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Keith Jarrett

La Fenice

ECM 2018

 

Della torrenziale Immaginazione di Keith Jarrett, della sua capacità di creare all’istante lampi di novecentismo traslati in raffinate atmosfere blue è testimonianza questo doppio cd ECM registrato a La Fenice di Venezia nel 2006  in occasione dell'assegnazione del Leone d’Oro alla carriera al 62° Festival Internazionale di Musica Contemporanea della Biennale che, con nostra grande soddisfazione, per la prima volta ha onorato un jazzista (in passato il Premio era andato ad artisti del calibro di Luciano Berio, Pierre Boulez, György Kurtág, Sofia Gubaidulina e Steve Reich).

Segno dei Tempi? Non credo. Sono piuttosto convinto che, al di là dei generi, nessuno possa disconoscere quanto Jarrett abbia contribuito all’elevazione dell’Idea stessa di Musica con uno stile armonicamente avanzato e plurilingue, credo insopportabile per i puristi quanto osannato dai cultori dell’Avant-Garde: la mia personale posizione è del tutto intermedia, trovando nel pianismo in Solo del Maestro americano indubbie raffinatezze di ventosi lirismi tessuti in chiaroscuri e passaggi cromatici ispirati all’iconografia classica e finanche dodecafonica, ma riconoscendo nei passaggi jazzistici i momenti di maggior dinamismo strutturale e coinvolgimento emotivo.

Jarrett ha tutto il diritto d’interpretare il Colto del secolo passato, e sa farlo con una sapienza scenica quasi unica, forse congetturando in sé la figura del cantore onnisciente che conosce quanto accaduto in passato per proiettarlo in un futuro focalizzato nello Zero della Predestinazione delle Blue Notes; ed è per questo che a volte nelle sue ultime performance si nota una Logica Illimitata a fronte di testi musicali che potrebbero essere espressi con minor Logos e maggior Pathos, perché, detto francamente, certe incursioni nell’Atonale o nella Pantonalità di Arnold Schönberg convincono meno di quando egli si rivolge alle più tradizionali trame armoniche di Claude Debussy e Maurice Ravel, probabilmente anche più vicine alla propria sensibilità poetica che sembra voler fuggire, e da sempre, esasperazioni formali e bipolarismi psichici.

A mio avviso il miglior Jarrett è nell’Andante crepuscolare di Part IV, voce narrante di un Jazz intimo, caldo, commosso, minimale, sussurrato e stupito, idilliaco e appassionato, sentimentale e romantico come nella lieve pagina The Sun Whose Rays (tratta dall'operetta Mikado con musiche di Arthur Sullivan e libretto di W. S. Gilbert), nell’affettuoso Notturno di My Wild Irish Rose (splendida parentesi elegiaca in “The Melody At Night, With You”, ECM 1999), nel Boogie sorridente di Part VII e nella lettura solare del radioso standard Stella by Starlight, a chiudere con  Blossom, ballad struggente già levigata nel 1974 nel capolavoro dell’album ECM “Belonging” con Jan Garbarek, Palle Danielsson e Jon Christensen.

La Musica è ciò che si sente e mai Scienza delle Proporzioni o Tecnica dei Suoni: è quel canto della Terra che, dopo il Silenzio, meglio descrive l'Inesprimibile. L’Io, le contraddizioni, la  pura Coscienza di chi è inquieto testimone di se stesso, come Keith Jarrett ben sa.

Fabrizio Ciccarelli

Keith Jarrett: piano.

CD 1: Part I; Part II; Part III; Part IV; Part V; CD 2: Part VI; The Sun Whose Rays; Part VII; Part VIII; My Wild Irish Rose; Stella By Starlight; Blossom.

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