lucio dalla, caruso (le parole della musica)

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Lucio Dalla, Caruso (Le Parole della Musica)

Di certe canzoni restano pochi versi e poche note nella nostra memoria, eppure queste canzoni le consideriamo indimenticabili: possono bastare alcuni accordi ben messi, un Incipit particolarmente suggestivo ed insolito, l’immedesimarsi con alcune parole-chiave che sentiamo nostre nel più profondo dell’anima o semplicemente un “quadro sonoro” che ne descriva la tensione in modo tanto conciso quanto, proprio perché tale, facilmente assimilato dalla nostra Memoria Musicale, dal nostro rifletterci (più o meno inconscio) in sequenze che liberamente parlerebbero di noi, se solo volessimo. Questo potrebbe rispondere alla non semplice questione sul perché ricordiamo meglio canzoni che in realtà fanno parte in maniera minima delle nostre preferenze estetiche e, apparentemente, etiche.

Di certo ciò che meno Ambiguo è in noi è l’Inconscio.

Causa un guasto all’albero motore della sua imbarcazione, Lucio Dalla fu costretto a scendere in un noto albergo di Sorrento (l’ “Excelsior Vittoria”) il cui proprietario gli offrì la stessa Suite che aveva ospitato Enrico Caruso poco prima che il grande tenore morisse. Gli venne raccontato di una ragazza alla quale Caruso dava lezioni di canto, una scusa per starle accanto. Il tenore stava molto male ma la passione per lei fu talmente forte che le dedicò sulla terrazza dell’albergo canzoni che giunsero, a notte stellata di vento lieve, fino al porto, e che tutti ascoltarono in silenzio e con una commozione tale da divenire leggenda dei vicoli di “Surriento”.

Qui dove il mare luccica
E tira forte il vento
Su una vecchia terrazza
Davanti al Golfo di Surriento

La scena degli ultimi momenti è inventata, come affermato dallo stesso Dalla, legata sia al ricordo delle numerose tournées di Caruso in America quanto al fatto che Lucio stava per partire per un lungo tour negli Stati Uniti: un’unione emotiva, un dipingersi nell’altro, un sentirsi a fianco e nel cuore di una delle massime sensibilità che la Lirica italiana ricordi, il Re del San Carlo, il primo cantante ad incidere dischi (un milione di 78 giri per Vesti la giubba dai “Pagliacci” di Ruggero Leoncavallo!), il Radamès di “Aida”, il Cavaradossi di “Tosca”, l’ Alfredo della “Traviata”, l’ Edgardo nella “Lucia di Lammermoor”, il De Grieux nella “Manon” diretta da Toscanini. Chi passi per Napoli visiti la cappella privata del cimitero di Santa Maria del Pianto in via Nuova del Campo, a qualche decina di metri dalla tomba del Principe Totò, e vedrà quanto affetto è nei fiori che ogni giorno qualcuno del popolo partenopeo affida alla sua memoria. 

Un uomo abbraccia una ragazza
Dopo che aveva pianto
Poi si schiarisce la voce
E ricomincia il canto

Te voglio bene assaje
Ma tanto tanto bene sai
È una catena ormai
Che scioglie il sangue dint' 'e 'vvene sai

L’immagine è bella e struggente, lontana dal Caruso Titano degli occhi pazzoidi di Klaus Kinski in “Fitzcarraldo” di Werner Herzog (1982), protagonista il folle visionario che voleva portare il Sogno dell’Eleganza lirica (e dell’Ethos e del Pathos) presso gli Indios dell’Amazzonia, come dalle tante biografie romanzate sul tenore in film di discutibile spessore artistico (e delle quali non vogliamo neanche ricordare il titolo):

Te voglio bene assaje
Ma tanto tanto bene sai
È una catena ormai…

Bella e struggente, si diceva. Ed è questo che resta nella citazione del “te vojo bene assaje”, settenario desunto dalla tradizione napoletana e per consuetudine musicalmente attribuito a Gaetano Donizetti (ma vai a sapere qual è il Vero filologico…ci bastino le toccanti interpretazioni di “Je te vojo bene assaje” da parte di Roberto Murolo e Sergio Bruni).

L’album RCA “DallAmeriCaruso”, live registrato presso il “Village Gate” di New York il 23 marzo 1986, venne pubblicato il 10 ottobre con l’aggiunta proprio di questo Inedito…”Aggiunta” più che mai indovinata, probabilmente per mano del produttore Roberto Costa e probabilmente voluta dallo stesso cantautore bolognese.

A ripensarci, certe volte conviene.

Credo che Lucio Dalla abbia composto e cantato parecchi brani interessanti ed occupi giustamente un posto importante nel Pop italiano.

Una canzone così particolarmente intensa ed elegiaca, così ben arrangiata e concepita, però, secondo me non l’ha mai cantata, pur avendo avuto una storia artistica molto originale, iniziata dall’era “scapigliata” in cui suonò come bravo clarinettista con assoluti fuoriclasse delle Blue Notes quali Chet Baker, Bud Powell, Charles Mingus ed Eric Dolphy (dalla quale in molti attendevamo un’anima più solidamente jazz nel suo futuro), dal facile flirt con le bonarie stravaganze del Beat italico (apice: “Bisogna saper perdere” con i “capelloni” Rokes nel 1967) agli anni 70 di “Piazza grande” e “4/3/1943”, all’interazione col poeta bolognese Roberto Roversi (“Anidride solforosa”, bel disco di un impegno sociale poi lasciato là dov’era nato), alla liberazione artistica di “Com’è profondo il mare” del 1979, alla sfasata, ironica ed orecchiabile “Ma come fanno i marinai” con Francesco De Gregori, ed ai tempi un po’ più bigi del Duemila, terminati all’improvviso all’indomani della sua ultima performance, il 29 febbraio 2012 a Montreux (sarà solo un caso proprio a Montreux, patria universale di un Jazz Festival tra i più noti al mondo?).

Talora si termina là dove si è iniziato…

Qui dove il mare luccica
E tira forte il vento…

Egozero

 

 

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