wolfgang muthspiel, 13.7.2017, roma, casa del jazz

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Wolfgang Muthspiel-13.7.2017 Roma, Casa del Jazz 

Scegliere con chi suonare è già un arrangiamento, e, molto probabilmente, il più importante; non c’è frase migliore per riassumere il credo artistico di Wolfgang Muthspiel.

 

Se l’approccio della maggior parte dei musicisti per la costruzione della propria firma sonora è quello di chiudersi in 4 mura e concentrarsi ore e ore sul proprio strumento, spesso anche in solitudine, il chitarrista austriaco sembra aver fatto di tutto per sovvertire tale schema, orientando il proprio percorso in funzione dei partner di palco ideali.

E quale migliore compagnia per un viaggio nel jazz di chi quella musica l’ha inventata ed “esportata” nel mondo? Muthspiel deve aver pensato anche a questo quando, poco più che ventenne, decise di trasferirsi negli States e stabilirsi a New York, cosa che lo ha portato a incrociare il suo cammino con alcuni dei più influenti jazzisti del nostro tempo: innanzitutto Mick Goodrick, il Maestro dei Maestri, colui che ha impartito lezioni a Mike Stern, Bill Frisell, Pat Metheny, Julian Lage, John Scofield, giusto per fare un po’ di nomi; non solo è stato suo insegnante a Berklee, ma lo ha anche scelto per accompagnarlo in una tournée verso la fine degli ‘80. L’influenza dello stile chitarristico di Goodrick è evidente: sia con l’elettrica semiacustica che con la classica Wolfgang Muthspiel esibisce una ferma padronanza, un tocco nitido e preciso, sobrietà e eleganza nell’esposizione solistica così come nell’accompagnamento. E, molto probabilmente, l'ascendente del Maestro è stato decisivo anche nel trasmettere all’allora giovane chitarrista austriaco i migliori strumenti intellettuali e filosofici per continuare a perseguire la ricerca di un suono, personale e collettivo, dal raffinato sapore cool jazz, debitamente aggiornato alle contaminazioni world più contemporanee.

E’ questa, in sintesi, la matrice dell’ultima tappa di tale percorso, che rappresenta al tempo stesso un ritorno alla casa Europa e la definitiva consacrazione nel più alto panorama jazzistico: l’incisione nel 2016 per la ECM del disco Rising Grace. E’ evidente che una tale ricchezza di sfumature non possa essere restituita se non da interpreti di primissimo piano, come appunto il quintetto che si presenta sul palco della Casa del jazz nell’ambito della rassegna “Summertime”. Jeff Ballard si conferma il pioniere della batteria che conosciamo da anni, dotato di un tocco e una capacità dinamica davvero rari, così come di un talento particolare nell’espressione dell’understatement: esemplare il suo drumming nel corso del terzo brano della serata, un 7/8 interpretato in maniera così fluida al punto da non sembrare affatto un tempo dispari. Larry Grenadier è un purosangue del contrabasso, dotato di una dinamica e una sonorità impressionanti, così come di un’interpretazione solistica intima e delicata, particolarmente in evidenza nell’esposizione del penultimo tema suonato dal gruppo, Father and Son, bellissimo brano dal sapore vagamente mediorientale. La tromba di Ralph Alessi è una componente decisiva nel sound del quintetto; raffinata e colta la sonorità, così come il suo pedigree: dalle collaborazioni con Uri Caine, Don Byron, Ravi Coltrane alle prestigiose docenze accademiche presso NYU e New England Conservatory. Nonostante parta leggermente in sordina, si riprende decisamente con un solo ispiratissimo nel corso del secondo brano, un walzer tratto da Rising Grace e dedicato alla memoria del nume tutelare Kenny Wheeler. A completamento della ricercata proposta del quintetto, Gwilym Simcock è una lucida conferma di come musica colta, contemporanea e jazz possano essere coniugate al meglio: in un approccio che è sempre al servizio del collettivo, il giovane pianista inglese è capace di imporre la sua presenza, (come nel frenetico ultimo brano della serata, di sua composizione) così come di sparire del tutto, lasciando che sia la classica di Muthspiel ad armonizzare, come accade nel quarto brano del set: un enigmatico 6/8 dal sapore misterioso che a tratti ricorda il bellissimo Bérangère's Nightmare, composizione di Herbie Hancock presente in Round Midnight (Columbia Records, 1986) pluripremiata colonna sonora dell’omonimo film di Tavernier.

Un quintetto davvero stellare, il cui sound è ulteriormente rifinito da un tecnico del suono stabilmente in tour con il gruppo, che in effetti è molto efficace nel trasportare al pubblico le performances dei cinque sul palco, eccezion fatta per un eccessivo distanziamento di alcuni elementi del drumset sui canali Left/Right dell’impianto di diffusione; proprio a lui è dedicata la composizione più bella della serata, come a sottolineare ulteriormente l’attenzione e la cura di Muthspiel per la proposta sonora e musicale nel suo insieme.

Antonio Catalano

 

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