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ZeroMantra, "La distanza di un semitono", Storiedinote.fr 2020

Di Storie da raccontare c’è sempre necessità, preferibilmente in lingua italiana: cantarle è anche meglio, come insegnano generazioni di cantautori che hanno costituito la formazione di ZeroMantra, quartetto affiatato e incline ad una ricerca che dia nuovi indicatori musicali a versi immediati, spontanei, densi di immagini suggestive e di interessanti proposizioni di carattere morale ed emozionale.

La distanza di un semitono è il loro album d’esordio. Ne parliamo con Matteo Abatti, autore dei testi e delle musiche.    

D.Zero e Mantra: due concetti in fondo vicini…

R.Sì vicini, se si considera il simbolo del cerchio che accomuna sia il numero zero che la recita circolare di un mantra.

D.Qual è il trait d’union che lega le vostre 10 canzoni?

R.Come autore direi quello di essere state scritte di getto, e di avere ognuna una precisa identità musicale e un significato da esprimere.

D.Consideriamo la prima canzone e l’immagine simbolica “Nella mia scala di colori mi serve quello che è già fuori”: quanto questa “scala di colori” è nel significato complessivo dell’album?

R.“…Quello che è già fuori…” rimanda all’urgenza di accogliere la realtà così com’è, infatti “la realtà è terapia” è un mantra che fa da sfondo all’indagine e all’introspezione della psicologia e dell’animo umani descritti nei brani..

D.Canzone d’autore la vostra, ma anche molta attenzione all’arrangiamento musicale e all’uso delle chitarre…

R.Sì, i brani intanto nascono composti con la chitarra…quindi l’imprinting iniziale è definitivamente chitarristico, poi c’è un aspetto empirico che incide sul sound: nasciamo come quartetto con batteria, basso, chitarra acustica e chitarra elettrica, attacchiamo e ci difendiamo con le armi che abbiamo…

D.La “distanza di un semitono” in musica è qualcosa che nella sostanza può cambiare del tutto le fattezze d’un brano. E’ anche così nel senso metaforico che volete dare ad un’immagine di vita o, per meglio dire, di filosofia dell’esistenza?

R.“La distanza di un semitono” che nel linguaggio musicale è la più piccola distanza che separa due note vicine (almeno nel sistema musicale occidentale nella quale come giustamente dici esso arriva a discriminare la qualità essenziale dell’armonia) ci ricorda che nell’intenzione di ogni azione c’è un principio causale di bene o di male, c’è sempre un movente che ti spinge in una delle due direzioni disponibili. La dualità è un concetto che mi ha sempre affascinato, anche nel disco precedente (uscito a mio nome) avevo rappresentato nella copertina proprio l’immagine della luna e del sole come due simboli contrapposti.

D.Verrebbe naturale chiedere quali siano stati i vostri punti di riferimento per la costruzione di un viaggio in quattro: sentite realmente di poter esprimere un affetto particolare nei confronti di alcuni cantautori?  Infine: cosa significa sentirsi cantautori?

R.Non possiamo definire precisamente dei riferimenti artistici, si rischierebbe di generalizzare su un argomento che invece richiederebbe un’analisi approfondita di sfumature declinate a partire da un repertorio di ascolti e di “affetti” musicali personali di ciascuno di noi vastissimi…che ha probabilmente influito sia sulla composizione che sulla direzione del sound. Sicuramente ci sentiamo allineati a tutti quegli artisti italiani e non che hanno intrapreso e mostrato una strada di una certa etica musicale (studio, consapevolezza culturale, messaggio, rispetto, umanità) e ce ne sono tantissimi. Il cantautore probabilmente nella percezione sociale e culturale che si è affermata dagli anni 60 in poi si avvicina più all’identificazione simbolica di “guru”, che conosce alcune verità spesso esoteriche, nascoste e che le rivela durante i concerti al suo pubblico. Io la vedo così, i concerti più belli sono quelli dove si assiste più a un rito collettivo che a un’esibizione, dove ci si trasforma emotivamente e magari si ha la percezione di cambiare dentro. Nel nostro caso siamo una band e cerchiamo di divertirci suonando i nostri strumenti, siamo molto più ruvidi e disimpegnati di quello che magari potrebbe sembrare.

D.Il vostro sound è stato definito “pop moderno”: siete d’accordo? E, qualora fosse, perché mai questa scelta?

R.Altra definizione stretta, diciamo a questo punto, con una pistola alla tempia, pop-cantautorale, se non altro perché siamo un quartetto pop-rock che ad oggi ha interpretato brani di impronta “cantautorale”.

D.Un’ultima curiosità: se vi avessero chiesto di realizzare un album di cover, quali avreste scelto?

R.Nei live spesso inseriamo in scaletta altri brani di musica cantautorale italiana, ma ci piace  andare a cercare quei brani poco conosciuti o magari di nicchia ma bellissimi, Battisti, Dalla, Pino Daniele, Luigi Tenco…ma in un disco di cover salterebbe questa fedeltà alla linea italiana, anche perché togliendo il vincolo dell’originalità (intesa come cantautorialità) dei brani si aprirebbero possibilità musicali anche ad altri generi che suoniamo in altri contesti musicali, dalla fusion, al funk al Jazz…sembra strano ma è così. D’altronde la lingua italiana nell’ambito della canzone ha dimostrato di avere esigenze musicali particolari…come band cerchiamo di assecondare musicalmente anche e soprattutto il suono della parola.

D.Cosa vi aspettate da questo album e quanto pensate che l’eventuale risposta di pubblico e di critica potrà influire su un vostro eventuale prossimo disco?

R.Il prossimo disco è già concepito, sarà una grande evoluzione

Fabrizio Ciccarelli

Matteo Abatti (voce e chitarra) Manuel Castellini (chitarra elettrica) Andrea Dionisi (batteria) Matteo Valle (basso elettrico)

La scala dei colori 3:49      

La storia di Emy   3:55      

Soprannaturale    4:05      

Un saluto dalla Kirghisia (feat. Silvano Agosti) 0:23      

La tua storia       4:14      

La distanza di un semitono  4:02      

In tutto questo   4:06    

Due passi da Firenze   3:45      

Decidendo         3:27      

Nel nostro giardino   4:12

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