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Geri AllenRicerca e ricercatezza:

Geri Allen e Timeline, Martedì 6 dicembre 2011 - Auditorium Parco della musica

di Stefano Cazzato

Geri Allen pianoforte, fender rodhes
Maurice Chestnut tap percussionist
Dwayne Dolphin contrabbasso
Kassa Overall batteria
 

La pianista e compositrice Geri Allen incarna un jazz colto e elaborato che decostruisce  i materiali della tradizione (con la quale mantiene sempre un rapporto dialettico) e li ricostruisce in nuove sintesi.

Se vogliamo adottare una distinzione cara al grande linguista francese De Saussure, possiamo dire che più che “atti di langue”, le composizioni della pianista americana sono “atti di parole”:  non hanno nulla di scontato, ma nascono dalla ricerca e dalla ricercatezza con cui da sempre lavora sulle strutture del linguaggio jazzistico per spingerlo in direzioni meno note e convenzionali.

Non è un caso che Allen si sia formata nel clima musicale della Brooklyn degli anni Ottanta, suonando con Steve Coleman e l’M-Base, e sia stata influenzata da un campione dell’improvvisazione come il pianista Cecil Taylor. Ma quella stagione innovativa, segnata profondamente dal free, non è diventata per lei un verbo da seguire in tutto e per tutto: quella stagione è stata un punto di partenza più che d’arrivo, una tappa, ancora oggi riconoscibile ma non eccessivamente ingombrante ed escludente, di un percorso complesso che si compone di influenze ed esperienze diverse. Tanto che oggi si può riconoscere che il jazz di Geri Allen, oltre che colto, ricercato e personale, è soprattutto versatile e sa combinare, al di là di ogni schematismo, elementi eterogenei con un effetto di assoluta compostezza ed eleganza.

“La musica è fatta di molte cose diverse”, ha dichiarato in un’intervista. E ne ha dato prova in questo concerto: Allen può salire sulle vette dell’intellettualismo ed essere estremamente popolare come quando propone con una certa sorpresa tre tradizionali brani natalizi; può suonare Astro del ciel nascondendone, come vuole e quando vuole, la linea melodica, per poi riproporla nella sua nuda e dolce essenzialità; può procurarti un brivido caldo lungo la schiena con una canzone di Billie Holiday ed essere  sofisticata e cerebrale; ti fa respirare l’aria del bop (con classici di Parker e di Philly Joe Jones) e poi farti perdere nei labirinti della sperimentazione. Ed è soprattutto coraggiosa quando mette su un’impegnativa sezione ritmica che vuole onorare l’energia, la corporeità e il movimento della musica afroamericana, utilizzando, in funzione tutt’altro che coreografica, le performance di un talentuoso ballerino di tip tap: l’onnipresente e iperpercussivo Maurice Chestnut.

 

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