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Abdullah Ibrahim - piano
Sabato 14 aprile - Sala Sinopoli, Auditorium Parco della musica
di Stefano Cazzato
Vestito di nero, ieratico come uno sciamano, ma non distaccato dalla situazione e dal pubblico cui ha rivolto sorrisi e inchini di ringraziamento, Abdullah Ibrahim non ha pronunciato una sola parola ma ha fatto parlare la sua musica. Una musica che trasmette una straordinaria sensazione di vicinanza forse per la sua capacità di andare all’essenza lirica del suono e di toccare nell’intimo chiunque l’ascolti.
Un applauso scrosciante e sincero ha salutato sia la prima parte del suo concerto, una sinfonia di oltre un’ora che cuce in un unicum diversi pezzi intessuti di omaggi e citazioni (ci è sembrato di riconoscere Thelonius Monk e Bill Evans ma anche Debussy), sia la seconda parte, un bis di circa venti minuti in cui il pianista e compositore sudafricano ha ribadito l’itinerario della sua musica, un ibrido personale e convincente di blues, jazz, pop, world style e molto classico. Oggi la musica di questo straordinario artista, che si è formato sul jazz di Ellington, non fa più distinzioni di genere, è musica contemporanea e basta, in quanto ha abbattuto ogni classificazione formale e ha creato un impasto sonoro incantatore e avvolgente: un “mantra mood” come dice il titolo di un suo vecchio disco.
Dopo la fine dell’Apartheid e la conversione all’Islam nel 1968, la musica di Ibrahim, che pure è passata attraverso le rotture del jazz sudafricano e l’avanguardia di un John Coltrane e di un Ornette Coleman, è diventata meno rabbiosa, più raccolta, più rarefatta. L’evoluzione stilistica è il segno di un cammino mistico: l’apartheid non c’è più, il massacro di Sharpeville (72 morti provocati nel 1960 dalla polizia che spara sulla folla di colore in protesta) è un ricordo vivo ma lontano e Ibrahim ha fatto la pace con se stesso e con il mondo e comunica la gioia di una liberazione che non è solo politica e culturale ma anche interiore e mentale.
Essenzialità, olismo e melodia: questo esprime la musica di Abdullah Ibrahim. Ne è prova il suo modo di suonare il piano: raffinato senza essere virtuoso, distillato senza essere cerebrale, energico, scandito, ma fluttuante. Siamo d’accordo totalmente con Richard Cook e Brian Morton quando in Guide to jazz dicono che “il suo stile si basa su toni bassi punteggiati da melodie liriche”. I primi affidati alla mano sinistra e le seconde alla destra. Mani che, alternativamente o insieme, si staccano dalla tastiera, in modo che a parlare, seppure per una frazione di secondo, sia solo l’inesprimibile e il mistero. Ma è solo un attimo prima che riprenda l’introspezione e la meditazione.
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