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Live Report
14 Ottobre 2011 – Marcotulli-Rabbia al Teatro Valle Occupato
di Antonio Catalano
Roma, 14 Ottobre 2011, ore 22. Il Teatro Valle Occupato è frequentatissimo, il clima gioioso, e il sorriso ampiamente diffuso sul volto degli “occupanti” come su quello dei “partecipanti”, al punto che riesce difficile distinguere gli uni dagli altri. E’ ormai evidente che l’esperimento dell’autogestione di un luogo storicamente preposto alla cultura, sta dando i suoi frutti.
In questo clima, così effervescente per un teatro inaugurato nel 1727, Rita Marcotulli e Michele Rabbia danno vita a un concerto intenso e raffinato, intrecciando un gioco complesso di dialoghi, a volte pieni e altre vuoti, che finiscono, anche essi, per occupare tutti gli spazi della sala, rivestendola di un manto sonoro delicato ma anche incisivo. Lo stesso pubblico che fino a cinque minuti prima manifestava festosamente la propria estraneità ai protocolli da serata di gala, magari chiamandosi a gran voce fra platea e galleria, adesso ascolta in silenzio, completamente assorto nell’universo di significato che emerge dal discorso fra i due. Sì, perché in definitiva, i due artisti più che parlarsi, si ascoltano; interagiscono, interloquiscono, discutono, magari accavallandosi, ma sempre sul filo di un’attenzione costante, e sempre usando lo stesso linguaggio universale, che è quello della musica. Il pensiero fa presto ad andare verso sperimentazioni analoghe, come quella interessantissima, a tratti veramente prodigiosa, fra Ryuichi Sakamoto e Alva Noto; a tal proposito però, ci sono dei distinguo che è opportuno fare. La magia rarefatta degli incroci sonori made in Noto-Sakamoto deriva principalmente dall’incontro fra dicotomie di opposti: caldo-freddo, umido-asciutto, analogico-digitale, Giappone-Germania, morbido-rigido, armonia-rumore. In altre parole, la calda e morbida improvvisazione pianistica del giapponese bagna l’asciutta e rigida sequenza di suoni digitali del tedesco. Qui, invece, il dialogo scaturisce principalmente da una sensibilità condivisa, da un ascolto e un’interazione che non sono codificati a priori, se non su un canovaccio di massima. Siamo dunque su un terreno decisamente jazzistico. Ciò nonostante, è la Marcotulli, il più delle volte, a dirigere il senso del discorso: come in una danza in cui i tradizionali ruoli uomo-donna sono rovesciati, tocca a Rita portare con piglio deciso e costante, lasciando a Michele la possibilità di esprimersi in funamboliche piroette virtuosistiche. Il tocco della pianista è fermo, sicuro, tuttavia anche romantico, ricordando a volte quello del miglior Keith Emerson. Le scelte del discorso spaziano fra fughe barocche, standard jazz, improvvisazioni rumoristiche, misteriosi accenni indiani e perfino un omaggio a Domenico Modugno con una versione di “Amara terra mia”, la cui melodia è svelata solo a tratti, mentre il più delle volte resta nascosta dietro le progressioni armoniche della Marcotulli.
Il contributo apportato da Michele Rabbia è sorprendente; le sue scelte ritmiche, dinamiche e sonore sono preziosissime e sempre adeguate al momento del discorso. Ciò che colpisce è soprattutto la ricchezza del repertorio di soluzioni e la sensibilità con cui vengono utilizzate: avvalendosi di un’elettronica molto minimale così come di un vasto arsenale di percussioni, sia di tipo più ortodosso che non convenzionale, fino ad arrivare ad oggetti del quotidiano come buste di plastica e carta argentata, il corpo-strumento di Rabbia emette vibrazioni finissime, capaci di raggiungere corde nascoste e risuonare in profondità. In questo, si rivela molto di più di un ordinario percussionista, praticamente un vero e proprio sound designer. Le vette di eccellenza raggiunte da caposcuola del genere, come ad esempio Naná Vasconcelos, non sono affatto lontane.
Il concerto è terminato, e la sala del Valle occupato torna a fermentare, però con un’energia rinnovata, la stessa che si può provare dopo una sessione di yoga, capace cioè di smuovere e riallineare; infondere una calma pacificatrice ed una sensazione di forza tranquilla.
Antonio Catalano
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