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Live Report -  POLLOCK PROJECT all’AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA DI ROMA - Teatro studio (7 MARZO 2012)

di Roberto Coghi


Il concerto si è basato essenzialmente sulla comunicazione multimediale. La strumentazione acustica (percussioni, caisa, batteria e sax), che ha come base una serie di  mantra elettronici, viene arricchita da una serie di proiezioni, slides ed effetti grafici. Musica colta, sperimentale che va oltre il formale, ma che ha origine nel Jazz. Il nome del progetto si riferisce ovviamente al padre dell’
informale gestuale: Jackson Pollock.

Le immagini che egli ottiene con lo sgocciolamento dei colori sulla tela (dripping) si presentano come un caotico intreccio di segni colorati, in cui non è possibile riconoscere alcuna forma. Ma cosa sono le «forme»? Nella realtà sensibile è forma tutto ciò che ha un contorno, con il quale un oggetto, un organismo, si differenzia dalla realtà circostante e nel quale si definiscono le sue caratteristiche.
Marco Testoni, l'ispiratore del progetto, riferisce che da lui hanno ripreso tale tecnica riportandola alla musica: suoniamo, improvvisando, su dei loop elettronici.

Sconfinare dalla tradizione, sperimentare è quello che vogliono perseguire i Pollock Project partendo dalle emozioni passate: John Cage, Wayne Shorter, Joe Zawinul, Miles Davis, David Byrne, Glen Velez sono i loro riferimenti musicali. Così come Jakson Pollok ha dato uno sguardo a Van Gogh e ai nativi americani.

Le citazioni visive, proiettate sullo sfondo, accompagnano i tredici brani commentandoli. Le grafiche di Lorenzo Botticelli e le fotografie di Marco Bacci  passano da Jackson Pollock che dipinge a Marcel Duchamp che gioca a scacchi, dalla città di Buzziana al film “Lanterne Rosse” del regista Zhang Yimou. Non a caso il brano di introduzione si intitola Songlian, nome della protagonista del film. La base elettronica è come la tela bianca dell’artista sulla quale cadono mille gocce d’improvvisazione.  Gli stessi infiniti gesti creati da Marco Testoni che, con il suo tris di caisa, indaga le diverse scale pentatoniche. Altri percorsi vengono proposti dalla sezione ritmica di Max Di Loreto che,  giocando su un ottimo set di piatti, il suono sordo del tom e della percussione ricordano Trilok Gurtu. Completa il sax soprano di Nicola Alesini che, con suoni armonici, ci riporta al norvegese Jan Garbarek.

Chestnut C Circle e Feronia circle, sempre accompagnate dai fraseggi del sax, fanno rivivere le improvvisazioni e le atmosfere dei drum circles per esaudire il bisogno di libertà creativa data dal fluire del ritmo. Con Rivoli 59 e l’ Isola si mettono a confronto i due “aftersquat”: il microcosmo artistico nel cuore di Parigi con la mitica “stecca “ di Milano. Nella prima, l’edificio oggi ospita artisti ed è l’emblema dell’arte libera, mentre la vecchie case a schiera dell’Isola sono state demolite per dare spazio a nuove palazzine.

Il gesto musicale prosegue con una serie di assolo che confermano le capacità tecniche acquisite in tanti anni di collaborazione con artisti come David Sylvian, Billy Cobham, Roger Eno e non solo. Dal daire utilizzato da Max Di Loreto coadiuvato successivamente dai suoni metallici di Marco Testoni si passa alla magia dello strumento a fiato coadiuvato da una base di archi.
Una rosa mas o menos è un omaggio al poeta Pablo Neruda: “i poeti sono i guerrieri del presente…..la poesia è un’arma carica di futuro” ci dice Marco citando Gabriel Celaya.
Alessandro Gwis degli Aires Tango è invitato ad accompagnare al piano il brano di Miles Davis: In a Silent Way. Unnecessary è un riferimento “al più pazzo di tutti gli artisti”: Marcel Duchamp.
Chiude questa esperienza rarefatta, ma ricca di molteplici stimoli percussivi e visivi, il bis che ripropone Rivoli 59 con la collaudata partecipazione dello special guest  Alessandro Gwis.

Tutto il concerto è frutto di una serie di co-produzioni video e discografiche come  Helikonia, Tre Lune Records, Tweedle e StudioAlfa ed altre collaborazioni come la pittrice Antonia Carmi,  figlia di Eugenio Carmi esponente dell’astrattismo italiano, che firma le copertine.

Roberto Coghi

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