le parole della musica:ma dio era morto per davvero?(francesco guccini)

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Le Parole della Musica

Ma Dio era morto per davvero?

“Ho visto la gente della mia età andare via lungo le strade che non portano mai a niente”.

Guccini scrisse tanto tempo fa questi versi. Francesco Guccini fu una scoperta, e che scoperta…

 

Li lessi, ascoltandoli, in una “rivista giovanile” che diceva sui concerti di allora, negli anni Sessanta alla fine: meditai sui tanti Hippy che li frequentavano, trovando che quei tipi strani non fossero troppo distanti da quel cantautore (e  mi sbagliavo, così come, positivamente, ogni giovane ha diritto a sbagliare). “Hippy” però diciamo, e “Hippies” scriviamo ora, plurale inglese (che sia la Scrittura il luogo della Cultura e la Parola no? Ma no…).

Ricordo: degli Hippy (Hippies) ballavano a fronte palco un po’ sballati e con facce pittate, abiti bianchi e sciarpette multicolori, piedi nudi sull’erba con gli occhi sorridenti e le labbra nel vuoto. Oddio, ero molto giovane e in un primo momento mi lasciarono interdetto, quasi spaventato. Poi entrai anch’io in quel nuovo pomeriggio di Sole del parco romano. 

Sono uno di quelli che leggono con la matita ed ascoltano con le cuffie. Lo faccio ancora. Per rileggere quelle pagine che scrissi 45 anni fa ci ho messo due ore. 10 pagine. Per imbrattarle, disordinate e avventate, ci misi 10 minuti. In ogni riga c’era un ricordo che  portava un altro ricordo e poi ad un ricordo ancora, ad una riflessione, ad una memoria di persone che c’erano o che immaginavo ci fossero, e poi ad altri ricordi. “Dio è morto”: ma sì, avevo studiato Nietzsche con curiosità e con un certo sospetto (proprio lui, il maestro del sospetto) perché qualche idiota diceva fosse stato ispiratore del nazismo. “Dio è morto”. Così, morta anche l’ultima divinità, le band di quel tempo potevano cercare nomi-binomi paradossali e definitivi: Zucchero Senza Sale, Sciocco Anafilattico, Il Buio della Luce, Rosa nell’Azzurro o Azzurra nella Rosa, la Sensazione del Buco o il Buco della Sensazione. Ingenuità, senza dubbio; ingenuità cui mancavano veri punti di riferimento, e forse per fortuna.

Quei Concerti di Villa Pamphilj erano al Gianicolense, un quartiere-bene molto distante dai luoghi proletari dai quali tanti partivano per correre nell’energia metropolitana delle mura presidiate dalla Celere dintorno alle ville altoborghesi dell’EUR e soprattutto al luogo sparato dalla mitologia alternativa nel paradiso rock del Palazzo dello Sport, Eden di canne e di antifascismo militante fianco a fianco tanto con letture di marxismo incendiario quanto con i bei sorrisi astemi delle Compagne (di classe più che di Partito) che avevano scucito quell’uscita serale in nome di una militanza femminista da rispettare sia in famiglia che per strada.

Un giorno, alla fine, quel quartiere si chiamò “Roma XVI”. E certo suonava proprio male. Suonava come una bretella di una Corporazione del Ventennio. Qualche volta non c’ero, forse qualcuno mi aveva trascinato al cinema dopo qualche piccolo stravizio o, magari, facevo la corte a qualche ragazzetta- amore mio. Bè, in ogni caso, ogni giorno ascoltavo alla Radio della Rai “Per voi giovani” (ora ricordo che l’intro era “Moby Dick” del Led Zeppelin: magneti di chitarra per magneti di fantasia) e che Quindicimila persone furono al Festival Pop di Villa Pamphilij del 1972, oltrepassando il problema della toilette e la brutta preoccupazione del sindaco d’allora, Darida: “ma dove si piscia?”. Bè, scelta svantaggiosa per cespugli e fratte, inacidite a morte dalle minzioni (e non solo quelle). Dalle Dieci del Mattino fino a Mezzanotte, oltre non si poteva andare. Nei chioschetti delle Poste si poteva annullare il francobollo con un timbro speciale: ”Cazzo, e allora il Concerto avrà una certa notorietà. E un giorno potrò dire: io c’ero”. La SIAE contò quasi trentamila bigliettacci mi sembra a Mille Lire, ma in realtà gli spettatori furono più del doppio: imbucarsi era un obbligo politico; non era eludere il prezzo del biglietto, era un atto artistico a voler affermare come la musica fosse di tutti.

“Dio è morto” parlava apertamente di corruzione e meschinità, di falsi miti e falsi dei. “È stata una canzone importante, che ha aperto la canzone di protesta italiana a temi ulteriori rispetto a quello del pacifismo, veicolando un'opposizione radicale all'autoritarismo, all'arrivismo, al carrierismo, al conformismo" affermò il modenese [P. Jachia, Francesco Guccini, Editori Riuniti 2002, p. 30]. E’ stata una canzone censurata dalla RAI per sospetta blasfemia, ed invece trasmessa da Radio Vaticana perché da quelle parti qualche illuminato aveva capito che in realtà chiedeva un rinnovamento morale contro il falso moralismo ed il vuoto consumismo, richiesta provata dalla speranza finale della resurrezione di dio: “Ma penso che questa mia generazione è preparata a un mondo nuovo e a una speranza appena nata, ad un futuro che ha già in mano, a una rivolta senza armi, perché noi tutti ormai sappiamo che se dio muore è per tre giorni e poi risorge, in ciò che noi crediamo dio è risorto”.

Alea iacta est . Finalmente quel Dio della Controriforma e del Papa Re era morto, e la faccenda non piacque affatto ai tanti tradizionalisti, fra i quali pochissimi, pur condividendone il tetro fanatismo, si dichiararono apertamente dalla parte dell’Oscuro Arcivescovo Marcel Lefebvre, oppositore delle riforme del Concilio Vaticano Secondo e portavoce di un mondo reazionario, aristocratico, bieco e cattolico per modo di dire.

Erano morti gli pseudovalori di certa civiltà occidentale e finalmente quel Dio era morto: “Mi han detto che questa mia generazione ormai non crede In ciò che spesso han mascherato con la fede, nei miti eterni della patria o dell'eroe, perché è venuto ormai il momento di negare tutto ciò che è falsità, le fedi fatte di abitudine e paura”.

Ma, se quel Dio era morto, quale Dio sarebbe nato poi? Sarebbe stato meglio tenersi quella morte di Dio o partecipare alla nuova trista Genesi del Dio Posteriore? Ho la mia idea, e dopo la logica degli opposti estremismi, dopo Falcone e Borsellino, dopo Rosario Livatino, dopo Carlo Alberto Della Chiesa, dopo lo scandalo dello IOR, dopo Piazza della Loggia e Piazza Fontana, dopo le stragi della stazione di Bologna e dell’Italicus, dopo lo scandalo Lockheed, dopo l’omicidio di Aldo Moro, dopo l’ambo en plein air Craxi - Berlusconi, dopo l’affaire del bacio Andreotti - Totò Riina, dopo Mani Pulite, dopo Bancopoli, dopo La Terra dei Fuochi, dopo Roma Mafia Capitale, quel Francesco Guccini mi manca quanto quei concerti ingenui e anarcoidi, tra occhi sorridenti “Dentro le nuvole di fumo del mondo fatto di città” di chi, tutto sommato, poteva lecitamente “Essere contro ad ingoiare la nostra stanca civiltà”.

Egozero

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