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Interviste
Intervista a Luigi Campoccia, di Fabrizio Ciccarelli
- Nelle linee cromatiche e nei temi espressi nel tuo album, oltre alla presenza nell’organico dei musicisti turchi Onder Focan e A. Senol Filiz, è evidente il tuo tentativo di dirigere l’interplay verso sonorità di stampo orientale. Cosa ti ha spinto a questo punto della tua carriera a muoverti verso questi territori musicali?
Di solito l’ispirazione principale che ti spinge a fare un lavoro nuovo, risiede nella voglia di sperimentare nuovi percorsi ma soprattutto nel desiderio di poter comunicare e condividere con gli altri un’emozione che ti appartiene, e la spinta che mi ha fatto muovere in territori musicali diversi dall’usuale, è stata quello di ritrovare una cultura “mediterranea” che comunque ci appartiene ed inserirla in una forma jazzistica assolutamente moderna.
- Il jazz, per sua natura, è terreno fertile per gli incontri; fino a che punto lo è dal lato compositivo, a tuo parere?
Credo che la composizione in generale sia un terreno da sempre aperto agli incontri, infatti quasi tutte le innovazioni nel campo musicale, passano sempre da compositori che senza pregiudizi hanno voluto esplorare nuove “ vie “.
Nel jazz in particolare si può affermare che “la contaminazione dei linguaggi avviene anche a grande distanza”; la contaminazione fra i linguaggi della musica moderna è ormai inevitabile, la distanza spaziale, culturale e temporale è annullata dalle nuove tecnologie ma ancor più da una nuova sensibilità già precorsa nel Novecento quando per esempio alcuni compositori decretarono l’ingresso delle scale orientali nella musica colta europea.
- Il tuo curriculum, com’è noto, vanta ben quindici anni di attività a fianco di Giorgio Gaber. Quanto c’è del signor G nei tuoi lavori successivi?
Dei quindici anni passati con Giorgio Gaber, ciò che è cambiato sicuramente è il modo di fare musica, ma di sicuro quello che è rimasto del signor G, è la rigorosità nell’affrontare un lavoro e soprattutto l’onestà nell’affrontare la vita.
- Puoi darci un tuo ricordo di Gaber?
Il ricordo che posso dare di Gaber uomo, appartiene esclusivamente al mio intimo di cui sono gelosissimo, invece quello che posso dire del Gaber artista, è che lavorare accanto ad un uomo di tale spessore, credo abbiano influenzato così tanto la mia esistenza, da condizionare spesso sia le scelte artistiche che quelle della vita stessa.
La ricchezza acquisita in quegli anni, è sicuramente un patrimonio che mi accompagnerà durante il proseguo della mia carriera artistica.
- Grazie alla lunga carriera e alle eccellenti collaborazioni che hai collezionato negli ultimi vent’anni, il tuo stile è sempre risultato come un percorso in continua evoluzione. Qual è il tuo centro nevralgico della tua ricerca artistica?
Ritengo che la mia ricerca sia nel ritenere la musica come un potente linguaggio capace di integrare le diversità, creare un senso di appartenenza e orientare a progetti di vita. Sono veramente convinto che sia impossibile trovare una definizione univoca del concetto di musica, Schopenhauer vide nella musica un’idea del mondo. In musica, come nella vita, possiamo parlare davvero solo delle nostre reazioni e delle nostre percezioni.
- Ne “Il mondo come volontà e rappresentazione” il filosofo afferma che la musica è la riproduzione dell’ “essenza del mondo”, idea che influenzerà molti musicisti primo fra i quali Wagner. Vorrei un tuo commento sul come Schopenhauer termina il suo saggio: “ammesso che si potesse dare una spiegazione della musica, completamente esatta, compiuta e particolareggiata, riprodurre cioè esattamente in concetti ciò che essa esprime, questa sarebbe senz’altro una sufficiente riproduzione e spiegazione del mondo in concetti, oppure qualcosa del tutto simile, e sarebbe cosí la vera filosofia”. Io credo che siano parole illuminanti…quanto c’è in te di tutto questo?
Personalmente credo di non poter, in alcun modo, separare la musica da una più generale visione della realtà. In effetti, essa rappresenta totalmente il mio linguaggio, il mio modo di sentire, il mio personalissimo sguardo sul mondo e la percezione globale della vita.
Perché la musica, prima di tutto, si “vive”. In questo senso, riconosco nel pensiero di Schopenhauer la spiegazione più elevata e, al contempo, più profonda di come il linguaggio musicale abbia in sé la straordinaria grandezza di un concetto onnicomprensivo e trasversale.
A prescindere anche dal “farla” o, più semplicemente dal “goderne”, la musica è comunque capace di coinvolgere e riassumere in sé tutti i sensi e tutte le sensazioni, l’interezza del corpo in perfetta fusione con il Pensiero e il Sentimento umano… in questo modo, a mio avviso, essa diventa “vera filosofia”.
- Dal tuo modo di far musica e di gestire l’interplay si evince una forte spinta comunicativa, che si enfatizza nell’aperto rapporto musicale con l’ensemble. Ci puoi rivelare il tuo vademecum artistico?
In effetti, fin dal momento della scrittura, non ho pensato a brani jazz canonici, ma ho voluto assolutamente scrivere in una forma che tenesse in considerazione l’organico strumentale un po’ inusuale. Ma, soprattutto, miravo a creare atmosfere che, attraverso la fusione di due diversi modus, evocassero l’incontro millenario fra occidente e oriente. L’intera operazione è stata facilitata dal poter contare su artisti di alta professionalità ed esperienza che hanno compreso e fatto loro il progetto fin nella sua essenza.
- E’ questo l’inizio della realizzazione del tuo progetto o dobbiamo considerarlo un punto d’arrivo?
Certo la mia intenzione è che il progetto abbia un seguito, infatti, il lavoro che ho pensato, ha la durata di cinque anni, durante i quali, mi confronterò con altri Paesi dell’area mediterranea, come ad esempio (Spagna, Tunisia, Marocco...), per cercare di fondere ancora meglio il sound di” On the way to Damascus “ come una sorta di linguaggio comune, che identifichi sempre di più il patrimonio culturale comune.
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