosso corto e aderente, a struccarsi, per incontrare il padre con jeans e maglione, acqua e sapone, fin dal primo atto. Quindi, contraddizione: fin dal Primo atto una ragazza dalla doppia personalità. 

A me, sinceramente, questo strapotere dei registi sulla musica, e anche in parte sulle voci, mi sta davvero stufando. Cerco registi che rispettino il contenuto profondo della musica, che non si debbano inventare ogni volta soluzioni per depistare il pubblico con ammiccamenti al mondo contemporaneo o comunque vicino. Sono anche favorevole a una rivisitazione profonda, pur semplificata e stilizzata degli ambienti e dei costumi. Ma, per cortesia, basta con queste soluzioni coattamente, forzatamente “alternative”. 

Tutto comincia con gli allestimenti di Ronconi 50 anni fa nei maggiori teatri: ogni volta che ce ne era uno, la critica si spaccava in 2 fazioni (tipo Callas), i nemici giurati di Ronconi (anche ottusi a volte), e i fanatici (del pari ottusi) secondo cui ogni sua idea era la Rivelazione Cosmica. Ricordo solo la perfetta fusione degli allestimenti di Visconti e Strehler, dove a un rispetto sostanziale del testo musicale, con gusto, cultura ed eleganza, si univa una felicissima scelta di orchestra, coro, direttori e solisti. 

Fortunatamente Daniele Gatti ha in pugno la situazione e conduce eccellentemente la narrazione, spesso interpretando ad altissimo livello.  

In un certo senso questo è un Rigoletto “capovolto”, al contrario. Certo anche per lo squallore livido delle scene. Ma anche per i ruoli. Anche in questo caso prevalgono i personaggi maschili.

Gabriele Sagona è un Monterone stupendo: piena voce di basso, potente e compatta; accento giustissimo, vendicativo e profetico. Cosa rarissima, da lodare senza riserve. Monterone fa scattare il Dramma, prima iniettando a Rigoletto “serpente” il dubbio del suo fallimento di padre. Poi determinando in Rigoletto l’esecutore della vendetta di Dio e dell’istituzione del Nucleo Familiare. Monterone quindi, come il Commendatore del Don Giovanni mozartiano: monumento ai legami e agli archetipi ancestrali, controfigura anticipatrice del Giudizio Finale. Poche battute, certo, ma di fuoco e centrali, finalmente rese al meglio. 

Un gradino sotto a tale rivelazione, lo Sparafucile di Riccardo Zanellato: bel timbro, pur se un po’ più leggerino, accenti giusti, ambigui e perversi; nel complesso una bella caratterizzazione.

Roberto Frontali, 62enne, è certo nei panni di un personaggio che tanto ha fatto e tanto sente suo. Come Bruson non ha una estensione vocale piena e completa per la parte, evitando gli estremi acuti. Ma interpreta molto bene, a dispetto di un timbro che è divenuto piuttosto ruvido, certo molto funzionale in questa caratterizzazione da “tipaccio”. 

Rosa Feola, almeno in questo allestimento, è quella che ha rischiato più di tutti. Intanto, rispetto alle recite del Metropolitan è una Gilda molto diversa: là decisamente più lirica e sognatrice, con voce più raccolta e preziosa. Qui, anche per il taglio registico, certo più determinata, vigorosa e aggressiva. Ma l’incanto si perde spesso e, cosa ancor più preoccupante, certi acuti asciutti e tesi che avevo notato a Venezia con Luisi 3 anni fa nei Puritani di Bellini, ora sono più frequenti; e per sostenerli e tenerli ci vogliono potenti “calci” di diaframma. Per ora il suono, pur se teso, esce. Ma stiamo giocando con il fuoco! Poi bisogna anche dire che questa soprano ha carattere e interpreta già bene come apre bocca. Ma certe cose vanno riviste, molto: siamo ancora in tempo. 

Spiace di dover fare il “controcanto”  o, se preferite, la “controstoria”: contrariamente a quando raccontato da molti massmedia, a discapito della presenza di Mattarella e di mezzo governo, un’ accoglienza di pubblico sostanzialmente moscia, spaurita e incerta. Applausi molto più deboli di quelli riservati a Pappano, nonostante la prova maiuscola di Gatti. Se sbaglio, riguardatevi gli audiovideo riportati su Internet! Effetti del Covid? Dei soliti “presenzialisti di turno”? Di un Audio non perfettamente sincronizzato? Resta, appunto, ciò che si può vedere e sentire a pezzetti su internet, o su Raiplay. Comunque, come si dice “tutto fa brodo”, pur di ridare voce e dignità alla Cultura, al Teatro, al Cinema, allo Spettacolo, ai Musei, al Turismo: a tutte queste cose dove, nonostante mille pregiudizi, quando vuole l’Italia è eccelsa e inarrivabile...quando vuole!!! 

Domenico Maria Morace 

Ludwig Van Beethoven, Sinfonia n. 9 "Corale"

Cavea dell’Auditorium Parco della Musica, Roma, 24 luglio 2020 

Orchestra e  Coro dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia

Antonio Pappano direttore

Maria Agresta soprano

Sara Mingardo contralto

Saimir Pirgu tenore

Vito Priante basso

 

Giuseppe Verdi, Rigoletto

Circo Massimo, Roma 16 luglio 2020 (diretta su Rai5) 

Teatro dell’Opera di Roma 

DIRETTORE Daniele Gatti

REGIA Damiano Michieletto 

MAESTRO DEL CORO Roberto Gabbiani

SCENE Paolo Fantin

COSTUMI Carla Teti

MOVIMENTI COREOGRAFICI Chiara Vecchi

LUCI Alessandro Carletti

REGIA CAMERE LIVE Filippo Rossi 

PRINCIPALI INTERPRETI 

IL DUCA DI MANTOVA Iván Ayón Rivas

RIGOLETTO Roberto Frontali

GILDA Rosa Feola

SPARAFUCILE Riccardo Zanellato

MADDALENA Martina Belli

GIOVANNA Irida Dragoti

IL CONTE DI MONTERONE Gabriele Sagona

MARULLO Alessio Verna

MATTEO BORSA Pietro Picone

IL CONTE DI CEPRANO Matteo Ferrara

CONTESSA DI CEPRANO Angela Nicoli

PAGGIO Marika Spadafino

USCIERE Leo Paul Chiarot

 

Pappano prova la Nona di Beethoven: https://www.youtube.com/watch?v=d5pfRq7iWsE

Leggendario Von Karajan con i Berliner Philarmonic: https://www.youtube.com/watch?v=d5N7lHdusvo

Gatti, Rigoletto, Rosa Feola "Gualtier Maldè... Caro nome": https://www.youtube.com/watch?v=qqT61DL1ZX0

Gatti, Rigoletto, Rosa Feola, Roberto Frontali, Ivàn Ayòn Rivas: https://www.youtube.com/watch?v=0JNB8_913Uk

 

Accesso Utenti