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Intervista al Tran(ce)formation Quartet
di Roberto Coghi
Tran(ce)formation Quartet “Entrance”
01. Piccola canzone affondata (La Volpe); 02. Nunnerie (De Lorenzi); 03. Pine Green (La Volpe); 04. Goodbye My Little Angel (Santoro); 05. Addio solo (De Lorenzi); 06. The Seagulls of Kristiansund (Waldron).
Giorgia Santoro (flauti, bansuri, effetti); Adolfo La Volpe (chitarra acustica, chitarra elettrica, elettronica); Marco Bardoscia (contrabbasso); Vito De Lorenzi (batteria, tabla, esraj, percussioni).
Nel brano 5 più Fabio Orlando (corno); Roberta Mazzotta (violino, voce); Redi Hasa (violoncello); Francesco Massaro (clarinetto, sax baritono); Andrea Doremi (tuba).
“Entrance” è il titolo del CD creato dal Tran(ce)formation Quartet e vuol dire “ingresso”. Luogo che ti permette di entrare, di passare dal fuori al dentro. “Trance” infatti , sostituzione inglese del termine "transe”, è il passaggio da uno stato di coscienza ad un altro: ed è questa l’esperienza che il gruppo vuole farci conoscere. A parte il gioco di parole l'idea nasce dalla voglia di sviluppare i legami tra l’ improvvisazione e la trance. Nell’improvvisazione ci si trova a manipolare i suoni con modalità inimmaginabili perché legati al fluire del ritmo e agli spunti proposti da ognuno. Questo aspetto creativo ed esplorativo dell’ improvvisazione suggerisce una dimensione sciamanica; dimensione che attraverso la manipolazione del suono e quindi attraverso la musica può dar luogo una vera e propria "terapia culturale". Tutte le composizioni mostrano tecniche e sonorità provenienti dalla musica classica e dal jazz e manifestano uno stato d’animo di nostalgia, di pacata tristezza e malinconia raccontate attraverso i colori del mediterraneo fusi con le tinte indiane date dai tabla, dal bansuri e dall’esraj.
Voi vi chiamate Tran(ce)formation Quartet. Come nasce quest’idea, quale significato attribuite?
Il nome nasce dal gioco di parole "transformation" e "trance". Nasce dall'idea di sviluppare i legami tra la musica improvvisata e il misterioso fenomeno della trance. Nell’improvvisazione ci si trova a manipolare il suono (e nel nostro caso anche simboli) in modi che non si sarebbe precedentemente immaginato di poter fare. Questo peculiare aspetto creativo ed esplorativo dell’ improvvisazione suggerisce una dimensione sciamanica; suggerisce che attraverso la manipolazione del suono e quindi attraverso la musica può aver luogo una "terapia culturale".
Il titolo del vostro CD “Entrance” è inteso come “ingresso” oppure come “in trance”?
Anche nel titolo del cd, come nel nome del gruppo, c’è un gioco di parole: ENTRANCE vuol dire ingresso, entrata; l’idea è proprio quella di entrare-attraverso l’improvvisazione-in un’altra dimensione, entrare, appunto, in-trance. L’idea nasce da una continua ricerca in cui il ruolo dell’artista è quello di mediare tra due dimensioni. Siano esse intese come il mondo terreno e quello sovrannaturale, o il mondo esterno (inteso come “gli altri”) e quello interiore, il musicista cerca di compiere un’esplorazione dell’io attraverso un viaggio.
E’ vero che suonando si può raggiungere uno stato di trance che permette di uscire dal controllo esercitato dalla ragione per esprimere emozioni?
La trance è uno stato di coscienza transitorio, non molto diverso da quello onirico, in cui si accede a regioni della mente non normalmente disponibili nella vita ordinaria. Tuttavia la differenza risiede nel fatto che mentre nel sogno non si è normalmente coscienti di sognare, in quello di trance si è coscienti di stare sognando e di ciò che si sta sognando o intuendo. E’ più simile a ciò che chiamiamo sogno diurno; tuttavia c'è un’acuta consapevolezza attraverso la quale si possono significativamente manipolare i simboli di ciò che si sogna. Nella musica liberamente improvvisata, cioè quella eseguita senza alcun punto di riferimento compositivo, scopriamo per esperienza che si entra in uno stato dell'essere non diverso da quello di trance. Mentre non ci sono particolari "inneschi" in grado di spingere il musicista in questo stato (ripetizione ossessiva o suggestione ipnotica), la concentrazione e l'attenzione per il dettaglio richieste dall'improvvisazione libera stessa sembrano condurre in questo stato non ordinario della realtà. L’improvvisatore, come lo sciamano, percorre un viaggio, e la sua musica esprime i suoi umori, le sue gioie, i suoi stati d’animo. Difficile dire quanto lo stato d’animo influisca sulla musica o quanto il feeling con ciò che si sta improvvisando condizioni lo stato d’animo dell’improvvisatore. Certo è che anch’egli può operare una guarigione magica.
E’ azzardato paragonarlo all’automatismo psichico utilizzato dai surrealisti? Potrei avere un chiarimento?
L’individuo in stato di trance opera un superamento di sé stesso, come una liberazione derivante dall’intensificarsi di una disposizione mentale o fisica, come un’esaltazione dell’io. La trance può rappresentare l’aspetto culturale della malattia mentale, della “follia degli dei”. Sia essa sciamanica, possessionale, medianica o di altro genere, la trance non è altro che uno “stato di coscienza alterato” che ha come scopo la ricerca e l’esperienza del proprio io. La caratteristica comune a tutte le manifestazioni surrealiste è la critica radicale alla razionalità cosciente, e la liberazione delle potenzialità immaginative dell'inconscio per il raggiungimento di uno stato conoscitivo "oltre" la realtà (sur-realtà) in cui veglia e sogno sono entrambe presenti e si conciliano in modo armonico e profondo. Sicuramente i due fenomeni presentano molti punti in comune, ma anche molte differenze; tuttavia non mi addentrerei in un campo così vasto, e che oltretutto richiede conoscenze e competenze specifiche.
Come nasce l’idea di coniugare la strumentazione occidentale con quella orientale come il bansuri, il tabla e l’esraj?
Far dialogare elementi antichissimi ed elementi modernissimi ci interessa molto, non solo a livello di strumentazione, ma anche di tecniche compositive e di prassi esecutiva; per quanto riguarda gli strumenti, quelli da noi utilizzati sono da tempi molto lontani impiegati per entrare in uno stato di trance, ed hanno timbri inimitabili; gli strumenti moderni e l’uso dell’elettronica, d’altronde, aprono possibilità vastissime.
Come nascono i vostri brani? Preferite l’improvvisazione o la composizione? Preferite il lavoro di studio o suonare dal vivo?
I brani nascono nelle maniere più diverse, da un’emozione, dalla lettura di un libro o da un’immagine, oppure talvolta sgorgano dallo strumento mentre si studia o si improvvisa. A parte l’aspetto improvvisativo, filo conduttore di tutto il disco, in ognuno dei brani sviluppiamo un elemento legato alla trance: in “Piccola Canzone affondata”, (di A. La Volpe), il tema musicale, che è una sorta di “canzone”, si dissolve poi in un’ improvvisazione sospesa, senza tempo né sviluppo armonico. Il titolo evoca l'idea di un naufragio, al seguito del quale oggetti, ricordi, pezzi di vita dei naufragati rimangono dimenticati sul fondo dell'oceano; (ho voluto) immaginare che la stessa cosa potesse accadere con una canzone. In “Nunnerie” il filo conduttore del loop iniziale riproduce una sorta di carillon dissonante, facendo da sottofondo a tutto il brano che inizia senza armonie per poi aprirsi nel tema finale. Il titolo richiama il canto delle nonne, e la melodia è una sorta di ninna nanna ipnotica. “Pine green” (di A. La Volpe) è caratterizzato dal bordone di re che funge da centro armonico ipnoticamente costante durante tutto il corso del brano; il tema musicale, alla maniera di molta musica di area islamica, è costruito sull’alternarsi di vari modi musicali, tutti ancorati al suddetto bordone. Adolfo ha spesso l'abitudine di dare ai brani titoli che sono in realtà nomi di colori, che al brano gli sembrano essere strettamente, sinesteticamente collegati ; questo è il caso di "Pine green". “Goodbye my little angel” (di G. Santoro) è invece caratterizzato da una introduzione che crea una dimensione introspettiva, molto meditativa. Il titolo rappresenta un saluto ad una creatura che non c’è più, e l’intro del brano riproduce una dimensione da sogno – e da trance – in cui di tanto in tanto si erge un canto. “Addio solo” (di V. De Lorenzi) è invece un tema, costruito su un'unica scala, che si ripete incessantemente nel corso dell’intero brano, in un continuo crescendo realizzato attraverso il progressivo ingresso di nuovi strumenti, sino a diventare un canto all’unisono su cui batteria e contrabbasso sviluppano il loro assolo. Il titolo del brano cela proprio questa scelta compositiva. Improvvisazione e composizione, specie in un progetto come questo, sono inscindibili ed entrambe fondamentali, ed ogni caso sono due aspetti che troviamo ugualmente gratificanti ed importanti per la nostra formazione di musicisti. Lo stesso si può dire per il lavoro in studio o dal vivo: lo studio ti permette di sperimentare, di mettere a punto con tranquillità le idee che si hanno in mente; il concerto, d’altronde, porta con sé la magia del rapporto con il pubblico, del saltare nel buio e trarre il meglio dall’ispirazione del momento, ma anche dagli errori e dagli imprevisti.
La qualità musicale che proponete fa intuire origini legate alla musica classica ed al jazz. Quali motivazioni vi hanno portato verso generi del tutto diversi come la musica ethno, ambient, ma, a tratti, psichedelica e trance?
La formazione musicale di ognuno dei componenti del quartetto è molto composita, ed ognuno ha portato in questo progetto gli elementi che fanno parte del proprio DNA: la musica classica, il jazz, le musiche di tradizione, il rock, la musica indiana e così via. L’idea di questo progetto è nata proprio dalla volontà di far confluire esperienze, linguaggi e sonorità diverse in una strada comune, in un unico suono.
Quali sono i vostri punti di riferimento? I brani musicali che amate di più? Con chi vorreste suonare?
Ognuno di noi quattro ha ascolti, interessi ed influenze diversissime; citarne alcuni ci costringerebbe a tacerne molti altri che sono altrettanto importanti; ciò nonostante possiamo ricordare il disco che ha scatenato questo desiderio di ricerca: “Making music” di Zakir Hussain. Riguardo i musicisti con cui ci piacerebbe suonare, a parte il già citato Zakir Hussain, anche in questo caso è difficile fare dei nomi, anche se è già nata una collaborazione col noto violoncellista Paolo Damiani, con il quale abbiamo avuto il piacere di suonare in occasione della presentazione del disco.
Quali progetti futuri?
Un altro disco! La Leo Records, infatti, ci ha proposto la produzione di un altro progetto discografico entro un anno!
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