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Live Report
Sergio Cammariere, Auditorium Parco della Musica, 1.4.12
di Fabrizio Ciccarelli
“Ogni cosa di me”, il 6/8 fluido e onirico che apre il nuovo cd di Sergio Cammariere [Sony Music 2012], è un brano molto ascoltato nell’ultimo mese. Pensiamo possa divenire una delle arie più gradite dell’anno. Significativamente, a nostro avviso, l’artista non l’ ha incluso nella tracklist del concerto. Perché? Si tratta di un walking molto accattivante, gradevole e nebuloso, ben arrangiato e strutturato, ma poco consono al clima che ha voluto imprimere alla serata. Il raffinato Sergio, noto per il suo animo aperto al jazz, alla bossa, al latin, al world, alla grande scuola dei cantautori italiani, ha in mente altro: improvvisare senza pensare troppo ( un “non pensare”ben meditato s’intende ), cogliere l’istinto del momento, variare la propria sensibilità fusion in un passo surreale che abbia il moto interiore dell’inatteso e del non ancora “scritto”.
Di conseguenza decide di aprire la performance con un omaggio a Don Grolnick : ”Regrets”, pentagramma silente e rifrangente di luci crepuscolari, che dà vita ad un segno intimistico da chansonnier in completo nero con camicia bianca e calzini di seta in rosso pompeiano. Già, rosso. Rosso come il cromatismo di cui tinge ciò che viene, in inebriante dialogo con i comprimari con i quali ingegna un interplay di grande impatto stilistico e improvvisativo: l’affabile contrabbassista Luca Bulgarelli, il dinamico batterista Amedeo Ariano, il divertito e creativo percussionista Bruno Marcozzi, l’eclettico, fantasioso, eccellente violinista Oleg Cesari, ed uno dei trombettisti più abili nel panorama attuale, Fabrizio Bosso. Bosso è “uomo ovunque”, magari sovraesposto dai media, presente in ogni luogo ove ci siano ascoltatori da ammaliare o quando si ponga la necessità di affidare gli assoli a chi sappia muovere le emozioni ed il pensiero critico. A nostro avviso Bosso e Cesari sono gli strumentisti in grado di cambiare l’evento live in un percorso di inconfondibili sonorità dal timbro caldo, in uno slancio di figurazioni ricche, sicure e articolate non tanto in virtuosismi quanto in una poliedrica “semplicità” attraente quanto coerente e colta.
Poi “Spiagge lontane”, “L’amore non si spiega”, “Notturno swing” , “Tempo perduto”. Ed ecco che viene resa giustizia all’esistenzialismo del Nostro: melodie brillanti cadenzate dal dinoccolato Cammariere in sintassi impressionistica sapida e allo stesso tempo dissolvente, ininterrotta nell’ironia e nell’affettività dei testi, musicalmente esaltata dalla capacità dei solisti di dare sempre un senso all’interpretazione come in “Com’è che ti va?”, leggero omaggio a Vinicius de Moraes, in “Dalla pace del mare lontano”, in “Tutto quello che un uomo” e in “ Cantautore piccolino”.
Uno spazio sinuoso e spiritualmente complesso viene dedicato al secondo omaggio ai nomi cari al pianista: “The nearness of you” di Hoagy Carmichael, evergreen lirica, “popular song” elegante e sibilata nell’inconfondibile segno del grande autore americano, dilatata nell’andatura cadenzata, cifra di apertura sia per il ritorno alla pensosità di “Transamericana” che di “Malgrado poi”, ma soprattutto alla simultaneità cordiale dell’interazione col pubblico, cui viene chiesto di intonare tre note sulle quali ritrarre un tema istantaneo e discorsivo in duetto prima con Bosso poi con Oleg Cesari, che ci appare il più ispirato e spontaneo. Cammariere ha voglia di divertirsi, e si nota, il pubblico anche. Ed allora il duo piano/violino dà vita a cambiamenti di tempo, a sovrapposizioni doppie e semiserie, ad una tempestività vulcanica e sorridente, ad un “free painting” che modula Mozart, Bach, Paganini, lieder, controfacciate beethoveniane, ravieliane, faureliane, fino all’esplorazione old time, bluegrass e progressive alla David Garrett e David Cross, ad Eddie Jobson con Frank Zappa, per attestarsi virtuoso e fiammante nel climax californiano di Papa John Creach (primo attore dei Jefferson Airplane e degli Hot Tuna) in spontanee curvature di ottimo ed intenso equilibrio estetico.
Pensiamo che il momento più delicato e di elegante caratura interpretativa sia il terzo ed ultimo omaggio: lo swing flebile e delicato delle canzoni di Bruno Martino, autore cui giustamente si dà affetto con indubbia passione lirica in dichiarazioni probabilmente autobiografiche per “Cos’hai trovato in lui”, “Raccontami di te” ed “Estate”. L’atmosfera di musica da “Night Club”appartiene ad una categoria indefinibile, sognante e amorosa, utopica e a volte profetica, pensiamo che nel suo linguaggio jazzy e notturno appartenga del tutto a Sergio Cammariere, che la diparte in ossimori intimisti ed indubbiamente sorridenti .
In “Com’è che ti va?”(Onde Anda Você) del Vinicius de Moraes e del Sergio Bardotti evocati dal Nostro - “Oggi ancora io parto ogni sera /per un’odissea che cerca un perché/ nei discorsi dei bar / che di amaro in amaro /mi portano a te / E per parlare d’amore, di ragioni di vita / mi immagino già com’è che ti va…”- Cammariere dipana un discorso assoluto, maturo nel sound, originale nel groove, brillante e vero nella moderna levità. Una modernità affidata nel progetto scenico a Peter Bottazzi, artista dalle idee sempre originali che, attraverso luci e colori, suggestioni tra il magico ed il surreale, ha creato uno scenario atemporale tra il quotidiano incrocio di blue jeans e pantaloni vari che richiamano altri luoghi del mondo, in sintassi minimale e variegata, coerente allo spirito mediterraneo del concerto .
Leggerezza e introspezione, svagatezza e perturbabilità, aumenti e diminuzioni, mutabilità e accentuazioni, un clima primaverile fatalistista e, nei contenuti umani, gradevolmente imprendibile.
Fabrizio Ciccarelli
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