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Roger Waters

Is this the life we really want?

Columbia Records 2017

La nuova domanda oracolare di Roger Waters.

Il titolo del nuovo album di Roger Waters suona significativamente nel segno della domanda retorica “Is this the life we really want?”.

 

Ancora un disco che mette in discussione il modello di sviluppo occidentale già dai primi versi: «The temple’s in ruin / The banker get fat / The buffalo’s gone / The mountain top’s flat / The trout in the streams are all hermaphrodite / You lean to the left but you vote to the right»; e scaglia quindi i suoi anatemi, nel segno della voce oracolare di Waters, contro il nuovo presidente degli Stati Uniti. La musica si muove fra le rarefatte  sonorità  dolciamare delle tastiere di The Pros and Cons of Hitch Hiking e i ritmi sincopati di Animals. Un richiamo ancora  alla creatività  di Waters è la costruzione di un tema melodico che viene declinato in diverse situazioni del disco e ne costituisce il filo musicale, come avveniva in The Wall e in Amused to Death. Sennonché il disco non ha l’articolazione, la profondità, la complessità  e l’originalità  di quelli che sono i due capolavori di Waters; forse, ma diciamo forse, non giunge nemmeno ai livelli di The Pros And Cons of Hitch Hiking. Il paragone con quest’ultimo mette comunque a fuoco un altro aspetto del nuovo disco in cui si aspetta sempre quello che rimane il suo grande assente: la chitarra elettrica con i suoi soli. Senza la collaborazione di Clapton o di Jeff Beck e lontano da Gilmour, Waters sembra aver optato per una voluta assenza; alcuni punti del disco sembrano pensati per la presenza e il dispiegamento delle stilettate di Clapton o le sciabolate di Gilmour ma probabilmente lungo la stesura dell’album egli non è  riuscito a coinvolgere nessuno dei grandi solisti della Stratocaster.

Il disco è comunque bello e, per essere inteso, merita certamente più di un ascolto anche perché, pur non essendone la migliore creatura, si sente comunque a ogni passo la mano di quello che è stato il più grande compositore della seconda metà del Novecento, con cui è sempre un piacere ritrovarsi lì dove il laser del CD spacca il rumore del silenzio o, meglio in questo verso, il silenzio del rumore di questi poveri tempi musicali. Di questi poveri tempi. Is this the life we really want? Probabilmente siamo ancora i più fortunati del pianeta noi occidentali; ma ci lascia ancora una volta con questo interrogativo l’oracolare spirito di Waters, siamo anche felici? E in quanti  stati d’animo di felicità paghiamo i denari della nostra fortuna? Fra  la musica e i testi di questo album, che non sembra al primo ascolto un capolavoro, si alza comunque ancora per un segno graffiante la zampata del genio di Waters.

Giuseppe Cappello

PS:Il disco sembra crescere a ogni ascolto, siamo già al quarto in un giorno e mezzo, cominciamo a coglierne l’omogeneità e ad essere catturati dentro la sua magia: This is the music we really want!

Roger Waters – voce, chitarra acustica, basso; Nigel Godrich – tastiera, chitarra, effetti, arrangiamenti; Gus Seyffert – chitarra, tastiera, basso; Jonathan Wilson – chitarra, tastiera; Roger Joseph Manning Jr. – tastiera; Lee Padroni – tastiera; Joey Waronker – batteria; Jessica Wolfe – voce; Holly Laessig – voce

When We Were Young – 1:38, Déjà Vu – 4:27, The Last Refugee – 4:12, Picture That – 6:47, Broken Bones – 4:57, Is This the Life We Really Want? – 5:55, Bird in a Gale – 5:31, The Most Beautiful Girl In The World – 6:09, Smell the Roses – 5:15, Wait for Her – 4:56, Oceans Apart – 1:07, A Part of Me Died – 3:12

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