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Ubik Trio

Dirty Hands

Abeat Records 2017

Nei mille tentacoli del jazz metropolitano è facile perdersi lungo le arterie diverse del solito riflusso che, spesso, confonde la Ricerca con una Documentaristica di Blue Notes gradevolmente orecchiabili ma prive di originalità e di anima.

Come tutti sappiamo, le menti fragili corrono sempre verso l’originalità a tutti i costi; ma non è questo il caso.

 

Innanzitutto apprezziamo il buon costume dell’uso di strumenti jazzisticamente essenziali , quali pianoforte, contrabbasso e batteria, che mantengono viva una tensione mai invadente né stropicciata in omaggi di stanco mainstream, notando come fra i 10 brani eseguiti 8 siano moderne elocuzioni del pianista Niccolò Barozzi (com’è naturale nella fattura estetica di un “normale” Jazz Trio) e due siano le letture originali, molto originali, di bellissime piéces del Rock ideate in una fluente ed intensa narrativa (“Welcome to the machine” dei Pink Floyd e “Teardrop” dei Massive Attack).

Non per questo il Trio sente di dover rinunciare ai Suoni tra Ravel e Debussy , alle risorse dinamiche di Keith Jarrett e di Brad Mehldau, muovendo sui voicing con gesti accattivanti, sodi ed eloquenti richiamando David Benoit (“Nova Express”), meditando sulle intimità evansiane di Ketil Bjørnstad  (“Touchin’ the Void”), sulle sinuosità narrative nel segno acido e moderno di Uri Caine ed Esbjörn Svensson (“Concrete Mood”), riferendo anche della maestria italiana di Franco D’Andrea ed Enrico Pieranunzi  (“Burning Chrome”), sulle distonie World di agitazioni classico-contemporanee vergate dal “taglio” aspro dell’archetto di Michele Anelli al contrabbasso, dal ritmo cadenzato di Daniele Pavignano alla batteria e inebriate dalla tensione arabeggiante di Niccolò Barozzi al pianoforte (“Mirage”).

Ed ora capiamo il perché della scelta di chiamarsi “Ubik Trio”, alludendo al romanzo dello scrittore statunitense Philip K. Dick, (Ubik,  1969): psichedelia in umorismo nero alimentata dalla fantasia anfetaminica e allucinatoria di un demiurgo che ricerca i due piani della realtà sotto l’effetto dell’LSD; quei due piani che costantemente vengono inseguiti dalla doppia immaginazione dei Nostri, sospesi fra lezione classica, avanguardia ed una science fiction tanto letteraria quanto musicale (ecco il motivo delle metaletture dei maestri Pink Floyd e del collettivo trip hop Massive Attack), alla ricerca di sonorità oscillanti fra gli energici approcci fisici ed i multiformi intrecci armonici delle improvvisazioni poliglotte, nella Misura che esigono come Modo Distintivo ed assolutamente Autobiografico.

Un’ultima osservazione: perché titolare il disco “Dirty Hands”? Philip K. Dick a parte: “mani sporche”. E questo sarebbe un altro discorso: dall’opera teatrale di Jean Paul Sartre sull'assassinio di Lev Trockij da parte del suo segretario Ramón Mercader, agente stalinista, al saggio di Marco Travaglio, Gianni Barbacetto, Peter Gomez (Chiarelettere 2007), dal film di Elio Petri del 1978 con Marcello Mastronianni, in cui il protagonista deve uccidere un politico sospettato d’intesa con partiti borghesi, alla Tangentopoli del fetido binomio Craxi-Berlusconi. Che la Musica dell’Ubik Trio, inconsciamente o meno, suggerisca bagarre non solo musicali ma anche politiche? Rileggendo l’Amleto di Shakespeare: Dilemmi inquieti delle scelte impossibili? Glielo chiederemo, nella convinzione che nulla è mai per caso. E la risposta, tutto sommato, potrebbe anche essere ovvia…

Osservò acutamente Sartre: Ciascuno, inventando la propria via d'uscita, inventa se stesso…

Fabrizio Ciccarelli

Niccolò Barozzi : piano, composizione ; Michele Anelli : double bass; Daniele Pavignano: drums.

  1. Nova Express 2. Concrete Mood 3.Touchin' The World 4. Welcome To The Machine 5. Burning Chrome 6. Ubik 7.Tear Drop 8. Mirage 9. Lost Worlds 10 Notes From The Underground

               

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