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Live Report
Enrico Rava e PMJOEnrico Rava & Parco della Musica Jazz Lab “We Want Michael” - Auditorium Parco della Musica, sala Petrassi, Roma, 30.11.2011

di Fabrizio Ciccarelli

Enrico Rava  tromba
Mauro Ottolini  trombone e arrangiamenti
Andrea Tofanelli  tromba
Claudio Corvini  tromba
Daniele Tittarelli  sax alto
Dan Kinzelman  sax tenore
Franz Bazzani  tastiere
Giovanni Guidi  pianoforte
Marcello Giannini  chitarra
Dario Deidda  basso elettrico
Zeno De Rossi  batteria
Ernesto Lopez Maturel  percussioni 

Romainjazz ha già avuto modo di parlare del progetto di Rava e del PMJL circa la rilettura di alcune evergreens di Michael Jackson nell’occasione del concerto del 20 maggio scorso alla sala Petrassi dell’Auditorium Parco della Musica di Roma. Con molto intuito critico il nostro Stefano Cazzato ne aveva messo in luce passi jazzistici e coloriture sia solari che crepuscolari (http://www.romainjazz.it/live-report/666 ) : nessuna operazione filologica avrebbe potuto riportare in vita (bene hanno fatto dunque Rava e compagni a non percorrere questa strada), tanto la sua voce, la sua fisicità, la sua identità mutante, il suo stile  sono stati inconfondibili e insostituibili. Assolutamente vero, il progetto non si sviluppa secondo intenzioni “tradizionali” che intendano riproporre, in qualsivoglia linguaggio musicale diverso, performances del Peter Pan dalla vita complessa, e sicuramente tragica, che arricchì produttori e Case Discografiche nel corso di un trentennio, con quel tanto solito cinismo che lo show business americano ha malamente insegnato all’Europa e probabilmente al mondo tutto. Il fatto non sembra essere sfuggito a chi ha curato gli arrangiamenti con tanta intelligenza armonica e tanta sensibilità per la vicenda dell’uomo Michael Jackson, il trombonista Mauro Ottolini, eccellente e fantasioso innovatore di un sound ai confini di ogni genere black e geneticamente insito in ogni sound “bianco”. Thriller, Smooth Criminal, Another part of me, Wanna Be Startin’ Somethin’ e, naturalmente, Smile di Charles Chaplin, una delle canzone più amate da Jackson (che ne diede una versione lunare ed elegiaca, al di là del “facile” commerciale e non del tutto intuita nella sua tenue drammaticità dalla “critica colta”) vengono colte nella loro essenza profonda, nella loro potenzialità, per così dire, “plurilinguistica” in pentagrammi che recano, senza dubbio alcuno, vibrazioni e figurazioni blue quasi tenute a freno al tempo in cui i brani furono incisi, da chi decise che quelle songs dovevano essere di gusto piuttosto facile, accattivante e danzaiolo. Tant’è…

Ottolini ne scopre la scansione equilibrata fra blues, jazz, rock, reggae, musica caraibica, soul e funky, ne libera i controritmi, le fantasie lancinanti, le passioni meditative, le tensioni emozionanti, quel sound Motown che già appassionò Miles Davis in una meravigliosa rilettura di Human Nature nell’album You’re under arrest (incomprensibilmente ignorato dalla solita critica paludata) che nel brano di Jeff Porcaro e John Bettis capì quanto gli standards tradizionali erano stati in realtà successi di Broadway o dei film più “commerciali” (si pensi a Over The Rainbow o, se si preferisce, all’Estate di Bruno Martino) per dare una sonora lezione di stile all’intellettualismo arteriosclerotico di alcuni sapientoni di Down Beat e dei magniloquenti quotidiani newyorkesi. Davis, ricordiamo, pubblicò We Want Miles poco prima di You’re under arrest, anticipando un certo acid jazz che avrebbe fatto lezione nel decennio successivo: già, We Want Michael, affermano Rava ed il PMJL, non senza riferimenti culturali al trombettista di Alton.  E di acid jazz si può ancora parlare per atteggiamento innovatore ed interpretazione coerente, molto coinvolgente dal lato tecnico e dal lato emotivo. Che la band nel concerto si discosti dal jazz strictu sensu può anche essere, ma a noi piace che non vengano pedissequamente seguiti i gusti del pubblico o degli addetti ai lavori: pensiamo che le lezioni di fedeltà ai moduli tradizionali ed ai principi stilistici che eccitano le pagine di alcune riviste accademiche non servano a nulla e, anzi, siano fonte di inestinguibile noia.

Ben vengano i medio acuti intimisti di Rava (che Davis ha nel cuore), i tribalismi percussivi del formidabile Ernesto Lopez, le cadenze New Orleans degli ottoni, la possanza orgogliosa jazz rock del chitarrista Marcello Giannini, i non convenzionali assoli del bravissimo bassista Dario Deidda, il pianismo eclettico e misurato di Giovanni Guidi, gli arrangiamenti ironici alla Nino Rota, la portanza di fanfara da marcetta, l’angolosità rotonda e flessuosa da rock band, elementi tutti  che possono anche giungere, in tutta naturalezza, sino al free in stile Art Ensemble of Chicago di cui Ottolini intelligentemente fa uso spontaneo nell’evocare il lirismo e l’estetismo psichedelico del più bianco fra i cantanti neri e del più nero fra i cantanti bianchi. 

Del resto, se Quincy Jones si prese briga di curare, da trombettista mancato ma da formidabile produttore e compositore, l’album campione d’incassi di tutti i tempi (statistiche alla mano, Thriller, del bad boy:110 milioni di copie) un  motivo l’avrà pur visto, ben chiaro, considerato che aveva iniziato la propria carriera con Lionel Hampton, Clifford Brown, Sarah Vaughan, Ray Charles, Dizzy Gillespie…ed il motivo probabilmente era nel fatto che nell’industria dell’intrattenimento amava osare canzoni-evento dallo spessore estetico indiscusso, in grado di insinuare il miglior jazz nella gradevolezza più black di ritmi convenzionali. La lezione di Jones viene smussata dai Nostri in un mood avvolgente, di assoluto buon gusto e perfetto equilibrio, con un Enrico Rava perentorio, infuocato, magnifica Aquila Tonante nel senso dell’architettura musicale, singolare bopper in piena libertà modale di energia swingante  tra i movimenti della sezione fiati, agile e abile artigiano che estende e perfeziona il linguaggio dell’arrangiamento nel senso più moderno del fraseggio, come del resto da decenni gli è del tutto congeniale.

Un progetto simmetrico, fra l’elegia e l’ironia, privo di enfasi impettita, virtuoso e mirabilmente “semplice”, con la decisa sensazione che di idee così ce ne sia assolutamente bisogno, come il pubblico della Sala Petrassi, tutt’altro che di palato semplice, avverte dall’inizio alla fine con giusto entusiasmo e sorridente eleganza.

Registrata in presa diretta, con tutta probabilità possiamo affermare che questa performance diverrà album. E ce lo auguriamo, per consigliare un cd da non perdere, nella maniera più convinta.      

Fabrizio Ciccarelli

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