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Live Report -  "Ironiche dissonanze, armoniche interferenze e malinconiche presenze”

Gabriele Coen plays Yiddish melodies in swing

Venerdì 11 maggio  - Auditorium Parco della Musica

di Stefano Cazzato

 

Gabriele Coen:  sax soprano, sax  tenore e clarinetto
Pietro Lussu:  pianoforte
Marco Loddo:  contrabbasso
Luca Caponi:  batteria
Lutte Berg:  chitarra

La musica yiddish più la musica afroamericana, il risultato del loro incontro nell’America degli anni ’30, il tutto stravolto da una potente carica di improvvisazione che porta i brani lontano dalla loro scrittura. La struttura semplice e ricorsiva delle canzoni tradizionali  si complica e si arricchisce e quello che giunge a noi è qualcosa di molto più stratificato e sfumato.

Procede così Gabriele Coen nel suo rapporto con la tradizione klezmer, procede per aggiunte, per incrementi, per condensazione e sovrapposizione di suoni: c’è l’impronta delle origini, le inculturazioni, le interpretazioni e le interpretazioni delle interpretazioni. Capita così che un pezzo già trasformato dall’orchestra di Benny Goodman (più volte richiamato in questo concerto) si trasformi ulteriormente nelle mani di Coen e dei suoi bravissimi musicisti. Talvolta con riletture radicali, altre con cambi di ritmo, con un’energia nuova e con accelerazioni forsennate, altre con ironiche dissonanze e armoniche interferenze, altre ancora con arrangiamenti rock della chitarra, quasi alla Carlos Santana, oppure sostituendo lo strumento alla voce come nel caso di un pezzo interpretato anche da Billie Holiday. E una centralità indiscussa ce l’ha ovviamente il clarinetto, i cui “antenati” erano certo più portabili e trasferibili di un pianoforte.

Dissonanze ironiche, armoniche interferenze e soprattutto malinconiche presenze: in questa musica c’è sempre lo spleen identitario ebraico, il ricordo della terra perduta e dell’esperienza della diaspora, la nostalgia struggente e il pathos, il timbro inconfondibile delle bande itineranti, con influssi zigani, della canzone popolare, ma c’è anche (e lo abbiamo già rilevato recensendo il disco Golem) una capacità postmoderna di confondere le carte, di mescolare i suoni e di rileggere culturalmente il testo musicale. Coen dice che le canzoni del suo progetto sono così ricche di storia che meriterebbero forse più una conferenza che un concerto. Ma il suo, oltre ad essere un concerto, peraltro molto godibile, è anche una conferenza, una pagina di storia, un racconto letterario e spirituale. L’atmosfera di questo concerto ci ricorda Henry Roth di Chiamalo sonno: nel quartiere newyorkese del Lower East Side, o di Harlem, il nuovo immigrato sostituiva territorialmente il precedente, ma nei periodi di “coabitazione” si scambiavano musiche, balli, storie, cucina.

Tra le canzoni ascoltate, accanto a qualche vecchio brano, Coen ha eseguito quelle del disco appena registrato di cui questo concerto rappresentava l’anteprima: Lena from Palestina degli anni ‘20, inciso in originale da Dixieland Jazz Band; Per me sei bellissima, canzone inserita nel repertorio teatrale dell’epoca, anche del teatro leggero. Jewish Five omaggio a Take Five di Hancock, tempo in 5/4; un brano inserito anche nella colonna sonora del film Ogni cosa è illuminata, e perfino composizioni che rivelano contatti con melodie sudamericane, come già era avvenuto in altri dischi di Coen. Ma forse la canzone che meglio rappresenta l’intero progetto è La cugina imbranata. Questa canzone racconta dell’arrivo di nuovi “barbari”, soprattutto dall’Europa orientale, che non sanno parlare la lingua inglese ma solo l’yiddish, una lingua di famiglia e spesso (come in Roth) una lingua che diventa un codice segreto per tutelare e tramandare i segreti di famiglia. La cugina, pertanto, appare “imbranata”. Ma poi impara la lingua, si integra, va a ballare. Coen racconta che nella versione cantata (mentre qui, ovviamente, ascoltiamo la versione strumentale) la “cugina imbranata” da vecchia ritorna con la memoria alla sua terra d’origine e maledice Colombo per aver scoperto l’America. Ma anche qui il tono è ironico e la cultura americana, come si sarà capito, è parte integrante della poetica di Coen.

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