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Interviste
Intervista a Chiara Liuzzi e Francesco Saiu del Radici Ensemble
di Fabrizio Ciccarelli
L’album “Radici” dell’originalissima formazione del “Radici Ensemble” sembra racchiudere un mistero profondo, un arcano costituito dalla spiccata intimità e ampiezza delle sue stesse coloriture intime, intense, ponderate, saldamente attaccate alle “radici”, tanto alla tradizione quanto alla musica contemporanea, secondo linee timbriche e registri che scaturiscono dalle esperienze artistiche in seno al bagaglio culturale di singoli strumentisti che esplorano armonie e ritmi di respiro ampio e profondamente mediterraneo, ancor prima che il “mare nostrum” avesse questo nome.
Da questi elementi prende forma questa musica così autentica, inusitata, ragionata, sentita, evidenziata nei suoi andamenti progressivi, attraversando l’animo di chi ascolta per stimoli artistici di inconsueta bellezza estetica. Le influenze musicali condensate sono riscontrabili nelle sfumate contaminazioni a metà tra la canzone popolare dell’entroterra e la musica colta, tra il canto trobadorico ed un action painting immediato nella cultura dell’improvvisazione, tra Debussy e la polarità espressiva della musica antiqua. E’ questo il punto di partenza di questo progetto così particolare, una creazione autentica ed innovativa, barlume di intelligente novità tra le produzioni musicali nostrane. Centro nevralgico del sound interiore prodotto dell’ensemble è il melange in atto tra gli strumentisti stessi, espressività miscelate da un comune sentire, sperimentare, ricercare ed emozionare. Lucente e pastosa è la voce della vocalist Chiara Liuzzi, disinvolta e sensibile nell’evocare il “forte sentire” dell’impressionismo stravinskiano e del cromatismo raveliano ; limpidi e ponderati risultano i segmenti disegnati dal chitarrista Francesco Saiu come intime e liriche appaiono le sfumature condensate dal clarinetto di Francesco Ganassin che sfila sull’ estemporaneo e delicato tappeto sonoro definito dal batterista Fabrizio Saiu. Un lavoro che si fonda sull’essenzialità dell’animo umano e sull’attaccamento al suolo, alla propria appartenenza culturale, espressa in una registrazione dalle strutture del tutto inusuali e particolari, che rimanda a fonti d’ispirazione di straordinaria ampiezza: un rigore di pensiero felicemente lontano dalle abitudini di discutibili riproposizioni di luoghi comuni troppo spesso in circolazione.
Intervista a Chiara Liuzzi
Il tuo canto pone in luce una sensibilità musicale completa dal lato “storico”, qual è la tua formazione artistica?
Ho conseguito i Diplomi di Canto e Musica Jazz presso i Conservatori di Musica di Bari Monopoli. Ovviamente la sola formazione accademica non basta per approfondire i vari aspetti della personalità musicale di un individuo, quindi le numerose frequentazioni artistiche ed i vari corsi e master seguiti in Italia e all’Estero mi hanno aperto sempre nuove prospettive di ricerca, permettendomi di arricchire l’ esperienza musicale, con uno strumento, la voce, che sebbene posseduto da tutti, da molti non è mai stato considerato tale. Tornando alla “sensibilità musicale” , ciò che realmente penso, è che indipendentemente dalla formazione artistica, sicuramente importante, sia fondamentale proiettarsi in un ascolto attento e profondo, fisico, di tutto ciò che ci circonda e che fa parte della nostra vita, non solo attraverso l’organo deputato all’ascolto, l’udito, ma anche attraverso tutti gli altri organi di senso, tatto, gusto, olfatto e vista. Intendo dire che ascoltare un qualsiasi suono, quindi le frequenze da esso prodotte anche con le mani ad esempio, non può che permettermi di approfondire una tipologia di ascolto che in questo caso diventa più “sentito” quindi attento, che raggiunge l’anima, cioè ciò che c’è dentro, il reale, l’essenziale, e che poi inevitabilmente verrà restituito attraverso la conseguente elaborazione creativa. Ciò che si può percepire è un senso di svuotamento e riempimento circolare, scambio e crescita. Attingo, metabolizzo, restituisco, mentre ci si esprime liberamente con i suoni, con le parole, con i colori, con il corpo, insomma con tutte le frequenze che mi circondano, il mio pensiero e il mio essere.
Conoscendo altri album che ti hanno vista protagonista, ho notato che in questo caso hai dato un’impronta differente alla tua interpretazione, è solo un’impressione o la valenza della rilettura d’un passato così vivo ha comportato un uso della voce più evocativo, più meditativo, più profondo.
In realtà RADICI è tutt’altro che un lavoro d’interpretazione dei brani di tradizione. Sono stati scelti brani interpretati varie volte nella storia della musica e da me in particolare, in differenti contesti e diversi ensemeble. Questa volta però quella stessa musica mi/ci ha chiesto di “connettermi/ci” su altri canali , per generare un altro flusso musicale. Parlerei di “simpatia” laddove per simpatia si deve intendere l’etimologia stretta del temine,dal greco συμπάθεια (sympatheia), parola composta da συν + πάσχω = συμπάσχω, letteralmente "patire insieme" quindi vibrare insieme. Questo “sentire” mi/ci ha permesso di raccogliere quella particolare RADICE, aprire un canale comunicativo profondo con essa e concedere a questa sinergia di generare altre melodie, quindi nuove e non interpretate.
Le “radici” che fine hanno fatto nel panorama musicale contemporaneo, soprattutto dal lato dell’esecuzione canora? Vorrei fare alcuni nomi….Amalia Rodriguez, Billie Holiday, Cassandra Wilson, Joni Mitchell, Cathy Berberian, Mercedes Sosa, nomi che mi vengno in mente in questo momento, ma ce ne sarebbero molti altri. Mondi davvero separati?
Ritengo che le radici siano presenti, ma a volte purtroppo la scelta è sempre quella di ripercorrerle e basta.
La composizione istantanea (l’improvvisazione) è considerata la modalità più efficace per esprimere la relazione tra il passato, le radici appunto, ed il pensiero musicale contemporaneo, però purtroppo diventa sempre più difficile la ricerca interiore della “simpatia” di cui parlavo prima. Credo sia indubbia la presenza nel background di numerosi musicisti, di nomi (come quelli da te citati)che hanno e continueranno ad avere una importante valenza storica, tuttavia ritengo che il lavoro di un compositore (perché di fatto dovrebbe essere definito tale un musicista contemporaneo) sia quello di interiorizzare il passato, metabolizzarlo, quindi premettergli di entrare nelle cellule e farlo “ri-suonare” attraverso la creazione di qualcos’altro. Spesso questo non accade soprattutto ohimè in presenza di un musicista che utilizza lo strumento voce.
Intervista a Francesco SAIU
Come nasce il progetto “Radici”?
L’ ensemble Radici nasce in Italia nel 2008. Fin dal primo incontro individua il suo ambito di ricerca in un territorio situato ai limiti di due domini musicali: quello popolare e quello contemporaneo. L’ interesse per lo studio del linguaggio musicale sia sul punto contenutistico simbolico che su quello formale, ha indotto i musicisti dell’ensemble alla re-interpretazione di melodie sacre e profane appartenenti a differenti tradizioni popolari del mondo (soprattutto di area mediterranea) attraverso l’utilizzo della composizione istantanea: l’improvvisazione, realizzando in questo modo, come prodotto finale, una destrutturazione e conseguente ricostruzione formale delle melodie prese in esame. Il “linguaggio della soggettività” ha reso esplicito il parallelo tra pratica improvvisativa e tradizione. L’improvvisazione è stata considerata la modalità più efficace per esprimere la relazione tra i canti popolari e il pensiero soggettivo/contemporaneo. Il lavoro discografico appena pubblicato, infatti, comprende undici tracce musicali che prendono forma da sei canti popolari, destrutturati e rielaborati con l’obiettivo di creare un nuovo asse melodico, una radice, dalla quale nasce e si sviluppa il flusso musicale. Il cd, dal nome omonimo dell’ensemble, testimonia un percorso di ricerca mosso dal bisogno di riappropriarsi della soggettiva dimensione spirituale attraverso un linguaggio che sia espressione dell’essere umano contemporaneo.
11 quadri per 11 rivistazioni, solo apparentemente. Cosa dire della loro composizione da un punto di vista strettamente tecnico?
La parola rivisitazioni, non credo sia appropriata, per questo lavoro. Prima di andare in studio, l'ensemble, in diverse occasioni aveva già avuto modo di sperimentare dal vivo una metodologia di lavoro che andava nel senso opposto di ciò che s'intende per rivisitazione. L'elemento melodia è stato isolato (perché per noi fondamentale per il lavoro di ricerca che si stava affrontando) e ha sempre prevalso su tutti gli altri parametri (armonia, ritmo, forma, struttura, linguaggio, stile) che non solo non abbiamo rielaborato, ma non abbiamo neppure preso in considerazione. e così si è arrivati in studio senza partiture, senza leggii, senza una scaletta. tutti noi conoscevamo ovviamente il "canto" di molte melodie popolari, già suonate insieme,di De Falla, Lorca, Montsalvage, Ravel....... altre addirittura sono state accennate per pochi secondi da Chiara, prima di premere il tasto REC e suonare sulla nostra idea di “Radici”.
Infatti io ho detto “apparentemente” rivisitazioni….
Chiara potrà meglio descivere la sua esperienza a riguardo....avendo trattato melodia e testo nel suo complesso......ad ogni modo, tutti abbiamo agito con lo stesso ruolo di “voci” per quanto possibile, ciascuno svincolato dal proprio ruolo nel 4tet, definito dallo strumento suonato..... abbiamo registrato il disco in circa sei ore, senza forme prefissate, strutture, partiture.....è stata un'esperienza davvero forte, meravigliosa....non avevo mai provato in studio una simile libertà espressiva...serenità. Nessuna traccia è stata editata durante il mix, ...semplicemente abbiamo preso le takes che secondo noi meglio funzionavano, e che mettessero in evidenza le peculiarità del quartetto in quel preciso momento.....non so se ci siamo riusciti.....è sempre complicato scegliere cosa tenere, cosa no.....soprattutto se si deve scegliere tra quadri che nascono estemporanei, quindi non sono tra di loro un rifacimento dello stesso brano per x volte...... spero di averti chiarito perché non ritenevo appropriato rivisitazione.
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