matthew herbert's brexit big band, auditorium roma 25.11.2018

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MATTHEW HERBERT’S BREXIT BIG BAND 

25 novembre 2018, Roma Europa Festival, sala Santa Cecilia, Auditorium Parco della Musica, Roma.

 

Mi ero ripromesso che, al momento di scrivere del concerto, avrei parlato solo di musica, e non della Brexit. Ma non è stato possibile. Perché, come suggerisce il nome, la performance offerta dalla Matthew Herbert‘s Brexit Big Band nella serata di chiusura del Roma Europa Festival 2018 è profondamente incardinata sulla fuoriuscita della Gran Bretagna dall’Europa Unita. Di più: si presenta come una vera e propria excusatio non petita di un popolo che, a fronte di un referendum ideato e gestito in modo discutibile, si è ritrovato con un corto circuito interno che molti pensavano ormai sopito, ma che evidentemente ribolliva ancora: la contrapposizione fra antiche spinte isolazioniste e moderne istanze di apertura globale. Così, Matthew Herbert, cittadino britannico che di tale modernità, di tale apertura a tutto ciò che è altro rispetto all’isola di provenienza, può senz’altro definirsi figlio d’elezione, ha deciso di mettere in scena uno scanzonato psicodramma collettivo. Da un lato, sul palco, c’è un’orchestra molto giovane, composta da batteria, piano, contrabbasso, sei ance, sei ottoni, una cantante solista e un imponente coro di cento elementi provenienti da diverse nazioni europee, vestiti in modo casual e disposti lungo l’intero sfondo del palcoscenico. Dall’altro lato ci siamo noi, il pubblico in platea, gli “Europei” ancora storditi dall’esito del referendum del 2016. Al centro, con i suoi apparati digitali, pronto a catturare, centrifugare e restituire contributi acustici provenienti sia dal palco che dalla platea, c’è lui, Matthew Herbert, uno dei guru planetari del suono, uno degli “audio head” più eclettici e influenti al mondo. 

Da un punto di vista strettamente musicale, la Matthew Herbert‘s Brexit Big Band riprende il discorso lasciato dalla Matthew Herbert Big Band in episodi discografici come Goodbye Swingtime (Accidental Records, 2003) o There’s Me and There’s You (Studio!K7, 2008): un mix di swing, big beat, orchestrazioni alla Kurt Weill e lounge jazz, cui l’intervento creativo, oltre che tecnico, degli apparati digitali di manipolazione del suono, conferisce una connotazione fortemente contemporanea. Un sound molto riconoscibile, che ha dato un’impronta specifica a decine di produzioni analoghe, come ad esempio Ruby Blue (Echo Records, 2005), esordio solista di Róisín Murphy (ex Moloko), prodotto e scritto proprio insieme allo stesso Herbert. Ma, come già anticipato, l’imprinting musicale della Big Band non è l’unico fattore a connotare la proposta del concept, che si muove su territori a metà fra l’Edutainment, la provocazione in stile Living Theatre e il messaggio politico dei tanti delusi dall’esito del referendum. I brani in scaletta non lasciano dubbio alcuno su quale sia l’intento che ha ispirato la proposta della Matthew Herbert‘s Brexit Big Band: quello di apertura si presenta come un inno all’accoglienza, con partecipazione accorata della cantante solista e intime risonanze nell’arrangiamento orchestrale e corale, che rimandano a un universo musicale nordico, vicino alla Bjork di Vespertine (Polydor, 2001) oppure a Songs from the Cold Seas (Columbia Records, 1994) di Hector Zazou. Il secondo si articola intorno alla lettura dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona: è il testo che sancisce a livello formale la fuoriuscita dall’Unione Europea. Il terzo addirittura inizia col rumore di carta di giornale stracciata da parte della quasi totalità degli orchestrali e dei coristi, ovviamente ripreso, manipolato e restituito in loop in tempo reale da Herbert: non si tratta di giornali qualsiasi, ma di copie del “Daily Mail”, principale cassa di risonanza dei risentimenti isolazionisti che hanno decretato il successo della Brexit al voto referendario. Al di là dell’interessante aspetto simbolico (sottolineato da una divertente coreografia con lancio di mille brandelli di giornale sul finale), il brano presenta un arrangiamento molto accattivante. Segue poi un’alternanza di swing tirati con accenni in stile Jungle Sound alla Duke Ellington, pezzi Big Beat che rimandano a un universo sonoro alla “007 Goldfinger” di John Barry oppure ai Propellerheads di Decks and drums and rock and roll (DreamWorks Records, 1998), e canzoni che evocano prese di coscienza, progressi storici e accordo fra le popolazioni, sia nei solenni e cadenzati andamenti ritmico-armonici che nei testi intrisi di un afflato di fratellanza. L’acme di tutta la serata è rappresentata dal momento in cui Herbert lancia verso il pubblico in sala degli aeroplanini di carta recanti messaggi scritti dal pubblico inglese, e chiede a noi tutti di adoperare della carta per fare lo stesso: scrivere i nostri pensieri sulla Brexit e farli librare in volo nella forma di aeroplanino verso il palco; poi ci penserà lui a raccoglierli e lanciarli nuovamente agli spettatori durante i suoi futuri concerti nel Regno Unito. La proposta è indubbiamente esilarante, e in breve tempo la sala Santa Cecilia dell’Auditorium di Roma si trasforma in una voliera di pensieri, considerazioni, rimpianti, attese, recriminazioni, ripensamenti; aeroplanini che magari non giungono tutti a destinazione, che spesso, invece, effettuano traiettorie sghembe, toccando terra dopo essersi avvitati immediatamente dopo il lancio. Il tutto mentre la band si produce in un intenso swing dove finalmente, oltre ai chase delle partiture scritte, alcuni dei solisti possono anche fare sfoggio di soli improvvisati al momento, conferendo quella sfumatura di interplay jazzistico che fino a quel momento era mancata. 

Dopo altri momenti in cui Herbert coinvolge il pubblico, registrando le sue reazioni e utilizzandole come texture sonore a sostegno della band, il concerto si chiude con un Charleston gospel molto coinvolgente, che poi vira verso uno swing allo stesso tempo pesante e godibile, e infine arriva in territori maggiormente latini, con bei soli di piano elettrico e arrangiamenti di fiati e ottoni che s’incastrano perfettamente nel mantra finale del coro ripetuto ad libitum:”we want to be together, we want to be together, we want to be together…”. 

­­­La sala lentamente si svuota, e io, un po’ per curiosità, un po’ per portare a casa un ricordo di una serata indubbiamente unica nel suo genere, mi ritrovo, avviandomi verso l’uscita, a raccogliere aeroplanini. Su uno di questi c’era scritto “Secondo me fareste meglio a ripensarci: siete davvero sicuri di preferite Trump a noi? "    

Antonio Catalano

 

 

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