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Giovanni Tommaso, "Around Gershwin"

Tradizione ed evoluzione: “Jazz is Jazz!”

 

“Jazz is Jazz!” mi disse in un’intervista di qualche tempo fa (per chi voglia ascoltarla è su Youtube) Giovanni Tommaso: un Grande Padre del nostro jazz, 60 anni di carriera e innumerevoli collaborazioni e incisioni, lezioni di stile e creatività, attività didattiche che hanno formato decine di musicisti, maestro dello strumento quanto dell’arrangiamento, compositore colto e originale. Tommaso ha attraversato ogni temperie delle Blue Notes (dal Bop all’avanguardia e all’innovazione jazz rock Perigeo e poi Apogeo) ed oggi, a poco dall’uscita del suo ultimo album in Trio con Rita Marcotulli e Alessandro Paternesi (Around Gershwin, Parco della Musica Records 2017), ha ancora tanto da dire, da suonare, da insegnare.

d. Ancora una volta con te sono costretto ad iniziare dalla fine, vista la costante progressione della tua Musica. E questa “fine” ha nome “Around Gershwin”: perché hai deciso di dedicare un album al Maestro statunitense? 

r. Prima di tutto per gratitudine. A Gershwin devo molto perché con la Rapsodia in blue, Un americano a Parigi, Porgy and Bess e tanti altri suoi standards usati come colonna sonora di alcuni films, posso considerarlo come il mio traghettatore verso il jazz. Glielo dovevo.

d. Rita Marcotulli e Alessandro Paternesi, due talenti notevoli del Jazz italiano sui quali è ricaduta la tua scelta. Com’è avvenuto l’incontro e per loro la decisione di condividere la tua Idea?

r.Sono molti anni che conosco Rita e on and off abbiamo suonato insieme svariate volte, tra l’altro diversi anni fa ha fatto parte di un mio quintetto. Rita è una pianista molto sensibile con una vena melodica europea ma legata al jazz e inoltre possiede quella duttilità necessaria per calarsi in un progetto non suo, qualità non usuale nei musicisti affermati come lei. Alessandro lo conosco da tempo, fin da quando insegnavo jazz al conservatorio Morlacchi di Perugia, lui era un mio allievo. Anni fa ha sostituito egregiamente il bravissimo batterista americano Anthony Pinciotti nel gruppo Apogeo, e non era un’impresa facile. Anche Alessandro possiede quella duttilità che serve a lavorare per la “musica” e non solo per se stessi. Nell’inverno dello scorso anno, dopo aver lavorato sul alcune idee musicali ho deciso di registrarle, e con il mio fedele amico, un Imac, ho buttato giù degli spunti e ho scritto alcune parti per trio, l’organico che avevo in testa. La formazione è venuta spontanea e così ho fissato prima un incontro con Rita per farle ascoltare i miei provini. Li ha trovati interessanti e subito dopo anche Alessandro. Non rimaneva che fare una prova musicale e ci incontrammo nello studio di Pasquale Minieri, marito di Rita. E, come dicono gli americani, “the rest is history”; da lì abbiamo debuttato all’Alexander Platz, il jazz club romano e subito dopo a Umbria Jazz Winter, fortunatamente è stato un grande successo!

d. Hai rivisitato quattro meravigliosi brani storici di Gershwin (But Not for Me, How Long Has This Been Going On, 's Wonderful, Oh, Lady Be Good), quattro pièces che ricordano quanto il compositore fu amato a livello “popolare” con una certa diffidenza da parte dell’Accademia. Perché questa scelta?

r. A parte Lady be good, un brano che definirei “spensierato”, gli altri tre mi sono sempre piaciuti fin da quando ero ragazzo. ‘s wonderful, uno dei brani di Un americano a Parigi, nasce come brano moderato ma molti jazzisti lo suonano con un tempo mosso, noi al contrario ne diamo una versione a slow ballad e a parte qualche micro variazione armonica, direi che è abbastanza tradizionale. But not for me l’ho amato fin da quando l’ascoltai la prima volta cantato da Chet Baker. Credo di aver scritto un arrangiamento originale sia armonicamente che ritmicamente con un andamento di tre battute in 3/4 e una di 4/4 nelle a e in 4/4 nella b. How long la considero la composizione più struggente di Gershwin e nell’arrangiamento mi sono sforzato di rispecchiare questa mia sensazione. Sono curioso di sapere cosa ne avrebbe pensato il grande George.

d.Tutto il tuo amore per il Genio di Brooklyn nelle tue sei composizioni originali, nelle quali c’è comunque molto del Giovanni Tommaso protagonista del rinnovamento musicale italiano del secondo Novecento…

r. Sì, consideravo Gershwin una specie di eroe della musica americana. Ricordo che il prof. Ardissone che veniva a casa nostra a Lucca una volta alla settimana per impartire lezioni di piano a me e mio fratello Vito. Una volta ci suonò una parte della Rapsodia in blue e io rimasi estasiato. I critici dell’epoca erano molto severi nel giudicare Gershwin ma, come si dice, il tempo è galantuomo…. ti ringrazio per questa tua annotazione, io ho cercato di ispirarmi ad alcuni dei suoi celebri brani, come i titoli lasciano intuire, ma credo nelle mie composizioni ci sia solo qualche riferimento che mi è servito come spunto creativo.

d. Quali momenti della tua formidabile carriera consideri indimenticabili? Insomma, uno che ha suonato con Sonny Rollins, Chet Baker, Dexter Gordon, Johnny Griffin, Art Farmer, tanto per citare a memoria, avrà tanto da dire…

r.Tutte le esperienze fatte con i grandi musicisti con cui ho avuto l’onore di suonare sono per me indimenticabili e mi hanno insegnato qualcosa. Se dovessi descrivere le peculiarità di questi artisti direi: Rollins, sound, pronuncia, creatività; Chet, poesia, feeling; Dexter, relax, sound; Griffin, swing, calore; Farmer, sound, lirismo; Lee Konitz, originalità, creatività. E che dire di altri? Kenny Clarke, l’inventore del bop drumming, classe e sound. Elvin Jones, vulcanico, passionale, insieme ad Art Blakey (con cui purtroppo non ho mai suonato) il più afro-drummer della storia del jazz. Ne avrei tanti altri di nomi, magari quando riuscirò a terminare un libro che sto scrivendo da anni potrete leggerli.

d. Dopo così tanti anni nei quali hai visto straordinarie evoluzioni del Jazz, quali Blue Notes vedi per il futuro?

r. Io sono ottimista e di certo non sono d’accordo con chi scrive “jazz is dead!”. Posso capire che certi stili sono irripetibili, come mi diceva il grande Kenny Clarke “Giovanni, be bop is dead!” e mi cantava una frase bob con l’articolazione che la tipica pronuncia bop aveva, ma poi aggiungeva che nessuno sapeva più suonare con quella pronuncia, come dargli torto. Oggi ci sono molti giovani di talento che ci fanno intravedere qualcosa di diverso e credo che fra non molto si potrà parlare di una nuova corrente. Credo anche che la cosa più difficile sia di coniugare un linguaggio inedito (quindi complesso e difficile) con uno più legato alla tradizione (quindi con un approccio più melodico e comunicativo). Qualcuno sicuramente riuscirà in questa difficile impresa e una grande responsabilità l’avrà la concezione ritmica che secondo me dovrà costituire il collante tra i due poli.

d. E per il tuo futuro?

r. Fortunatamente ho già avuto molto dalla musica e ne sono molto grato, ma il mio istinto mi porta a desiderare di fare nuove cose e forse per questo non mi fermo a pensare al tempo che inesorabilmente passa. A dire il vero, in questi giorni ci penso perché sto concludendo una trattativa per un concerto per festeggiare il mio 60º anniversario di attività musicale!

Fabrizio Ciccarelli

 

 

 

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