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Angelique Kidjo all’Auditorium Parco della Musica
sala sinopoli, 29 gennaio 2010
Angélique Kidjo è da molti ritenuta una delle interpreti più sensibili e vitali della musica africana: è una performer originale e di grande personalità e presenza scenica. Secondo Peter Gabriel “dà vita a tutto ciò che tocca” e tanto parrebbe dai dieci cd pubblicati, dalle quattro nominations ai Grammy e dal fatto che il suo “Djin Djin” è stato scelto come Best Contemporary World Music Album del 2008.
Nelle sue scelte ricorda Curtis Mayfield (di cui ha inciso “Move on up”), Otis Redding (che ha riletto in “I got dreams to remember”), Aretha Franklin (di cui ha reinterpretato “Baby I love you), James Brown (cui rifà il verso in un minuscolo funk ben rivisitato), Cassandra Wilson (ospite nel suo “Oremi”, Islands Records, 1998, con Kenny Kirkland, David Sancious, Brandford Marsalis e Kelly Price, e scusate se è poco…).
Per “Djin Djin”(EMI 2207) ha ottenuto la partecipazione di Carlos Santana, Alicia Keys, Brandford Marsalis, Peter Gabriel, Ziggy Marley; magnifico il suo duetto con Joss Stone per un “Gimmie Shelter” che lascia a bocca aperta, sfacciato il suo confrontarsi col “Bolero” di Ravel in “Lon Lon”, ma altrettanto impudente era già stata proponendo una versione stralunata di “Woodoo Chile” di Jimi Hendrix o incidendo una ostinata e bellissima “Out of Africa” per un film un po’ mieloso come “La mia Africa” di Sidney Pollack. Da quando ha vinto il” Premio Tenco” nel 2009 è conosciuta anche in Italia, e ne siamo felici.. Nanni Moretti ha voluto il suo sound per “Caro diario”.
Miriam Makeba il suo punto di riferimento. A proposito della grande artista sudafricana, dice: «All’inizio della mia carriera avevo problemi a cantare. A 12 anni, i vecchi del mio paese iniziarono a darmi della prostituta, perché secondo loro gli strumenti musicali che utilizzavo erano strumenti del diavolo. Avevo un bisogno disperato di una donna africana che aprisse la strada anche per me, mostrandomi che non c’era nulla di male a cantare. In quel momento Miriam Makeba apparve nella mia vita e rese possibile tutto questo».
La Kidjo si presenta sul palco con un abitino afro, naturalmente, con qualche bracciale e qualche collana stile etno, con improbabili capelli colori biondo oro sul suo metro e cinquanta circa. Appare felice. Ma a dirle che la musica ed il mito della serenità tribale potrebbero essere fumo negli occhi per quelle popolazioni i cui i movimenti di emancipazione sono assai deboli, perde la pazienza: "E che possono fare? Tutto è in mano ai bianchi, sono tutti bianchi anche i personaggi delle telenovelas. Per la gente di là la musica è un aiuto ad andare avanti, a sopportare. Preferisco che sentano la musica piuttosto che prendano una pistola o vadano in giro ad ammazzare la gente in nome della religione". E non è passata dall'altra parte, malgrado i tanti mesi che trascorre ogni anno a New York: "prendete la foresta amazzonica, e la distruzione degli alberi: chi sono i responsabili della catastrofe? Europei e americani. Chi ci guadagna? Europei e americani. Chi produce le armi con cui si ammazzano i poveracci delle favelas? Europei e americani. Chi produce le mine "intelligenti" su cui i disgraziati del mondo saltano in aria?". La musica ha forza "guardate cosa è successo con Mandela e il Sudafrica e ditemi non è vero"(Fonte: http://www.wittgenstein.it ).
Ciò che canta è solare fusione fra la cultura del Benin, suo paese d’origine, ed il blues, il jazz, il funk e, soprattutto, la Makossa: un’ibridazione certo non nuova ma innovativa per temi e poetica, un mondo di suoni ed immagini dai contorni onirici, dalle evoluzioni potenti d’una voce ben definita e dinamica, di ampia estensione, ricca di coloriture flessibili nella varietas delle esecuzioni egualmente intense sia in inglese sia in francese ma particolarmente coinvolgenti se in Youtuba, lingua dell’Africa Occidentale parlata da trenta milioni di persone tra Nigeria,Benin e Togo, koiné che lei vuole rappresentare al mondo intero.
Se ne accorge il pubblico, rapito dalla riproposizione di “Samba pa ti” di Carlos Santana, dove l’armonia fra la vocalità e la sonorità del brano disegna con linearità espositiva un modus “incontaminato”, perfino per un brano davvero inflazionato come quello chitarrista messicano. Poi una “Petit fleur” di Sidney Bechet di sobria intensità lirica, impressionismo disteso, quasi incantato, nelle sinuosità tipiche della ballad.
E’ però quando apre interamente la propria vigoria timbrica nelle curvature melodiche semplici e profonde nell’ormai traditional “Mama Afirika” che l’espressività si trasforma in volontà di contatto fulminante e dialogico con una platea che cede ai richiami della vocalist e sale sul palco per ballare e cantare con lei, secondo un rituale che potrebbe apparire istrionico, da pop star, ma che in realtà è assolutamente africano e tribale, rito liberatorio di energia positiva, di vitalità gioiosa, di pura felicità dell’esserci….cosa mai vista nella Sala Sinopoli, né immaginata o immaginabile in un ambiente come quello dell’Auditorium romano.
Angélique Kidjo nella sua deliziosa compostezza avvolge on stage con i suoi sorrisi, con i riverberi - evocati dai suoi testi – di profumi e profondità affettive che rimandano ogni sensazione al centro vitale d’ognuno di noi, all’inizio della nostra storia biologica: “Mama Afirika”, appunto. Il walking potrebbe non aver mai fine: il lirismo astratto, e ora corale, privilegia i cromatismi e le sfumature più sottili, nel modo di una conversazione musicale acrobatica quanto naturale e creativa. Di artifici neanche il sentore, tanto meno nella scelta della strumentazione del quartetto che l’accompagna: chitarre acustiche, una sola elettrica accordata in stile afro beat, basso, tante percussioni variopinte, batteria dal carattere “abrasivo”, preparata a dovere per i numerosi controtempi secondo l’uso makossa.
La Kidjo parla, continua a parlare col pubblico e specie con i bambini, racconta e ricorda Miriam Makeba e Fela Kuti e di quanto costoro avessero dimostrato come fosse naturale far musica, con un bastone ed un sasso, con un battito di mani e tutto il corpo in movimento, ciò che con convinzione lei fa e propone alla gente col suo sound così antico e così insopprimibile e attualissimo: come non accontentarla? Impossibile. I suoni senza tempo sono articolazioni visionarie, impalpabili, sfuggenti ad ogni memoria e riferimento razionale: uplifiting music secondo lo schema “intro / groove / climax / outro”. La presenza di una melodia principale, attorno a cui ruota la stesura del brano, accompagnata da una esplicita ritmica in 4/4, ma non sempre, dipende poi dall’estro del momento. Riflettiamo sul fatto che questi schemi oggi si chiamano Synth Pop, New Beat, Ambient elettronico, Rock Psichedelico,Trance, Techno, House, e che indicativamente i suoi BPM variano da un minimo di 130 ad un massimo di 170, a seconda dello stile considerato, per far discoteca, e che benissimo non fanno ai ritmi interni del nostro organismo. La Kidjo è molto lontana da quell’ambiente mentale: canta ora per la sua fondazione “Batonga”, per l’educazione delle ragazze africane.
E’ ambasciatrice UNICEF, lo ricorda e vuole che ognuno ricordi che esiste solo un mondo, per tutti. Naturalmente lo canta scendendo in platea saltellando e sorridendo, stringendo mani, accarezzando i più piccoli con le sue dita minuscole e fortissime, con le quali, poi, prende quelle di Carmen Consoli, con la quale ha inciso “Madre Terra”(Universal Italia 2006). La trascina sul palco: un blues all’insegna di un’estetica non convenzionale secondo la trasparenza delle pulsioni, per una ricerca di emotività non mediata fino in fondo, ispirato ad una simpatica combine nello scambio dei ruoli, nei vicendevoli contrappunti in un contesto di gaia eleganza nei riverberi di luce interiore.
Il blues torna ad essere africano: le ridondanze tipiche della musica tribale, specie quella a carattere sciamanico, irrompono nelle frasi, nella struttura elementare del brano. La sala all’improvviso si fa rossa per l’effetto luce, rossa come un tramonto africano, e chi l’ha visto non potrà mai più dimenticarlo.
Fabrizio Ciccarelli
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