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Live Report
Dee Dee BridgewaterDee Dee Bridgewater all’Auditorium Parco della Musica per il Roma jazz Festival  35°edizione

"God bless the song"

di Stefano Cazzato
Dee Dee Bridgewater
voce
Edsel Gomez pianoforte

Kenny Davis
contrabbasso
Craig Handy sassofoni, flauto
Kenny Phelps batteria

Il tribute di Dee Dee Bridgewater alla grande Billie Holiday è stata un’operazione intelligente, colta, e molto postmoderna. Invece di evocare, a cinquant’anni dalla morte, il fantasma o il santino di Lady Day, Dee Dee ha giocato l’effetto sorpresa, puntando sulla sua classe infinita e sulle sue altrettanto infinite potenzialità vocali. Chi s’aspettava una riesumazione è rimasto deluso, ma solo per pochi secondi, il tempo giusto per capire che quella che stava ascoltando era un’attualizzazione radicale. Questa era Billy, ha detto a un certo punto Dee Dee, facendo l’imitazione di Lady Day, questa invece sono io, adesso, qui, a Roma, come a ribadire che sono due cantanti distanti e diverse (la Bridgwater è più vicina per molti aspetti a Ella Fitzgerald) e che cantare alla maniera di Lady Day sarebbe stato inutile e sconveniente. Meglio dunque essere se stessa, magari con Billie nel cuore, con la sua vita e i suoi ideali e i suoi temi sempre ben presenti nella testa, perché quelli non li ha dimenticati, ma con la voce propria, dotata di una personalità forte, libera da qualsiasi sudditanza sia nel timbro che nell’ispirazione. La mimesi, a volte, può e deve aspettare, chi vuole le cover deve andare da un’altra parte.

Si è trattato di un grande concerto: Dee Dee ha un modo di cantare che imprime alla strofa un andamento non convenzionale, fortemente ritmato, più swing che blues, e naturalmente una voce superba, benedetta dagli dei, difficile da eguagliare in tecnica, potenza e estensione. Qui era sostenuta da una band eccellente, di quelle che sanno stare al loro posto, salvo quando vengono sollecitate alla performance, una band che ha saputo esprimere arrangiamenti originali, non necessariamente appiattiti sulle sonorità che andavano negli anni Quaranta, al tempo di Billie.

In tal senso è stata interessante la scelta del repertorio compiuto da Dee Dee. Alle canzoni più note (Lady sings the blues, Lover Man, Hush- Don’t explain, You’ve changed) che hanno determinato la costruzione di un ritratto malinconico e perdente di Billie spezzata dal dolore per l’amore finito, ne sono state contrapposte altre più lievi (ad esempio All of me o A foggy day in London Town di Gershwin) e la notissima God bless the child (parole di Billie) dal tono lieve ma di acuta polemica sociale. Per non parlare di un’altra canzone che difficilmente viene selezionata nei dischi (da sempre veniva ritenuta “poco vendibile”) e che invece lei cantava in ogni concerto: Strange fruit. Dee Dee l’ha introdotta ricordando come la sua esecuzione fosse costata a Billie più di una volta il carcere. La femminista nera Angela Davis nel suo Blues legacies and black feminism (1998), dedicato alle principali figure femminili del blues, giustamente dedica un intero capitolo a Strange fruit e sottolinea come Billie, che ne era coautrice, abbia consapevolmente aderito alla lotta politica proprio con questa canzone, e il testimone sia poi passato, negli anni Sessanta delle lotte per i diritti civili e delle marce, a Nina Simone che includeva sempre nel suo repertorio proprio Strange fruit.  

Con questo brano, come per incanto, Dee Dee si è ricongiunta più direttamente a quello straordinario serbatoio di pathos e di valori che è la memoria collettiva, si è ripresa la razza ed è stata in tutto e per tutto l’erede di quella Eleonora Fanagan che al Cafè society nel 1939 cantò per la prima volta  l’inno contro il linciaggio dei neri. Ma i tempi e gli spazi sono cambiati ed è veramente difficile ricreare le atmosfere disperate e malinconiche o rabbiose di tanto tempo fa. Ormai gli artisti di colore hanno visto riconosciuto il loro talento, a volte immenso, come nel caso della Bridgewater, la cultura afroamericana ha avuto il successo che meritava e Obama è diventato presidente degli Stati Uniti.

Stefano Cazzato

 
 
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