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L'Orchestrion Project di Pat Metheny
Pochi come Pat Metheny possono vantare un costante interesse presso il pubblico ed una notevole considerazione presso la critica internazionale. Eclettico e vulcanico, interprete originale e virtuoso indiscusso, è riuscito ad imporre la chitarra nel panorama jazz internazionale, rivoluzionandone il ruolo e la sintassi, dando vita ad uno stile assolutamente personale e contemporaneo, totalizzante, quanto mai aperto ad ogni genere e ad influenze musicali d'ogni tipo.
Nell'ambito del suo tour italiano, seguito all'Auditorium di Roma (per l' ottima rassegna "Contemporanea") e al Teatroteam di Bari, presenta il suo "The Orchestrion project" nel quale, operando in tempo reale con sofisticate tecnologie, ha inteso proporre il suono di un vero ensemble, una performance singolare, attenta nell'inventio, curata in ogni dettaglio tecnico. Lo stesso Pat Metheny avverte sul suo sito: "Questo progetto è il frutto di un pensiero che combina un'idea della fine del XIX – inizio del XX secolo con le tecnologie di oggi per creare una nuova piattaforma che non ha limiti per la composizione musicale, l'improvvisazione e l'esecuzione. "Orchestrionics" è il termine che uso per descrivere un metodo per sviluppare un ensemble musicale che utilizza strumenti musicali acustici ed elettrici, meccanicamente controllati in vari modi utilizzando solenoidi e principi della pneumatica."
L'intenzione è quella di creare "un contesto compositivo molto dettagliato o un' improvvisazione musicale spontanea con i vari elementi che in questa forma di registrazione tendono maggiormente verso l'aspetto della creazione". La chitarra elettrica diviene dunque un elemento di espansione, volendo ampliare il significato di "improvvisazione" verso aree nuove, almeno nell'intenzione," in qualche modo ridefinendo il concetto di una performance solista da parte di un singolo musicista"; in questo caso, di ogni singolo oggetto meccanico.
Presenta sul palco il primo elemento della band virtuale, un pianoforte automatico (meglio conosciuto come autopiano o player piano), che da decenni intriga il Nostro: "Quando ero bambino, andavamo ogni tanto d' estate a trovare i miei nonni a Manitowoc (Wisconsin), la città natale di mia madre. Mio nonno (Delmar Bjorn Hansen) è stato un grande musicista, un trombettista e cantante davvero eccellente, la sua profonda passione per l'armonia ha avuto un' influenza molto forte su di me. Appena arrivati a casa loro, mi precipitavo nel seminterrato, dove si trovava uno dei più preziosi beni di famiglia: un vecchio pianoforte automatico che allora aveva più di 50 anni, con tanto di scatole piene di rulli con tutti i possibili generi musicali. Trascorrevo ore là sotto con i miei cugini, provando ogni singolo rullo e pigiando i pedali finché non eravamo completamente esausti. L'idea di uno strumento del genere, capace di suonare davvero tutto in maniera meccanica, era completamente sconvolgente per me. Era molto affascinante: da una parte era qualcosa di sorpassato, dall'altra era quasi fantascientifico. Nel corso degli anni quella fascinazione è cresciuta e ho studiato la tradizione di quel genere di strumenti, inclusi gli orchestrion dell' inizio del ventesimo secolo che hanno ulteriormente rafforzato questa idea: utilizzare meccanicamente altri strumenti orchestrali, collegarli come il piano al meccanismo dei rulli per sviluppare un insieme di suoni che rendesse possibile creare un' orchestra in miniatura". In definitiva, questo interesse Metheny l'aveva più volte manifestato: nel 1978 pubblicò" New Chautauqua", una session realizzata nell'idea di sovrapporre diverse chitarre per generare un suono di insieme. Idee similari diedero vita ad album quali "Offramp"(1982), "First Circle "(1984) e "Still Life (Talking)" (1987). Ma a quel tempo quel sound non era proprio possibile riproporlo dal vivo; qualche anno dopo possibile lo è divenuto, ricorrendo alla live looping technology (i samples, in altri termini). Ma le restrizioni anche usando quel metodo erano ancora tante.
Col passare del tempo ha tutt'altro che dimenticato l'idea, provando e riprovando a coniugare la più sofisticata tecnologia con l'espressività naturale degli strumenti acustici. Egli stesso, ancora sul proprio sito, ricorda: "Un effetto collaterale dell'essere un musicista cresciuto alla fine del 20° secolo e che è anche un chitarrista è che, in maniera quasi del tutto naturale, ho vissuto una vita parallela profondamente immersa nel mondo della tecnologia musicale Insieme alla rivoluzione informatica che ha toccato la vita di tutti noi durante gli ultimi 40 anni, siamo anche stati testimoni di un cambiamento radicale nel modo in cui si fa musica. Allo stesso tempo, entusiasta come sono della potenzialità orchestrale di sintetizzatori e strumenti elettrici in generale, anche se questi strumenti si sono sviluppati enormemente e continuano a farlo, l'idea generale di mescolare un insieme di suoni polifonici in un singolo set di altoparlanti stereo non è mai stata tanto soddisfacente quanto un singolo strumento che esce da un unico discreto sistema di amplificazione (chitarra elettrica) o, più in generale, il potere degli strumenti acustici ed il loro suono".
Perché "Orchestrion"? Sicuramente Metheny sente la necessità di esplorare nuovi linguaggi, nuove grammatiche elettroniche in armonia con il suo antico desiderio di rivisitare quella particolarissima tradizione musicale, avendone intuito le potenzialità espressive futuribili, avendone scoperto aree cromatiche differenti, sicuramente contestualizzabili nella verve futuristica che in modo così intenso anima il suo sentire. Il tentativo d'esprimere qualcosa di differente è oggetto della ricerca d'ogni artista, senza dubbio. E secondo lo stilema "non c'è arte senza sperimentazione" egli sottolinea come nel jazz i musicisti spesso siano stati pionieri nel provare nuove tecniche e nuove tecnologie: si pensi al progressivo cambiamento nell'uso del sax o della tromba, o all'adattamento di strumenti classici quali la chitarra o il pianoforte. A proposito della propria sperimentazione afferma: "Questa ricerca, insieme a quella di contenuti sempre più profondi e di valore, ha reso la storia del jazz un viaggio pieno di fascino. Come mi è già successo parecchie volte nel corso della mia carriera, mi sono ritrovato a desiderare una situazione che si connettesse a questa lunga tradizione e, allo stesso tempo, a volere fortemente trovare un modo per conciliare quegli impulsi con le opportunità fornite dal momento in cui sto vivendo – a trovare qualcosa che possa succedere solo ora, nel 2010 ".
Si sa, in ogni caso, che ogni fermento d'avanguardia abbia a scontrarsi con parametri stilistici non sempre "facili" o godibili o con disinvoltura assimilabili. Il piacere dell'ascolto, dunque? Il chitarrista non fa mancar risposta: " Quello che dico sempre è che, sia essa acustica o suonata diversamente, la musica buona è musica buona, che venga da uno strumento da pochi soldi o da un computer super sofisticato. Ma la buona musica, una volta che si è rivelata, sembra trasportare oltre il proprio valore intrinseco, a discapito della sua provenienza".
In sostanza, come affermava Dmitri Shostakovic, l'importante è abbattere tutti i confini di genere e di tempo, dimostrare che non esiste musica giovane o musica vecchia e allargare l'orizzonte d'ascolto, così come non esiste musica bella o musica brutta, esiste solo quella che fa vibrare l'anima e quella che lascia indifferenti. L'essenziale, in ogni caso, sarebbe riuscirci; e stavolta il versatile concertatore del Missouri più di qualche perplessità la desta. La sua straordinaria macchina appare come un trofeo di oggetti meccanici e apparecchi digitali, elongazioni tutt'altro che invisibili della sua fantasia. Del resto spesso si è avuta la sensazione che gli strumentisti che ha scelto nella sua brillante carriera fossero in realtà tentativi di dar forma al suo poliedrico sentire la musica, anzi "le musiche", estensioni di un' unica categoria estetica. L'Orchestrion dovrebbe esserne la definitiva materializzazione: synth guitars, Synclavier, rullanti, piatti, charleston, tom, congas, marimbas, piano, campane tubolari, chitarre varie, bottiglie, vibrafono, tastiere, tutte collegate fra loro grazie alle intuizioni del suo inventore Eric Singer e della LEMUR, che lui, direttore e maestro, pilota con la sua chitarra e con il sistema Ableton. Su tutto, l'entusiasmo incontenibile del chitarrista che, in qualche modo percorrendo ancora una volta le sonorizzazioni esplorate a suo tempo con la magnifica Pikasso a 42 corde, talora scivola in armonie che si insinuano nella concezione di un sound segreto, intimo, di un'arcana movenza vibrante di venature elegiache. Poi, man mano che si fa strada il momento clou della realizzazione, vira in pulsanti ritmi sospesi, volutamente incompiuti, scattanti, elettrici, fulminanti: un moto complesso dell'anima, un flusso di coscienza che rivela il lato meno semplice del suo pensiero, quello che meno si conosce e che non necessita di ingentilimenti per le proprie passioni e che plasma i caratteri stilistici in nomenclature lontane, introverse, aspre, acide, distanti dal comune senso sia delle blue notes sia di ogni immaginabile scrittura musicale. Solo allora si intende bene perché Metheny stesso abbia dichiarato quanto fosse difficile spiegare il suo progetto fino a che non avesse avuto la possibilità di realizzarlo on stage, di esibirlo davanti al pubblico in tutta la sua materialità, la sua concretezza straniante di luci violette, rosse e gialle, quasi una simbologia psichedelica per il dipanarsi di un pathos dinamico quanto inquieto, quello intuibile della sua storia interiore.
Come vero "one man band" descriverà al pubblico le motivazioni della performance in velocissimo slang, secondo la scelta di vivere in toto le esperienze musicali del nostro tempo, di interagire con l'intelligenza artificiale spaziando fra dimensioni armoniche inesplorate. Stesse notazioni dà peraltro con chiarezza ancor maggiore nel booklet dell'album ("Orchestrion", Nonesuch 2010).
Sembra imminente il ritorno di Metheny col suo Group (Lyle Mays, Steve Rodby, Antonio Sanchez), si parla di un nuovo tour per l'estate. Non che si speri che l'ex enfant prodige indossi di nuovo jeans e t-shirt colorata, ma di quella sua Gibson 175 del 1958 francamente si sente un po' la mancanza.
Fabrizio Ciccarelli
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