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Roberto Magris Sextet

Live In Miami @ The WDNA Jazz Gallery

JMood Records  2018

 

Devo dire la verità: chi scrive di Jazz ogni tanto prova poco piacere ad ascoltare certe ultime produzioni, e questo accade da quando, “populizzata” la tecnologia, i costi per incidere sono diventati veramente a buon mercato. Tralasciando osservazioni sul rapporto arte-economia (ma pur sempre valga quanto osservato da Walter Benjamin ne “L’opera d’arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica”, Einaudi 1967), omettendo tristi riflessioni sul debordare numerico dei dischi pubblicati negli ultimi quindici anni e sui mestissimi livelli artistici degli stessi, c’è da dire che, quando s’incontra un album che “dica qualcosa” o che addirittura sfiori (e neanche di tanto) incisioni storiche per amabile coerenza e pura bellezza del Suono, ci si può a ragion veduta riconciliare con le nostre Blue Notes (nostre, anche perché italiane) e (evviva!) entusiasmarsi, avvertendo come la Memoria del Jazz per qualcuno non sia assolutamente andata persa, qualcuno che sa innovarla, che sa prendere il meglio dei Maestri, che sa trattare l’interpretazione con orecchio, mente e cuore attenti, attentissimi, appassionati, garbati.

Non si grida al miracolo, ma certo che, quando il talentaccio di uno come Roberto Magris se esce con una performance come questo Live a Miami, bè, pace è fatta con la nostra Musica (nostra, come si diceva) e la passione torna così come il sorriso, il piacere dell’ascolto, il desiderio di sentire ancora qualcosa in più dall’album.

Chi torna alla memoria? Basta leggere la tracklist: Roland Kirk e Billy Strayhorn, in primis, e non per genere trattato quanto per Pathos e alchimia sensoriale. E come si interpretano gli stupendi pentagrammi del sassofonista di Columbus e del compositore di Dayton? E cosa si può dire di nuovo senza cadere nell’enfasi del ricordo o nel solito mainstream? Innanzitutto, certe Note bisogna averle nel DNA, ed è un fatto di cultura e non di conoscenza, di sensibilità e non di mero studio. Poi, occorre saper parlare la stessa lingua, volere (prima che sapere) trasformare neuroni e diastole nel controllo del fraseggio, dell’interplay, del Solo, nel saper trattare il proprio strumento come prolungamento del proprio Essere, accarezzando Apollo e danzando con Dioniso esattamente in quel punto nel quale convergono Amore, Formazione, Immaginazione. Si ascoltino pure, allora, McCoy Tyner, Kenny Barron, Tommy Flanagan ed Erroll Garner nel fluire post-bachiano del pianista triestino (già, triestino come Umberto Saba e  Italo Svevo, con i quali più di qualcosa condivide nell’Estetica); si colgano l’espressività di Lee Morgan e la magia cromatica di Clifford Brown, Art Farmer Clark Terry e Donald Byrd nel Bop ardente del trombettista Brian Lynch, o il caldo vigore di Julian Cannonball Adderley e Benny Golson nell’Hard, nel Latin e nel Funky del sassofonista Jonathan Gomez; si confronti pure la finezza descrittiva Ron Carter-Tony Williams con il timing della ritmica formata da Chuck Bergeron al contrabbasso e John Yarling alla batteria (guest Murph Aucamp alle congas); si confronti questo Sestetto con tutto ciò che si vuole…Ma, come tutti sappiamo, non tutte le Cose hanno un Nome, ed in questo caso il Nome più vicino l’abbiamo già sfiorato: il Polinomio Amore- Formazione- Immaginazione.

Brani da ricordare? Il trascinante potpourri latino di African Mood dal groove caliente e animoso, il magnifico straripante bop di What Blues? a memoria Art Blakey & The Jazz Messengers (ambedue firmati da Magris), la struggente ballad di Roland Kirk April Morning resa luminosa dalla delicata Narrazione a Due di tromba e sax e dall’eccellente estasi pianistica del Nostro (ancor più romantica ed assorta nell’impressionismo tutto novecentista delle magiche dissonanze liriche di A Flower Is a Lovesome Thing di Billy Strayhorn e nell’autobiografico passo disteso di Blues For My Sleeping Baby, cui dobbiamo rimproverare il fade out, neo di una dissolvenza troppo repentina, che priva il brano di quel Climax che avremmo atteso a fronte di Blue Notes tanto ben scritte.    

Ad un caro amico e collega, non appena ascoltato questo disco, avevo detto: “Ecco come si suona l’Hard Bop dal vivo”. E rimango della stessa idea anche dopo dieci passaggi sul mio glorioso Nakamichi, Pre e Finale Adcom a valvole con casse AD Acoustic da 300 watt, confortato dalla precisione e dalla profondità delle mie cuffie  Sennheiser: bella incisione davvero, e complimenti al mastering di Aldo Borrelli per Audiomaster Studio di Cologno Monzese.

Bravi, senza dubbio; bravissimi ed entusiasti, spontanei e leggeri, neanche a dirlo, con sessanta anni di Jazz sulle spalle.        

Fabrizio Ciccarelli  

Roberto Magris: piano; Brian Lynch: trumpet; Jonathan Gomez: tenor sax; Chuck Bergeron: bass; John Yarling: drums; Murph Aucamp: percussion.

African Mood; What Blues?; Song for an African Child; April Morning; Chachanada; Il Bello Del Jazz;; A Flower Is a Lovesome Thing; Standard Life; Blues for My Sleeping Baby.

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