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Live Report
MelingoDaniel Melingo all’Auditorium Parco della Musica -  Giovedì 31 marzo 2011 Teatro Studio

“Verso la vita, verso la poesia”

di Stefano Cazzato

Quando è comparso sul palco (camicia rossa, tre quarti grigio scuro e borsalino sulle 23) si è subito capito che non sarebbe stato solo un concerto, anche se poi un concerto è stato, emozionante e salutato dal pubblico con un entusiasmo davvero fuori dal comune. C’è stato un po’ di tutto nella performance del cantautore argentino Daniel Melingo all’Auditorium di Roma: la musica, suonata ad alti livelli da eccellenti musicisti, ma anche la poesia, la danza, la recitazione, il cabaret, la sceneggiata. E c’è stata soprattutto la vita, raccontata con una voce scura e maledetta che sa “cantar como una cicatriz” (cantare come una cicatrice). 

Il grande conterraneo di Melingo, Jorge Luis Borges, ha scritto che il compito dell’arte è quello di andare “verso la poesia, verso la vita. E la vita è fatta di poesia. La poesia non è un’estranea; la poesia è sempre in agguato dietro l’angolo. Ci può balzare addosso in ogni momento”. Ma bisogna che qualcuno sappia vederla e comunicarla. Melingo è uno di questi, uno che sa “caminar por la calle olfateando la poesía como un perro de presa” (camminare per strada fiutando la poesia come un segugio).

Segugio della poesia è la definizione che il cantautore di Buenos Aires ha dato di sé e s’adatta alla perfezione alla sua personalità autentica, ispirata, totalmente coinvolta nelle storie che racconta, al punto che quelle storie sembra averle  vissute davvero,  e se non le ha vissute certo le conosce e le sente, considerato il trasporto e la convinzione con cui le canta. Sono le storie di una città notturna e marginale, degli esclusi che la abitano, di uomini e donne che hanno smarrito la direzione ma che hanno ancora sogni e sperano ancora in un po’ d’amore. Tuttavia, anche quando parla di droga, coltelli e malasorte, di carcerati e suicidi, di poveri operai e prostitute, di esuli e vagabondi, Melingo lo fa con un’ironia postmoderna e surreale che lo tiene al di qua del melodramma e del manierismo bohemien. Può essere duro, noir, angosciato come il personaggio di una sua canzone perseguitato dalle ansie, ma non lacrimevole. A proposito di ironia, un’altra canzone parla di un poeta colombiano “elegante, sguardo felino, baffi e parole trionfali” che prima ammazza una ballerina, poi si salva dal carcere perché una contessa gli paga la causale e infine muore in un ristorante abbracciato a due cocottes, bevendo “campagne” (avete letto bene, è la pronuncia spagnola, e Melingo termina la canzone fingendo di stappare una bottiglia con uno schiocco).

Ci sono i giusti contrappesi e equilibri in questa forma d’arte al punto che qualcuno ha detto che Melingo ha raffreddato il tango, fondendo elementi diversi: la partecipazione accorata e l’ironia, l’intimo e il comunicativo, il letterario e il popolare, il  tradizionale e il nuevo, quel nuevo che lo porta a mescolare  linguaggi alti e bassi tra cui il tango, il rock, gli chansonnier, la canzone esistenzialista e il folklore del mandolino e del bandoneon (efficacemente equilibrati dal clarinetto, dalle chitarre e dal contrabbasso).

Su queste basi Melingo sviluppa e porta da altre parti la preziosa eredità del fondatore del tango Carlos Gardel, protagonista di una canzone sugli argentini a Parigi. Ma la sua memoria di come e dove è nata quella musica è molto forte.  Proprio mentre contamina riscopre un certo spirito del tango, non quello delle scuole e dei locali alla moda, ma quello delle milonghe, delle strade e del barrio cui, sul finale, ha dedicato una canzone bellissima, commovente e probabilmente autobiografica: “me ne sono andato via dal barrio con tutto il carico dei ricordi”. Ma il barrio è sempre lì, come la poesia, in agguato dietro l’angolo.

di Stefano Cazzato

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