|
Live Report
Tigran Hamasyan Trio, Domenica 27 Novembre, Auditorium Parco della Musica, Teatro Studio
di Francesco Tromba
Tigran Hamasyan pianoforte Sam Minaie contrabbasso-basso elettrico Nate Wood batteria
Siamo quasi giunti alla fine del Roma Jazz Festival di quest’anno che si è svolto come di consueto all’Auditorium Parco della Musica. Il cartellone prevedeva, per domenica 27 novembre, il Tigran Hamasyan Trio. Il giovane pianista armeno si è esibito nella sala Teatro Studio (quella più vicina ad un jazz club), insieme al bassista americano-iraniano Sam Minaie e al batterista Nate Wood.
Hamasyan ha vinto una serie di concorsi per giovani pianisti di cui il più prestigioso è quello del Thelonious Monk Intitute. Ha una formazione classica, ha iniziato a suonare il pianoforte a 3 anni e il suo linguaggio attinge oltre che alla musica classica anche al jazz, al pop, al rock, ed in particolare alla musica popolare armena. Classe ’87, ha già tre album da solista alle spalle ed ha presentato il suo nuovo lavoro, “A Fable” (Verve) riarrangiato per il trio.
“A Fable” è il brano di apertura, oltre a quello che dà il nome al disco. Potremmo dire che è la sintesi della poetica dell’artista, in quanto è una combinazione dei linguaggi musicali a cui il pianista attinge, tutti legati assieme dal folk armeno. Il pianoforte accenna il tema e subito dopo il contrabbassista accarezza le corde con l’archetto, chiamando ad intervenire la batteria. Il sound è altalenante, con continui cambi di tono e di ritmo, tenuti insieme da un fraseggio snello ed equilibrato. L’assolo al contrabbasso aggiunge romanticismo e melanconia.
Il secondo capitolo è “Some Day My Prince Will Come”, evergreen del jazz. Si tratta di un adattamento molto originale, al di fuori dei canoni classici. La base ritmica funk creata da batteria e basso elettrico permette al pianoforte di gestire la velocità del tempo musicale. Tigran utilizza espressività diverse per rendere il tema, passando da sonorità classiche a suoni fusion e percussivi.
“The Legend of The Moon” è un gioiellino dal suono romantico e meditativo, quasi da chiaro di luna. Il suono ridondante che Hamasyan lascia quasi sempre sullo sfondo crea l’atmosfera del brano che richiama i compositori russi. All’interno vi sono continui cambi di espressività da lento e riflessivo a potente ed aggressivo. Il basso elettrico e la batteria creano di tanto in tanto un mood fusion che richiama le band di Chick Corea.
“The Spinners” è un brano dedicato al filosofo armeno Georges Gurdjieff. Si tratta di un pentagramma di impostazione classica, ricco di pathos, energia e spirito, con lunghi pezzi di piano solo. Anche in questo caso l’eco dei compositori russi è facilmente individuabile. In questa occasione l’interpretazione di Hamasyan lascia davvero stupefatti sia dal punto di vista tecnico che del sentimento.
Un giovane interprete davvero interessante che sta seguendo e proponendo un percorso personale e raffinato. Dal punto di vista tecnico, e soprattutto nella bravura a trasmettere il proprio lavoro, il pianista armeno non ha quasi nulla da invidiare ai grandi musicisti. Unica pecca secondo chi scrive è l’eccessiva contaminazione fusion di alcuni passaggi. Per il resto siamo coscienti di aver ascoltato uno dei più grandi talenti della scena musicale jazz e non solo, anche se avremmo voluto suonasse di più. Un’ora e 15 ci è sembrata poco anche se ricca di qualità.
Francesco Tromba
|