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Luciano Viti - Paolo Fresu

CHET & MILES

Postcart 2014

Nelle memorie di Paolo Fresu e negli scatti di Luciano Viti due dei  protagonisti della grande generazione del Jazz : il principe delle tenebre e l’angelo della luce, l’inquietante bagliore nell’Intimo, il tenue ed autodistruttivo Crepuscolo.

 

Il buio luminoso dei primi piani è tanto nella “luce radente” quanto nello studio dell’espressione, dettato dall’istinto più che dalla “melodia”: una volontà di cogliere nei volti l’istante giusto per descriverne, nella sostanza, gli angoli dell’anima. Proposito non facile da attuare, viste le Odissee – più di Joyce che di Omero- che furono movimento vitale dei due, senza i quali non è possibile concepire le Blue Notes, “rovesci della medaglia” dei quali è impossibile scegliere chi il Recto chi il Verso.

Nei ritratti è possibile intuire il solfeggio dinamico dell’ultimo Davis, le vampate elettriche, il magma Jazz- Rock- Hip Hop delle sue camicie color metallo, delle giubbe sfavillanti oro-viola su nero, del corpo rosso della tromba sordinata. E Chet, invece, con uno scuro vestituccio ammaccato da portalettere della provincia americana, da Hipster di una qualunque metropoli, con gli (im)mancabili sandali di pelle intrecciata, troppo elaborati per apparire francescani e troppo retrò per essere davvero “alternativi”.

Così come descritto, Il volto di Chet avrebbe attirato il Pasolini neorealista o il De Sica di “Ladri di biciclette” e “Umberto D” per le pieghe brunastre e le  anse profonde tanto vere da sembrare “truccate”,  così come la profonda inquietudine degli occhi e delle mani di Miles sarebbe riuscita perfettamente straniante per l’Exploitation di Quentin Tarantino, per i Set periferici del “Dirty Harry” di Clint Eastwood o per le strade afroamericane di Spike Lee.

Le pose del primo sono stati realizzate al Big Mama di Roma, quelle del secondo allo Sheraton dell’EUR, all’Umbria Jazz del 1985 a Perugia e al Pescara Jazz Festival del 1986. Ed anche questo sembra assumere un significato particolare nella Tela sinottica delle due vicende esistenziali.

Luciano Viti ha lavorato per le cover di Frank Zappa, Eric Clapton, B.B.King, Fabrizio De Andrè, Francesco Guccini, Enrico Pieranunzi, Enrico Rava, Paolo Fresu, Jim Hall e Davis stesso, fra gli altri.

Ben riuscito il connubio con la testualità affabile ed intima del trombettista sardo che, dai due maudit, ha saputo trarre quelle preziosi lezioni di stile che lo distinguono fra i migliori jazzisti contemporanei.

Non so se interessi, ma questa è una delle rare volte per le quali non è stato possibile prendere appunti leggendo e osservando, per non interrompere il flusso narrativo che le immagini ed i ricordi esigono, come onde di uno stesso mare.

Fabrizio Ciccarelli

 

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