in memoria di mark hollis: breve biografia dei talk talk

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In memoria di Mark Hollis: breve biografia dei Talk Talk

 

A distanza di pochi giorni dalla morte di Mark Hollis, leader dell’iconica band anni ’80 Talk Talk, ho deciso di dedicare un articolo al loro insolito e notevole percorso musicale. Se ci fermassimo alle hit di inizio decennio, i Talk Talk non meriterebbero certo l’attenzione dovuta: i loro brani synth pop sono senza dubbio rimasti nella storia, e chi ha trascorso la gioventù in quegli anni non avrà dimenticato Today, Such a Shame e It’s My Life, ma non sono lontani da Depeche Mode o Duran Duran, che erano icone ben più popolari di quel genere ballabile e tardo-romantico. Come molte band hanno puntato sulla notorietà. Hanno riproposto, senza stravolgere, ma a mio parere alzando di qualità, quel che i ragazzi da discoteca richiedevano al tempo. Mostrarono già dal primo album, The Party’s Over, una certa cura per i dettagli, e un gusto più umano che futurista: più inclini a marcare i ritmi tribali dell’Africa; più inclini a cercare una connotazione naturalistica che esclusivamente occidentale, suburbana e notturna. Quei richiami del rock progressivo di Canterbury, già presenti nel primo album, vengono riproposti e perfezionati nell’album successivo, It’s My Life. Al di là delle grandi hit, pur presentando un’ambizione più formale, col senno del poi, note di originalità sono più presenti nell’album d’esordio, che si diversifica dai vari gruppi dell’epoca per melodie più ricercate. Cominciano, tuttavia, ad aleggiare, in Mark Hollis principalmente, ambizioni artistiche più sofisticate, che confluiranno in uno degli album più sensazionali della storia del rock.

Forse quindi è un bene che il loro successo non sia stato così grande quanto quello dei suoi contemporanei di ballate e brani synth pop, perché ciò li ha confinati ad una riflessione artistica più approfondita. (Bello, inoltre, sapere che le vendite aumentavano soprattutto in Italia).

Che i Talk Talk avessero molte cose da dire ancora è un dato di fatto, ben tangibile in The Colour of Spring. Molti movimenti musicali degli anni 90 saranno ispirati dalle sonorità anticipatorie e sognanti che già emozionano in questo album del 1985. Sonorità che risentono di influssi jazzistici; sonorità che stanno per abbandonarsi alla forma suite, ormai dimenticata; sonorità che si preparano ad accogliere e perfezionare un revival della musica ambientale. Quasi come stessi preparando un rullo di tamburi: è il momento di soffermarci, con la dovuta attenzione, all’opera più rivoluzionaria e divinatoria di questa band, Spirit Of Eden. Forse è una tendenza dei cultori della musica dare maggiore valore ad opere più profonde. Non voglio far passare l’idea che se una musica è ballabile debba passare in secondo piano. Anzi, una delle funzioni più nobili della musica è proprio quella di far ballare. La semplice distinzione che mi fa spendere più parole e più attenzione su un’opera riflessiva è quella che può esserci tra un romanzo di consumo e quella di un capolavoro della Letteratura: in quest’ultimo, genericamente, c’è qualcosa di non detto che finalmente viene detto. Anche Prince, pochi anni prima, aveva evocato con la struggente Purple Rain quanto romanticismo ci possa essere nella “fine del mondo”, ma i Talk Talk hanno dilatato in un intero album il piacere della Redenzione, il ritorno alla dimensione incontaminata del pianeta, quella fatta di spiriti colorati e liberi. Complessivamente sono 17 gli strumenti che hanno contribuito a rendere straordinaria quest’opera. Eppure, specialmente nel brano In Rainbow, non sembrano che esserci degli echi lontani tra gli alberi, vagiti di trombe e manipolazioni elettroniche; un ruggito malinconico di chitarra che ti scioglie definitivamente i nervi in un brivido; accordi di pianoforte sospesi in un cielo limpido; il pianto disperato di un’armonica ed un canto altrettanto edenico e lamentoso. Tra ascesi e decadimento, è un album fatto a misura di uomo: contiene ogni eccesso, ma fonde emozioni molteplici; a tratti assai grintoso, seppur il tono rimane abbozzato e sommesso. Spirit Of Eden è un continuo approdo; un continuo naufragio che dà il tempo sia di somatizzare che di dimenticare i travagli appena trascorsi in brevi e intensi momenti. Il tono principalmente elegiaco di quest’album non si spegne del tutto con l’ultima traccia, ma si estende al lavoro successivo, che si fa più cupo, più blues, più paranoide anche. Laughing Stock conferma il grande valore artistico di questa band, dannata purtroppo all’incomprensione dei suoi connazionali, che sancirà con quest’album il termine dei loro lavori originali, nel 1991. Soprattutto quest’ultima fase della loro carriera, sarà importantissima per la nascita di un genere nuovo come il post-rock, genere che verrà riproposto e studiato dallo stesso Hollis qualche anno dopo, nel 1998, con un’opera solista fatta di litanie rilassanti di impronta folk-jazz.

Così… salutiamo una personalità non indifferente nel panorama musicale. Spero che queste mie indicazioni vi stimoleranno a fare quello che ho fatto io oggi ripercorrendo la storia di questa band, non ve ne pentirete. Buon ascolto.

Paolo Vaglieco

 

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