le parole della musica: la canzone dell'amore perduto (De Andrè)

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Le Parole della Musica

La canzone dell'amore perduto

Ricordi sbocciavan le viole

con le nostre parole

"Non ci lasceremo mai, mai e poi mai",

vorrei dirti ora le stesse cose

ma come fan presto, amore, ad appassire le rose

Fabrizio De Andrè 1966, in un 45 giri insieme a “La ballata dell’amore cieco (o della vanità)” e tre anni più tardi, nel 1969, nell’ Lp “Nuvole barocche”, nel quale non indicò, per la stesura del pentagramma, l’anima ispiratrice dell’ Adagio del "Concerto in Re maggiore per tromba, archi e continuo" di Georg Philipp Telemann, compositore e organista tedesco legato da profonda amicizia a  Bach e Händel, gentiluomo di corte dalla straordinaria creatività, dallo Stile Galante (l’ Empfindsamer Stil) sino alla composta irrequietezza di un suo orginale Neoclassicismo.

 

Non gliene farò mai critica, anche se in verità citare la fonte mi sembra sempre atto dovuto: forse la complessa e pensosa vanità dell’ascoltatore De André s’era già allontanata da schemi avvertiti come noiosamente accademici, nel segno del “quanto è stato scritto è patrimonio di tutti". Però, fosse Faber ancora tra noi, questa domanda gliela farei.     

In ogni caso di tanto avremmo poi incontrato molto circa il tardo barocco dell’Ordito e l’Intarsio del mediterraneismo magrebino degli album, specialmente quelli tardi, del Faber crepuscolare e innovativo etnomusicologo delle storie di emarginati ribelli, di nobilissime prostitute, degli sconosciuti irriverenti delle sue novelle immaginarie dai luoghi a lui più cari (da Non al denaro non all'amore né al cielo ispirato ad alcune poesie tratte dall'Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, 1971, a Crêuza de mä, 1984, e Le nuvole, 1990).

Quando Fabrizio De André scelse di narrare e non solo cantare, parve giunto il momento di “rincorrere il vento” della sua fuga anarchica verso altri colori, verso altri ritorni, verso una senilità dell’anima che le emozioni prendeva e gettava al di là dell’orgoglioso stupore col quale graffiare carezze, cambiamenti impossibili, coraggiose consapevolezze, tenui disperazioni per Amori dispersi, appassiti nelle carezze svogliate, nell’aspro declino per un “bacio mai dato”, nel sentimento possibile per “un amore nuovo”, negli Amori che vanno e che vengono, negli Amori che finiscono e che rinascono.  

L'amore che strappa i capelli è perduto ormai,

non resta che qualche svogliata carezza

e un po' di tenerezza.

E quando ti troverai in mano

quei fiori appassiti al sole

di un aprile ormai lontano,

li rimpiangerai.

Le tempeste emotive di chi era stanco di vedere il dolore e voleva abbracciare la vita senza l’inferenza della Logica erano in quegli angoli cittadini ove la società priva di compromessi dava vita a Mostri della Ragione e del Sentimento, nell’assoluta passione per la Rivoluzione Impura degli esistenzialisti vicini alla rivista Libertaire, l’ispiratore Georges Brassens innanzitutto, l’agnostico cantore di  François Villon, Guillaume Apollinaire e Paul Verlaine, poeti che avrebbero lasciato al Nostro ogni riflessione su quanto l’Uomo abbia necessità d’incertezze per divenire davvero Uomo.

Al tempo della retorica patriottesca dell’Equipe 84, dei Pooh, dei Camaleonti, di Patty Pravo, dei Giganti e di ogni canzonettismo pop mascherato nel Beat dei lombrichi Piper di Roma e Festival di Sanremo, l’amico genovese eludeva ogni psicotico tragico , rigettava ogni iperbole vocale, persino sfacciato nel mitigato colore vocale e nell’abbandono lirico in una dimensione priva di acuti svettanti e di enfasi stilistica. 

Più Tempo per il Tempo quando l’uomo si rende conto, più che di ciò che lo circonda, di se stesso: un socratico γνῶθι σαυτόν (gnōthi sautón, uno degli apoftegmi attribuiti ai Sette Sapienti, che, inciso sul frontone del tempio di Apollo in Delfi, esortava gli uomini al riconoscimento della propria condizione e limitatezza umana; poi nosce te ipsum nell’epistola di Aulo Persio Flacco, nel monito di Sant’Agostino e nella Psicologia Cognitiva di Ulric Neisser).

Filosofia sì ma soprattutto Equilibri privati, superando gli accordi distonici fra tristezza e serenità, gettando l’Amore perduto non nella disperazione ma in una fiducia muta, criptica, libertaria nel suo “non aver nulla da dire” quando in “direzione opposta e contraria” De André prendeva coscienza del definitivo logorarsi delle metriche tradizionali per “le cose tristi dell’amore” cantate nelle osterie tra i fari del porto (le Lanterne di Genova, Superba Dominatrice dei mari) più che nel seno autobiografico di cui disse la prima moglie Enrica "Puny" Rignon (“La canzone dell'amore perduto l'ha scritta quando i giochi tra noi erano ormai fatti. Le cose andavano male, ma abbiamo continuato a vivere insieme perché ci volevamo ancora bene”) più che nello scabro essenziale del conterraneo Eugenio Montale, lontano e vicino alle primavere timorose degli addii, alle cupe malattie dell’anima giunte in silenzio dalla disarmonia con la realtà che circonda, ad un appassire essenziale più che transitorio, nell’appassire delle rose come nel Momento di Dino Campana  in quel “Viaggio che chiamavamo amore” :

Con il nostro sangue e con le nostre lacrime facevamo le rose

Che brillavano un momento con il sole del mattino

Le abbiamo sfiorite sotto il sole tra i rovi

Le rose che non erano le nostre rose

Le mie rose le sue rose

P.S. E così dimenticammo le rose.  

Versi Liberi nel rifugio sicuro della ribellione del Faber, appellativo che gli aveva dato l’amico  d’infanzia Paolo Villaggio, con allusione tanto all’assonanza col suo nome quanto alla passione per le matite colorate delle Faber-Castell. In ogni caso, leggende a parte, non possiamo dimenticare quel Faber artigiano, fabbro e architetto secondo memoria latina, faber est suae quisque fortunae suae: ciascuno è artefice del proprio destino. Così come Faber, al di là della teoria espressa nella seconda delle due Epistulae ad Caesarem senem de re pubblica attribuite a Sallustio, fu realmente, nomen omen, come suo Nome fosse presagio  fra la serenità ed il Problematico Inquieto esistenzialista degli angoli notturni della sua “Zena”, nei quali il Rimpianto, le Parole stracciate, le metafore ermetiche del non voler mai morire sarebbero state bruciate dalla consapevolezza che il Silenzio è innanzitutto Silenzio di ciò che non si può dire del tutto, dell’Amore innanzitutto, di un Amore che sempre vorrebbe essere senza rimpianti, fugace, perduto e sbagliato, e dunque tanto essenziale quanto causa della sua stessa fine. Di un Amore che, se esistito o immaginato davvero, non potrà mai non far parte della nostra Memoria, della nostra Vita, la più vera.

E sarà la prima che incontri per strada

che tu coprirai d'oro per un bacio mai dato,

per un amore nuovo.

Egozero

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