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Ella Fitzgerald, Ella In Berlin, Matchball Records 2019, Distribuzione Egea

 

Veramente impossibile prescindere da un’artista come Ella Fitzgerald per conoscere la storia del canto.

Per molti di noi Ella è la vetta del vocalismo, straordinaria per swing e intonazione, formidabile per intuitività ritmica ed entusiasmo, unica per espressività. La sua voce, perfezionata in decenni di collaborazioni con le migliori orchestre, era sempre capace di imporsi in ogni contesto, dalle performance con Chick Webb alle ispirate prove con Count Basie e Duke Ellington, pur costretta in qualche caso a incidere canzonette nelle quali in ogni caso mai mancò in professionalità, dando comunque lustro alla mediocrità di certi brani (imposti dal business?) con una vocalità genuina, spontanea e attenta ad ogni sfumatura cromatica.

Nel caso del concerto a Berlino non si pone alcun problema: Ella canta a 43 anni ciò che le piace, songs di qualità eccezionale, non tutte conosciute al grande pubblico. Reclutati dall’agenzia che si occupò della tournée quattro formidabili musicisti, Ella diede vita ad una serata davvero storica. Jim Hall alla chitarra, Wilfred Middlebrooks al contrabbasso e Gus Johnson alla batteria, coordinati dalla saggezza del pianista Paul Smith, furono protagonisti di esecuzioni definitive: la loro perfezione strumentale fu tale che non potremmo quasi citare singoli brani di spicco, se non ascoltarli tutti, in silenzio e col sorriso nel cuore.  Capolavori come Gone With the Wind e Misty, e le immortali pieces  The Man I Love e Summertime  (George Gershwin, un punto di riferimento per lei, al pari di Cole Porter) entrano nell’anima per intensità emotiva e sensualità, e commuovono, per poi gioire per quel senso unico dell’interpretazione ironica, per quell’attraente divertissement in abito swing da far ticchettare anche le poltronissime berlinesi della storica Deutschlandhalle, notoriamente molto seriose e sciccose, troppo poco per l’esuberanza della vocalist che infiamma anche la compassata la borghesia tedesca quando rifà il verso all’amico Louis Armstrong in Mack the Knife (La ballata di Mackie Messer composta nel 1928 da Kurt Weill su testo di Bertolt Brecht per la commedia satirica “L'opera da tre soldi”, Die Dreigroschenoper, così cara all’impegnata intellettualità germanica) e offre straordinaria abilità tecnica nel trascinante scat di How High the Moon, in cui inserisce le vorticose scale bop di Ornithology dell’amato Charlie Parker. Peccato per il taglio degli applausi alla fine delle performance, rintracciabili solo nei nastri originali della Verve Records ormai credo solo nei sotterranei della Universal Music Group che l’acquisì a cavallo del nuovo millennio. Peccato, perché quegli applausi facevano parte del concerto, e ne davano il senso “popolare”. Ma, si sa, la concezione dei dettagli e del tempo dedicato ai “sottotitoli” è mutata brutalmente nel corso degli ultimi quattro decenni, triste scelta a discapito della cultura e della sensibilità artistica.

Ella era Ella soprattutto dal vivo, come intuì il lungimirante discografico Norman Granz, creatore della Verve e figura fondamentale delle Blue Notes tra anni 50 e 60, beneamato patron anche di questo prodigio jazzistico, oltre che di tanti album di Maestri che, almeno una volta, firmarono un contratto con le sue etichette, coraggioso produttore cui dobbiamo anche i meravigliosi songbooks di Ella per Rodgers & Hart, Duke Ellington, Cole Porter, Irving Berlin, George e Ira Gershwin, Harold Arlen, Jerome Kern e Johnny Mercer, nonché le migliori “cantate” con Louis Armstrong , Count Basie e Jim Hall.

Nel concerto berlinese la First Lady di Newport, estensione di tre ottave ed eccezionale strumentista della voce, si dice che, non ricordando il testo di Mack the Knife, cominciò a improvvisare  con grande ritmo e brio, sostituendo alle parole sillabe per variazioni su frammenti di scala e arpeggio, articolazioni del tono nella colorazione e nella risonanza, riflessioni sui suoni dei diversi strumenti on stage, di cui Ella, se non fu iniziatrice (prima di lei forse Cab Calloway, Slim Gaillard , Leo Watson… ma come potremmo mai saperlo con certezza?), fu senza dubbio regina indiscussa.  

Per questa interpretazione si aggiudicò un Grammy Award. Leggenda o fandonia discografica, vero è che Ella sta per giungere a quella perfezione stilistica che la renderà protagonista di quasi 60 anni di Jazz, un’ intelligenza emotiva senza confini che vive di sé anche nelle adamantine bonus tracks  tratte dal concerto alla Hollywood Bowl di Los Angeles dell’agosto 1956 con Paul Smith al piano, Barney Kessel alla chitarra, Joe Mondragon al contrabbasso e Alvin Stoller alla batteria (che quartetto!), dal Festival di Cannes del giugno 1959 con Lou Levy al piano, Max Bennett al contrabbasso e Gus Johnson alla batteria, e dall’istant a Copenhagen dell’agosto del 1961 con Knud Jorgensen al piano, Jimmy Woode al contrabbasso e William Schiopffe alla batteria.

Meraviglia!

Fabrizio Ciccarelli  

  1. THAT OLD BLACK MAGIC
  2. OUT LOVE IS HERE TO STAY
  3. GONE WITH THE WIND
  4. MISTY
  5. THE LADY IS A TRAMP
  6. THE MAN I LOVE
  7. SUMMERTIME
  8. TOO DARN HOT
  9. LORELEI
  10. MACK THE KNIFE
  11. HOW HIGH THE MOON
  12. LOVE FOR SALE (*)
  13. JUST ONE OF YOUR THINGS (*)
  14. LOVER COME BACK TO ME (*)
  15. ANGEL EYES (*)
  16. I’M BEGINNING TO SEE THE LIGHT (*)
  17. MY HEART BELONGS TO DADDY (*)
  18. JUST ONE OF THOSE THINGS (*)
  19. I CAN’T GIVE YOU ANYTHING BUT LOVE (*)
  20. SOPHISTICATED LADY (*)
  21. YOU’RE DRIVING ME CRAZY [in German] (*)
  22. MR. PAGANINI [in German] (*)

(*) BONUS TRACKS

Ella Fitzgerald, vocals, with:

[12-13]: Paul Smith (p), Barney Kessel (g),

Joe Mondragon (b), Alvin Stoller (d)

Hollywood Bowl, Los Angeles, August 15, 1956.

[14-20]: Lou Levy (p), Max Bennett (b), Gus Johnson (d).

Cannes Jazz Festival, Cannes, France, July 1, 1959.

[21-22]: Knud Jorgensen (p), Jimmy Woode (b), William Schiopffe (d).

Copenhagen, Denmark, August 25, 1961.

 

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