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Mina

Maeba

PDU/Sony Music 2018

 

Ad anni luce dall’esordio discografico il 74° album di Mina: e già tanto potrebbe forse bastare a suscitare stupore, ammirazione ed encomio a prescindere. Ma, allo stesso modo, si sa che neanche una tale preziosa longevità basta a dar per certo a priori alcun  pregio artistico.

Da tempo è arrivato il momento di far quel le pare, e Mina ce lo ha detto in tutti i modi possibili: lei vuole scegliere da sola cosa cantare, e non nutre mai alcun dubbio sui brani che intende interpretare, con quelle doti straordinarie che Madre Natura le ha dato.

Ma, per incidere un album di canzoni bello e coinvolgente, ci vogliono soprattutto belle canzoni, bei testi, bei pentagrammi, begli arrangiamenti…e la necessaria modestia, il necessario confronto che di solito avviene fra l’artista ed il direttore artistico, che, ahimè, in questo caso sentiamo alquanto assente o non operativo in modo adeguato, forse per il prepotente carisma della Tigre, che immaginiamo abbia imposto le proprie convinzioni, forse per la frequente assenza di sostanze musicali in questi tempi alquanto glabri e scabri dal lato compositivo.

E così accade che alcuni brani possano davvero convincere ed addirittura entusiasmare, mentre altri suscitino – almeno nel sottoscritto – perplessità e – diciamolo – delusione, tanto da spingere a considerare Maeba una performance composita e altalenante, che non soddisfa chi ha ascoltato Mina in prove più meditate, più organizzate dal lato estetico, più vicine alle formidabili potenzialità del suo canto sgargiante, tanto nel malinconico tanto nel ludico, quasi perfetto nell’impostazione e nella forza espressiva.

Quasi sempre sento dire: “Mina può cantare ciò che le pare”. Certamente…ma questo l’ha già esposta a prove tanto coraggiose quanto al di fuori del baricentro emotivo e dell’asse culturale che le appartiene, perfomances in realtà del tutto mediocri (per brevità, una su tutte: L’Allieva, per l’inutile temerarietà di una dizione jazz che non intendiamo per quale motivo lei abbia riferito a chi considera proprio Maestro, Frank Sinatra, col quale ha ben poco a condividere).

E questo dimostra, ancora una volta, come ognuno possa (e sappia) narrare solo le storie di cui realmente è parte, al di là delle quali spesso si cade in formalismi algidi e di maniera. E questo accade anche in questo album, accolto con un trionfalismo davvero eccessivo, osannato ancor prima d’esser stato ascoltato, o ascoltato con passione da fan sfegatato più che con mente ferma ed attenzione al pathos e all’analisi anche tecnica di un evento che, fino a prova contraria, dovrebbe essere artistico. Ed allora mi chiedo cosa mai c’entri l’enfasi francamente eccessiva e sanremese di Ti meriti l’inferno, Il mio amore disperato, Il tuo arredamento, Un Soffio (con tanto di eccedenze elettroniche e scontata atmosfera tardo new age) con il temperato clima alla Battisti, da sempre caro alla Nostra, di Troppe Note, col fluire del prezioso walking vocale di Argini, con l’avvolgente volo su note sospese di Al di là del fiume…  

In Maeba troviamo tanti eccellenti musicisti, come sempre negli album della cantante cremonese: Luca Meneghello alla chitarra, Lele Melotti alla batteria, Massimo Moriconi al basso e al contrabbasso, Danilo Rea al piano e al Fender Rodhes, fra gli altri. Tutti strumentisti che garantiscono soli raffinati, interludi impeccabili, pitture armoniche magistrali, rotazioni dinamiche eleganti, letture sopraffine anche in quei passi di cui non riusciamo ad intendere la necessità e che, francamente, livellano verso il basso il giudizio globale, come nel caso della banale evocazione intimista di Last Christmas (cover di per sé già mediocre degli Wham per le limitatissime potenzialità espressive di George Michael) o nel pretenzioso Blues di Heartbreak Hotel (a memoria di chi ne ricorda la struggente narratività nella calda, profonda ed inimitabile voce di Elvis Presley: impossibile il paragone): omaggi mal riusciti perché mal pensati, perché non tenuto nella giusta considerazione l’inevitabile confronto con gli originali. E anche questo è un limite artistico, dettato da quell’esser saccente che spesso assale chi di sé ha stima assoluta, non si pone mai dubbi e si ritiene in grado, come si diceva, di far ogni cosa.

Contemporaneamente - ed è anche questo che un po’ irrita - il meglio del meglio che Mina sa dare: il traslucido tono crepuscolare nel nostalgico tocco di classe di Volevo scriverti da tanto, la perfida sagacia nel sorridente funky di Ci vuole un po’ di R’n’R, l’ironia languida del Tango distratto de Il mio amore disperato, il  funambolico popolarismo giocoso di A’ minestrina, dettato soprattutto dal periodare limpido, sagace e vivace del Conquistatore Paolo Conte, Doctor Mirabilis  nel colore graffiante dei rochi medio-bassi, Avvolgente Perfetto per il “canto contro” dei naturali acuti morbidi e sensuali della Nostra.

In modo o nell’altro, ancora una volta Mina sorprende, pur col dubbio del “bene o male, purché se ne parli”.  

Ed allora cosa rimane di Maeba? Le Vette inconfondibili di un’eccezionale bravura, ma anche più di qualche esitazione stilistica, qualche supponenza di circostanza déjà écouté, qualche pausa di troppo nell’Idea complessiva, qualche miopia nell’arrangiamento che disturba e impaccia la duttilità e l’eloquenza del Discorso musicale, almeno per noi che da Mina attendiamo sempre ciò che sappiamo possa darci: la Vitalità del Dubbio, la Novità nell’Archetipo, l’Eccezione nella Perfezione.  

Fabrizio Ciccarelli

Mina - voce

Luca Meneghello - chitarra acustica, slide guitar, chitarra elettrica; Lorenzo Poli – basso; Lele Melotti – batteria; Nunzio Barbieri - chitarra classica; Ugo Bongianni - tastiera, cori, fisarmonica, pianoforte; Massimo Moriconi - basso, contrabbasso; Alfredo Golino – batteria; Nicolò Fragile – tastiera; Danilo Rea - pianoforte, Fender Rhodes; Giorgio Cocilovo - chitarra acustica, chitarra elettrica; Franco Serafini - tastiera, cori, programmazione, sintetizzatore; Andrea Cocilovo – chitarra; Massimo Pitzianti - sintetizzatore, pianoforte; Jino Touche – contrabbasso; Daniele Moretto – tromba; Andrea Andreoli – trombone; Marco Scipione – sax; Gabriele Comeglio - flauto, sassofono contralto, clarinetto; Massimiliano Pani, Milena Pani, Celeste Frigo – cori

Volevo scriverti da tanto – 4:27 (testo: Maria Francesca Polli – musica: Moreno Ferrara)

Il mio amore disperato – 3:36 (testo: Paolo Limiti – musica: Alberto Anelli)

Ti meriti l'inferno – 4:34 (Federico Spagnoli)

Il tuo arredamento – 4:59 (Zorama Mariano Rongo)

Argini – 4:32 (testo: Marco Ciappelli, Francesco Sighieri – musica: Marco Ciappelli, Francesco Sighieri, Lele Fontana)

Last Christmas – 3:25 (George Michael)

'A minestrina (feat. Paolo Conte) – 3:17 (Paolo Conte)

Heartbreak Hotel – 2:22 (testo: Mae Boren Axton, Thomas Durden, Elvis Presley)

Al di là del fiume – 3:25 (testo: Giorgio Calabrese – musica: Franco Serafini)

Troppe note – 4:06 (testo: Viola Serafini – musica: Franco Serafini)

Ci vuole un po' di R'n'R – 3:18 (testo: Andrea Mingardi – musica: Maurizio Tirelli, Andrea Mingardi)

Un soffio – 4:14 (testo: Luca Ragazzini – musica: Davide Dileo)

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