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Interviste

Intervista ad Adriano Mazzoletti
di Andrea Valiante
Una domanda che avrei sempre voluto porti: da dove nasce la tua passione per il jazz? Cosa ti ha spinto a suo tempo a dedicare la tua intera esistenza a questo preciso genere musicale?
Difficile rispondere. Innanzitutto l’amore per la musica che è nato all’interno della mia famiglia. Mio nonno materno Stefano suonava il clarinetto e dirigeva la banda della città di Milazzo in Sicilia dove era nato e dove rimase finché con la famiglia si trasferì a Genova. Era dirigente di una industria vinicola. Mio nonno paterno Emilio, direttore di banca, suonava, per diletto, il flauto e mia nonna paterna Adriana, il pianoforte. Con i loro amici si riunivano e leggevano pagine sinfoniche. Infine, mio padre suonava il piano, ma non la musica classica dei suoi genitori, bensì quella ritmica di derivazione jazzistica e, a casa nostra, venivano spesso suoi amici, musicisti genovesi della sua stessa età o di qualche anno più anziani, che portavano dischi di musica ritmica e jazz. Erano Natalino Otto, Pippo Barzizza, Francesco Ferrari, la cantante Silvana Fioresi e tanti altri appassionati di jazz. Tutto ciò succedeva quando ero molto piccolo. Poi, quando divenni un po’ più grande, fu la Radio. Le trasmissioni jazz di Leone e Piero Piccioni ad esempio e quelle delle grandi orchestre radiofoniche, come l’orchestra Ferrari, al cui interno vi erano solisti di altissimo livello. Insomma a casa mia fin da quando ero piccolo si respirava aria di jazz.
Ci sono degli artisti in particolare con cui hai instaurato un rapporto personale oltre che puramente musicale o professionale? Qualche ricordo che ti senti di condividere con il nostro pubblico?
Forse i primi musicisti jazz che ho conosciuto e con i quali ho avuto occasione di trascorrere con loro momenti più o meno lunghi. Il primo è stato Louis Armstrong. Lo conobbi in occasione del primo concerto che organizzai. La passione che era nata da piccolo, cominciò infatti a concretizzarsi. Iniziai a studiare prima pianoforte, poi clarinetto ed infine batteria che ho suonato per molti anni. Accanto a quella di musicista, mai da professionista però, cominciai ad occuparmi dell’organizzazione jazz prima a Perugia, dove la mia famiglia si era trasferita, poi a Roma, come dirigente di quel Circolo del Jazz e infine alla Rai. Quello di Louis Armstrong fu il primo concerto che organizzai. E’ stato il primo concerto in assoluto che venne organizzato a Perugia, dove fondai un Circolo del Jazz per l’organizzazione di concerti e per la diffusione del jazz che a Perugia, benché fosse una città “internazionale” a causa dell’Università per Stranieri, il jazz non era ancora per nulla esteso, come nelle altre città italiane. Proposi anche all’Amministrazione cittadina, un Festival del Jazz itinerante nelle città umbre. Qualche anno dopo mi ero già trasferito a Roma, nacque – un po’ su quella mia idea – Umbria Jazz. Armstrong dicevo. L’ho incontrato molte altre volte in Italia e all’estero. Quando la Tv mi inviò a New Orleans per realizzare un servizio per la rubrica TV7, in occasione del primo festival del jazz organizzato da George Wein in quella città che aveva visto la nascita del jazz, Armstrong mi aiutò moltissimo. Mi fece conoscere gli aspetti più nascosti della città, quei quartieri e quei locali abitati e frequentati solo da gente di colore. Louis mi fece conoscere ed intervistare musicisti per nulla noti, ma che sarebbero diventati celebri, come Wynton Marsalis che suonava in uno di quei piccoli locali. Un altro musicista con il quale ho avuto un rapporto di amicizia molto stretto, fu Chet Baker, protagonista del secondo concerto che organizzai sempre a Perugia. Poi Chet visse a lungo in Italia e partecipò a molte mie trasmissioni. L’ultima, qualche giorno prima della sua partenza per Amsterdam dove morì in circostanze ancor tutte da chiarire. E poi “Klook” cioè Kenny Clarke, uno dei grandi batteristi della storia del jazz e ancora Stéphane Grappelli che convinsi ad abbandonare le sezioni ritmiche (piano, contrabbasso e batteria) per tornare alla formula che aveva inventato con Django Reinhardt: violino, due chitarre e contrabbasso. E ritrovò così il grande successo di trent’anni prima .E molti, molti altri ancora: Dexter Gordon e Johnny Griffin ai quali ero legato da profonda amicizia. D’altra parte vivevano in Europa, il primo in Danimarca, il secondo in Francia così era possibile incontrarci spesso. E poi Dizzy, Dizzy Gillespie naturalmente. Ero a San Anton in Texas quando è morto. Ebbi la notizia dalla radio. La sera stessa con Jon Faddis, suo amico e allievo, anche lui a San Anton per la riunione annuale degli insegnanti di jazz, lo abbiamo ricordato a lungo. Non basterebbe un libro per ripetere tutto ciò che di lui fu detto quella sera.
Parliamo del tuo libro, “Il Jazz In Italia” (una raccolta fotografica, edita dalla Saint Louis, di scatti inerenti i protagonisti del jazz che hai avuto modo di incontrare nell’arco della tua lunga carriera professionale): per quale motivo, dopo numerose raccolte “letterarie” sulla storia del jazz italiano e non, hai deciso di muoverti in questa direzione?
Nei libri “Il Jazz in Italia dalle origini alle Grandi Orchestre” e “Il jazz in Italia dallo Swing agli anni Sessanta”, ho raccontato la storia del jazz nel nostro paese, facendo rivivere musicisti spesso dimenticati o addirittura sconosciuti. Con la collana discografica Riviera Jazz Records e la pubblicazione su cd dei vecchi dischi incisi da quei musicisti, ho fatto ascoltare la loro musica anch’essa dimenticata. Con questo libro ha fatto vedere i loro volti. E sono molto grato a Stefano Mastruzzi che me ne ha dato la possibilità.
In questo “lungo secolo” di blue notes, jazz e fotografia si sono rivelati due elementi tra loro molto affini, forse proprio per la qualità che hanno entrambe le arti di cogliere un attimo, un momento, una sfumatura, un sentimento estemporaneo ed irripetibile dell’interiorità che si manifesta all’esterno in qualcosa di esteticamente sublime.
Non c’è dubbio. Aggiungerei il cinema, la radio e il disco, le tre grandi invenzioni del ‘900. Si è mai pensato che se Thomas Edison non avesse inventato l’apparecchio per captare e riprodurre il suono, forse il jazz non sarebbe mai stato conosciuto? Sarebbe rimasta una musica suonata da minoranze etniche in una zona limitata del mondo. Attraverso il disco e successivamente la radio, gli straordinari musicisti che avevano modificato l’arte dei suoni hanno potuto diffondere la loro musica in ogni parte del mondo.
Credi che il jazz sia oramai arrivato al capolinea (come alcuni sedicenti critici musicali affermano) oppure le blue notes hanno ancora molto da raccontare? Che ruolo hanno le nuove generazioni in questa evoluzione?
No! Chi dice questo non conosce la storia del jazz. Il jazz è sempre stato in evoluzione continua, sì è sempre modificato, è sempre arrivato ad un capolinea e poi è ripartito. Il ruolo delle nuove generazioni? Lo stesso che hanno avuto tutte “le nuove generazioni” che ogni vent’anni hanno dato un nuovo volto al jazz. Quando i musicisti neri di New Orleans, negli anni Venti, sono arrivati a Chicago, “le nuove generazioni” – i ragazzi bianchi di Chicago che frequentavano ancora la high school – hanno modificato quel linguaggio. Così come hanno fatto quei giovani che, negli anni Quaranta ad Harlem suonavano tutta la notte in jam session alla Minton’s Playhouse. Oppure gli altri che, alla fine degli anni Cinquanta, hanno messo in crisi, riletto e superato virtualmente tutto ciò che era stato detto negli anni precedenti. Nel 1945 quando giunsero Parker, Gillespie e Monk, molti dissero che il jazz era morto. Lo stesso fu detto quando, nel 1958, giunse Ornette Coleman. Si è visto poi come tutti avessero torto. Oggi stiamo solo assistendo ad una nuova modifica del linguaggio forse più lunga e sofferta di quelle precedenti, ma è molto interessante essere presente in questo momento storico. Il jazz è vivo e continuerà ad esserlo.
Da grande conoscitore e cultore del jazz, con particolare riferimento alle produzioni italiane, voglio chiederti: qual è la situazione del jazz in Italia oggi?
Rispondo con quanto mi ha detto in questi giorni Erik Moseholm, mio collega alla Radio Danese in vacanza a Roma. Erik Moseholm non è l’ultimo arrivato. E’ un contrabbassista che ha suonato con Eric Dolphy mentre questo grande e sfortunato musicista viveva a Copenaghen. Ha suonato ed inciso con una infinità di altri musicisti americani, Dexter Gordon, Thad Jones, Clifford Brown, Kenny Drew, fra i tanti. Ha creato il Jazz Group della Radio Danese e la Swingin’ Europe Orchestra dove hanno suonato e suonano i migliori musicisti europei. Ha diretto il dipartimento jazz della Radio Danese ed ha fatto parte del gruppo di esperti dell’Unione Europea di Radiodiffusione. Questo per dire chi è Erik. “Il jazz italiano” mi ha detto “e i musicisti italiani, “nella loro globalità”, sono quelli più importanti e significativi che esistono oggi al mondo”. Non c’è dubbio che in Europa e in America, possano esistere ed esistono singoli musicisti di altissimo livello, ma è la “globalità” che sorprende. Musicisti altamente qualificati, richiesti ed apprezzati. Le ragioni per cui, in questi ultimi anni, il jazz italiano ha raggiunto quei vertici da tutti riconosciuti sono molte. Ne posso citare alcune, anche se su questo specifico argomento si potrebbe aprire un ampio dibattito. In primis, le scuole di musica, a Roma il “Saint Louis College of Music”,” Siena Jazz” a Siena, “Musica Oggi” a Milano, ma ne esistono anche altre. La perdita, da parte dei musicisti, di quella “timidezza” che aveva spesso caratterizzato le generazioni precedenti. L’aver abbandonato l’imitazione per dare libertà al proprio ingegno favorito sempre da indubbie capacità strumentali. Il moltiplicarsi, inoltre, di occasioni per esprimersi. Festival certo, ma anche attività concertistiche e il disco. In Italia molte sono le piccole etichette discografiche che danno ampio spazio ai nostri musicisti, mentre quelli conosciuti internazionalmente incidono per prestigiose etichette estere, come ECM ad esempio. Latitante è invece la radio pubblica, che fino a dieci anni fa dava molto spazio al jazz, oggi assente sulle reti di maggior ascolto. E ciò è molto grave e contrario ai doveri del pubblico servizio; così, mentre la musica dei nostri musicisti viene trasmessa da molte radio pubbliche europee e dalle maggiori americane e giapponesi e le loro foto, sempre più sovente, appaiono sulle copertine delle più prestigiose riviste specializzate di tutto il mondo, i media italiani (Radio, Giornali,Tv) tacciono o quasi. Fortunatamente esiste la programmazione “on line”.
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