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Interviste
Intervista agli Oprachina
di Andrea Valiante
La formazione romana, reduce dall’ultimo album “Opra China” (qui la nostra recensione), si racconta a RomaInJazz
Innanzitutto, il nome: “Opra China” è un termine che inizia ad essere utilizzato dai primi del novecento, presente in particolare tra i famosi versi dell’inno “Internazionale”. Come nasce quest’idea e che significato vi attribuite?
Opra come “opera”, lavoro; China come “prono”, chinato, prostrato, lavoro alienante.
Per noi e la nostra musica rappresenta il rispetto, la deferenza, “china” verso l’opra intesa come “opera”, melodramma, i grandi compositori italiani del passato. Considerando poi il nostro tempo, per noi è la fatica e la difficoltà nel proporsi. I nostri contenuti vogliono esprimere la ricerca di una scrittura originale ed una dimensione libera, e nel contempo strutturata, dell’improvvisazione.
Il vostro ultimo progetto (“Oprachina”) è un lavoro incentrato sull’idea di “organico”, su di una collaborazione olistica tra le parti. Come avete organizzato il lavoro d’insieme?
Collaboriamo insieme da diversi anni. Molte parti scritte le pensiamo e studiamo singolarmente, poi l’insieme fa il resto. La scrittura viene letta, interpretata e partecipata. Questo ci permette di avere ognuno degli spazi di movimento all'interno del contrappunto. E’ una capacità che vogliamo raggiungere non solo nelle improvvisazioni ma anche nello specifico della scrittura. Attraverso l'esperienza e la conoscenza reciproca cerchiamo sempre “l’oltre” a quello che abbiamo già eseguito. I nostri brani anche a distanza di poco tempo hanno sempre qualcosa in più, esecuzione dopo esecuzione. Consideriamo Il territorio dell’improvvisazione infinito, sia che il tutto avvenga in un piccolo club o in un teatro, all’aperto, in una città o nel verde di una campagna.
Tra il primo album “The Jazz Farm “ ed “Oprachina” si evincono importanti evoluzioni di linguaggio e di modelli descrittivi.
Il tempo che intercorre tra “The Jazz Farm” e l'ultimo “Opra China” non è poco, considerando che la maggior parte dei brani del primo furono registrati diversi anni prima della data di uscita, il 2007. In breve, dopo aver ottenuto solo una sequenza di rifiuti e “no comment”, decidemmo di pubblicarlo sotto licenza Creative Commons sul portale Jamendo. Scarico libero e legale, con l'interesse suscitato un po' in tutto il mondo. La sua storia successiva è molto simile a quella del brutto anatroccolo. In tutti questi anni, malgrado la crisi e la cronica fatica nel proporre le nostre cose, siamo sempre rimasti tutti in contatto. Ognuno di noi ha un proprio percorso; la nostra esperienza e capacità è comunque cresciuta, e proprio questo rimanere sempre in contatto ha permesso l'evoluzione di un discorso cominciato anni prima e affrontato nel secondo lavoro prodotto dalla Slam. Certo, oggi ognuno di noi non suona più come ai tempi di “Jazz Farm”. Penso che non avendo avuto occasioni di riproporlo al tempo suo, questo tempo sia rimasto al momento dell'esecuzione, della registrazione.
Si riscontrano diversi generi nelle vostre composizioni: dal free all’hard bop, con tracce non troppo velate di fusion. Pensavate a tutto questo quando avete pentagrammato l’album?
Al free, all'hard bop e alla fusion descritti aggiungerei anche molta musica classica non solo per gli arpeggi di chitarra o l'uso del contrabbasso con l'arco, il “canone” Spezia, l'orchestra travestita da quartetto nel tema de “Le Cose non Sempre...”, solo per citare i primi due brani, pensiamo diano un'idea di progettazione non riconducibile ad un modello di stile o genere. Vengono alla mente nomi come Frank Zappa, Soft Machine, Weather Report, King Crimson, Area, Perigeo e tanti che sulla scia di Miles Davis, o di altri, hanno superato quel confine che è differenza e distanza tra l'ascoltare e il capire, dipingendo un mondo dove le strutture musicali possano essere “liberate” per costruirne di nuove. La storia ci racconta che questo ogni tanto accade: la scuola napoletana, Bartok, Ravel, proprio il jazz, il blues, le loro origini e la loro successiva evoluzione sono forse gli esempi più importanti e vicini a noi, e poi il rock, le musiche “popolari”, l'invenzione dei media, l'era digitale, tutto diventa più veloce; oggi abbiamo la possibilità di conoscere tante cose, bisogna ogni tanto “spegnere” tutto e riflettere un po' di più...
Questo è: il nostro percorso, la nostra vita, non rinunciamo a nulla che abbia contribuito alla nostra formazione, non possiamo appartenere ad un singolo stile proprio perché la nostra musica è sintesi di varie esperienze. Strutturata, estemporanea, è comunque, sempre, un serrato, continuo confronto con il silenzio, l’attenzione e il rumore.
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