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Live Report

"Tassili tour"

Tinariwen

Martedì 17/04/2012 Sala Sinopoli, Auditorium Parco della musica

di Roberto Coghi

 


Touhami Ag Alhassane voce, chitarra; Abdallah Ag Alhousseini voce, chitarra; Abdallah Ag Lamina voce, chitarra; Eyadou Ag Leche voce, basso; Said Ag Ayad voce, percussioni; Mina Walet Oumar voce, percussioni.

Tinariwen, in lingua Tuareg, vuol dire "deserti". Il gruppo musicale, provenendo dal nord est del Mali, riesce a fondere elementi blues, rock, world con la loro musica tradizionale.

Gli uomini del deserto hanno concluso all’Auditorium il loro “Tassili tour” dopo aver suonato a Torino, Milano e Ravenna.
Il nome è dato dall’ultimo album, pubblicato nel 2011, che ha dato al gruppo interessanti possibilità di collaborazione con i membri della “TV On The Radio”, con la “Dirty Dozen Brass Band” e con Nels Cline,chitarrista dei “Wilco”.
Prima di “Tassili” hanno inciso: “Imidiwan” (2009), “Aman” (2007), “Amassakoul” (2004), “Tisdas Sessions” (2002).
Il gruppo ha una lunga storia alle spalle sia come esperienza di vita che musicale.
Nomadi, provenienti da una porzione di quel Sahara devastato trent’anni fa da una gravissima carestia, furono costretti a emigrare. Giovanissimi si dispersero nelle zone circostanti, in Algeria e in Libia soprattutto, conducendo una vita di stenti perché venivano emarginati dalla stessa società Tuareg. Cominciarono così a coltivare un aspro risentimento, da un lato nei confronti degli "uomini blu", dall’altro soprattutto verso il governo del Mali che li aveva abbandonati. Negli anni Novanta si ribellarono con vere e proprie azioni di guerriglia. Gli scontri durarono fino al ‘96 seguiti da momenti di pace che li portarono ad utilizzare la musica come sfogo di energia ed unico modo per affermare la propria identità. Questo il motivo che lega l’immagine dei Tinariwen a quella dei ribelli Touareg con la mitragliatrice carica in mano e la chitarra elettrica a tracolla.
Iniziarono a suonare con le chitarre acustiche ed elettriche nella propria regione, in Libia, nei campi di addestramento del colonnello Gheddafi per i combattenti dei movimenti di liberazione di mezza Africa.
L’incontro con la formazione francese dei “Lo’Jo” (’98) ed il chitarrista inglese Justin Adams (componente degli “Strange Sensation” di Robert Plant) li porta a suonare in Francia, Europa e negli Stati Uniti.
Il gruppo, perdendo lungo la strada alcuni dei suoi membri originali e guadagnandone altri, ha attirato le lodi di Robert Plant, Elvis Costello, Thom Yorke, Brian Eno e Carlos Santana, con il quale si sono esibiti al Festival Jazz di Montreux nel 2006.
Le loro canzoni, ripercorrendo le strade di Ry Cooder e Ali Farka Toure, ci raccontano di sofferenza, nostalgia, solitudine, deserto, sete, disperazione, ma anche del semplice piacere legato ad insignificanti momenti quotidiani, alla contemplazione, alla meditazione o alla speranza di potercela fare grazie alla forza della comunità. Musiche che mostrano quella sensibilità e quello stato d’animo che, per sintonia, è molto vicino al Blues.
Il “Tassili Tour”, al Parco della Musica, è stato introdotto dal ritmo del jambé e dal profumo dell’incenso portato dal percussionista. Tutti i componenti, vestiti con i loro capi tradizionali, avevano il volto nascosto dalla “Tagelmust” (copricapo tradizionale).
La sonorità delle chitarre, dei battimani, del jambé o del Clabash uniti alla voce e ai cori ci ha riportato al deserto, alle loro prime incisioni, a quella semplicità che nasce dalla spontaneità.
I Tinariwen, pur avendo riscosso in questi anni e nel mondo molti riconoscimenti e successi, non hanno assolutamente alterato il loro spirito e lo stile della prima maniera, anzi esperienza e professionalità lo hanno migliorato. Le armonie vocali risultano splendide e le suggestioni acustiche portano alla meditazione. Con la loro semplice strumentazione e la loro esigua formazione, rispetto alle performances precedenti (mancava anche il bassista), hanno saputo celebrare con essenziale professionalità l’unione sacra tra l’uomo e l’ambiente. Il gorgheggio della donna tuareg, i riff ripetuti dalla voce solista, dalla chitarra elettrica e dai cori, le varie ritmiche che si susseguono e si accavallano ci riportano davanti al fuoco nel deserto.
Luogo che può essere al contempo il riflesso di dolorose circostanze collettive, ma anche momento liberatorio e quindi di gioia ed allegria, che si manifesta nel canto e nella danza. Voci che, in alcuni momenti, hanno trascinato il pubblico a ballare sotto il palco, ma in altri li ha portati al raccoglimento ed alla meditazione.

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