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Live Report

Steve MarianiSteve Mariani L 4 band al 28DiVino Jazz, 8 giugno 2012

con intervista a Steve Mariani

di Fabrizio Ciccarelli
foto di Claudio De Petris

(per visualizzare tutte le foto della serata, visitate il seguente link)

Come spesso accade al 28DiVino Jazz, molti si danno appuntamento per sentire musica nuova, per conoscere artisti nuovi, per scambiare opinioni: tutto ciò che necessita alle blue notes, come a qualunque altro genere, per divenire “maturo” da qualunque punto di vista. Questo è ancora possibile in , ahinoi, pochissimi locali romani, dal momento che il gorgoglìo pseudointellettuale ha da tempo preso il sopravvento e ormai dimora nelle hall di grandi alberghi, in sale da 2.500 posti, in loculi simili a grandi astanterie o, nella migliore delle ipotesi, ad algidi stanzoni preoperatori. Anche quello sarà jazz, non dubitiamo, ma noi preferiamo gli scantinati, le ex stalle, il fondaco, il magazzino riattato, dove abbiamo la sensazione che il jazz suoni meglio, le atmosfere non divergano geometricamente, gli incontri col calore delle note siano più veri, più immediati.

Siamo qui per la performance di Steve Mariani, musicista attivo dagli anni' 80, uno che ha lavorato in vari generi musicali dal progressive al jazz. Ha collaborato con molti grandi artisti italiani come Nini Rosso, Massimo Urbani, Fabio Mariani, Marcello Rosa, Leo Cancellieri, Enzo Scoppa, Tony Formichella, Carlo Battisti, Andrea Beneventano, Riccardo Biseo, Ettore Gentile, Enrico Zanisi, Alberto Parmegiani, Ezio Zaccagnini, Massimo Carrano, Giovanni Imparato, Arturo Valiante. Nel 2004 ha fondato il Lestrio, band con la quale sperimenta la propria Leadership anche come compositore e arrangiatore.  Dal 2009 collabora in modo stabile con Fabio Mariani con il quale si esibisce in tutta Italia sia in Trio che con il Fabio Mariani Group. Nel 2010 ha fondato insieme a Fabio Mariani  il progetto "Ce Vo' Pazienza", lavoro basato sulla rielaborazione moderna della Musica Romana. Ha partecipato a diverse realizzazioni discografiche tra cui “Triathlon” per il Joe De Vecchis Quartet e “Cyber Alice” per l’Alberto Tebaldi sextet. Una curiosità: in entrambi i dischi ha registrato con al piano Arturo Valiante….

Steve Mariani: eccoci alla serata. Bel quartetto:” L 4 band”. Enrico Zanisi al piano, bel talento, Pierfrancesco Cacace al sax, intuitivo e immediato, Max Baldassarre alla batteria, puntuale e discreto.  Steve al basso, naturalmente, compositore che nel corso degli anni ha trovato una forma organica libera e incentrata su una melodia costantemente impressionista, dalla timbrica ampia quanto i linguaggi percorsi ed i territori emotivi meditati e scelti per rappresentare il suo mondo variegato e molto gradevole all’ascolto, che in definitiva è cosa che molto conta per chi ha fatto della musica la propria scelta di vita.

Ballads notturne ben declinate in cantabili “sentiti” (“Simona”, eco dissolta di Petrucciani, “Grey Sky”, bossa assimilata al groove del miglior Pat Metheny),  segnali meditanti di gran tensione (“Departures”), “heartbeats” narrati con finezza estetica (“Paula”, e Jaco Pastorius nelle corde e nell’anima), respiri autobiografici come frammenti (“Anele”, ovvero “Elena” figlia di Steve, nitore assorto in stile Steps Ahead), movimenti coltraniani ed inquieti (“Oppressione”, “Area 10”), passi lirici di moderna elegia (“Too Hot”, “Mi-longa vida”), divertissement black di ironica disinvoltura, elegante nel trascinante fraseggio blues che ha indotto chi era lì a sobbalzare, schioccare le dita e improvvisare “scat” sorridenti (“Yellow Fire”).

Come dire? Quando la musica appare i colori si dilatano e prendono luce senza che ne venga richiesto né nome né archetipo.

Ne parliamo con Steve.

Nel concerto che hai proposto hai presentato brani di diversa natura compositiva: dal bop alla milonga, dal blues alla bossa: tutto ciò corrisponde al tuo modo d’intendere la musica, ovvero un percorso “totale” dialogato secondo linguaggi diversi ma tutti riconducibili ad un’unica idea: “sentire” e “comunicare”?

Tutte queste espressioni musicali sono il frutto del percorso musicale attraverso una vita di suoni nella continua ricerca di un equilibrio formale ma non edonistico, inseguendo melodie  cercando di non essere mai scontato, per quanto possa essere possibile non riecheggiare nelle proprie composizioni tutti gli ascolti fatti nella propria vita…Nell’esprimermi privilegio la comunicazione di emozioni e sentimenti che possano aver caratterizzato lo stimolo alla composizione.

Le tue composizioni sono solo apparentemente “facili”, in realtà celano un pensiero articolato che varia dal solare al notturno…

In realtà non saprei, in quanto a me risulta molto facile scrivere queste cose, un po’ meno eseguirle…  credo che siano brani di facile ascolto, ma non semplici. Se poi le emozioni che scatenano sono così variegate, non posso che esserne contento!

Durante la tua performance ho scritto alcuni nomi sulla mia agenda, istintivamente: Michel Petrucciani, Steps Ahead, Pat Metheny, Chick Corea, Gary Burton [poi ne indicherò altri] e naturalmente Steve Swallow…

… tutti grandissimi artisti! E’ un onore essere accostato a questi signori! Ho ascoltato molta musica di quel lato del mondo e di quel periodo, anche se non mi sento poi così legato alla cultura afro-americana in quanto ho solide radici nel nostro sound mediterraneo, però è innegabile il fascino che questi (ed altri) grandi artisti abbiano avuto su di me…

Perché il basso elettrico e non il contrabbasso?

La risposta più facile è che non lo so suonare bene come l’elettrico… Fino a due anni fa le mie composizioni sono state proposte in versione più jazzy, col contrabbasso appunto…Però anche questo è il frutto di una mia evoluzione e di scelte compositive abbastanza recenti: ho riscoperto i suoni elettrici a me più cari e più vicini alla sintesi degli anni ’70-’80 caratterizzati dalla presenza di groove molto importanti e di solide basi ritmiche, linguaggi che mal si accoppiano al sound del contrabbasso.

Come vedi il panorama attuale del jazz italiano?

E la domanda successiva? Scherzo….Girando girando si incontrano talenti spesso sconosciuti e che rischiano di restare tali. Forse è stato sempre così, nella vita come nel jazz, ma credo che un po’ più di coraggio da parte di organizzatori di Festivals e delle etichette più blasonate nel proporre e supportare nuova linfa a questo mondo abbastanza asfittico e scarso di idee originali, non potrebbe fare altro che bene!
So che mi farò parecchie inimicizie, però ritengo che la parte più ricca del jazz italiano sia in mano a persone che non abbiano più (in certi casi non hanno mai avuto…) voglia di rischiare e di mettersi in gioco per ricercare equilibri sonori più avanzati e, soprattutto, per esprimere se stessi fino in fondo.
Se sul palco non ci si mette a nudo, credo che sia perfettamente inutile salirci.

Quali consideri i musicisti a te più cari?

Tanti… troppi per citarli. In modo trasversale dai Beatles ai Pink Floyd, a Stevie Wonder piuttosto che Jimi Hendrix, o anche i Gentle Giant o la Pfm, Ella o Duke, Miles, Steps, Jaco, Debussy, Ravel, Dalla, Jobim, Morricone.

La trasversalità è da sempre una caratteristica del jazz: oggi qualcuno la legge come povertà inventiva. Che ne pensi?

Che sono i poveri di spirito a non capire che la Musica non ha etichette…

Dovessi scegliere una formazione ideale, quali sarebbero quelli con i quali vorresti suonare?

Visto che è un gioco mi diverto a fantasticare e comporrei una orchestra con due batterie, Steve Gadd e Peter Herskine, due bassi Steve Swallow e Esperanza Spalding, due chitarre, Allan Holdsworth e John Mc Laughlin…. e così via. La mia realtà è un po’ diversa da questi sogni, perché nel comporre la mia band ho bisogno di instaurare coi musicisti un rapporto personale che poi si esprimerà anche attraverso la musica che suoneremo e per fare ciò ci vuole tempo…. cosa che verosimilmente non avrei mai se potessi rapportarmi coi  rappresentanti del gotha musicale internazionale! I musicisti ideali saranno sempre quelli che riusciranno a farmi stare bene mentre suono…

Tornando alla serata al 28 Divino: abbiamo riso assieme a fine concerto perché l’ultimo brano evocava i pensieri più gioiosi e caldi in un clima “hot black” molto coinvolgente. Poi abbiamo cantato assieme “Vorrei la pelle nera” di Nino Ferrer (ovvero Wilson Pickett e James Brown). Facciamo il bis?

Qui, adesso? Il funk è una mia vecchia passione e questo brano l’ho scritto un po’ per gioco, ma un po’ perché mi piaceva rievocare atmosfere vicine al sound degli Yellowjackets…  può anche darsi che ne scriverò altri, magari meno di “maniera”…una cosa certa è che quando ascolti musica “black” la riconosci immediatamente perché non riesci a stare fermo, devi ballare sul groove che ti viene proposto, è musica ancestrale che coinvolge il lato più profondo ed istintivo della nostre anime…

Un pensiero ai tuoi comprimari della serata.

Voglio citare per primo un amico che, per una mia scelta di ricerca sonora, l’altra sera non era con noi a suonare ma che ha contribuito molto alla costruzione di questo sound che avete ascoltato e cioè Alberto Parmegiani. A stretto contatto di gomito e co-autore delle ritmiche il sempre fantasioso e creativo Max Baldassarre, compagno di diverse esperienze comuni, come anche Pierfrancesco Cacace, con lui ho condiviso cinque o sei formazioni diverse, anche non nostre… Piero è un animo sensibile ed un professionista serio e capace, e col soprano riesce a toccarmi corde molto profonde dell’anima.
E di Enrico posso dire molto poco, dato che si presenta benissimo da solo e non necessita di miei complimenti ma di attenzione da parte di media, critici e manager che sappiano valorizzarlo come merita: è proprio uno di quei casi che citavo dove il talento assoluto fatica a trovare spazio in un mondo artistico bloccato.

Sappiamo che entrerai in sala d’incisione, finalmente: era ora di prendere questa decisione. Cosa accadrà?

Cercherò di mettere in una forma definitiva e, possibilmente, più incisiva le mie composizioni.
Ho intenzione di registrare quasi tutti i miei brani ma poi mi riservo la scelta di quali pubblicare in questa produzione e quali, eventualmente, lasciare per una prossima, magari non tra quarant’anni!

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