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 Giuseppe Cappello, I canti della polis, Edizioni del Faro, Trento 2019, pp. 48

 

Tempo fa sono stato invitato a parlare in un dibattito della poesia e della sua funzione nel mondo contemporaneo, ammesso che ne abbia una. Forse la domanda è mal posta, perché dovremmo chiederci semmai quante funzioni possa avere la poesia. Una di queste è certamente quella dell’impegno, della testimonianza civile, della denuncia della “vita offesa”, dell’identificazione del valore, della chiarificazione dell’esistenza e dell’umanità.  

Giuseppe Cappello sente in modo autentico questa funzione e, più che mai in questa raccolta rispetto alle precedenti, la sente come un dovere etico e come una missione intellettuale. 

Che egli porti avanti questo sentimento della cittadinanza nel suo lavoro di docente di filosofia e nella sua attività pubblicistica, chi lo conosce bene, lo sa. Ma bisogna leggere queste poesie per capire come un tale sentimento diventi un vero e proprio canto sull’orizzonte sociale che, lungi dal sacrificare il microcosmo privato e personale dell’uomo, lo porta a un livello sempre più alto di integrazione e di realizzazione. 

Aristotele diceva che solo due categorie sono prive della dimensione sociale: gli animali e gli dei, i primi perché in fondo non ne sono capaci, i secondi perché non ne hanno bisogno. Noi, che non siamo animali né tanto meno dèi, non possiamo invece farne a meno. La presenza degli altri è come l’aria che respiriamo, ed è parte fondante del nostro stare al mondo, come lascia intendere anche Hannah Arendt (filosofa certo cara a Cappello) quando in “La condizione umana” subordina la tecnica e il lavoro allo stare insieme, secondo principi condivisi e negoziati, e all’agire politico. 

Con la politica hanno a che fare il lamento triste sulla propria città eterna, sospesa tra l’Essere e il Nulla (Il canto apocrifo della città); la denuncia della società dello spettacolo che sostituisce il valore alle “visualizzazioni” (La malversazione della libertà); l’orrore per la guerra, che non è mai giusta (Coloro che non si fermarono); la preghiera per “il legno amico” su cui navigano i migranti (Vi chiederei); la critica dell’accumulazione, del “lavoro senza pause”, del “rullo fordista” (La tirannia dell’Amazzone); la nostalgia di una piazza San Giovanni gremita di operai (Il giorno santo dell’idea); la considerazioni della parola, della dialettica, del confronto come modi di esercitare nel dibattito pubblico la responsabilità civica (Il corpo a corpo dell’escogitazione). 

Tutto è politica. Ed anche il privato lo è, dal momento che Cappello anche nel parlare di suo padre e di sua figlia, degli affetti e delle passioni, dei ricordi e delle speranze, lo fa sempre dentro una cornice di riferimenti ampi, tra storia, memoria collettiva, conoscenza, utopia, riflessioni esistenziali, che non indulgono mai all’intimismo piccolo-borghese, allo scetticismo e alla resa. 

Stefano Cazzato

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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