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Live Report
Sabato 16 Aprile 2011 all’Auditorium Parco della Musica di Roma - Sala Petrassi. Rassegna Solo: Rita Marcotulli
“Le metamorfosi della natura e quelle della musica”
di Stefano Cazzato
Si chiama Solo la rassegna dell’Auditorium in cui si è esibita Rita Marcotulli, ma va detto da subito che non di solo piano si è trattato. Infatti Marcotulli incarna un jazz coraggioso e autorevole, aperto e ricco di influenze, decisamente rivolto a esplorare ambiti musicali e territori artistici alternativi a quelli convenzionali. Un jazz che vuole toccare l’ascoltatore, andando all’essenza della musica e senza ricorrere al virtuosismo e alla ridondanza, anche se potrebbe essere virtuoso visto le eccezionali qualità tecniche e di improvvisazione della pianista romana che in una recente intervista ha dichiarato: “ il mio scopo non è il virtuosismo ma far uscire la mia parte interiore”.
Il concerto dell’Auditorium ha confermato questa ricerca interiore, mostrando come Marcotulli sappia sintetizzare in uno stile personale, elaborato e comunicativo al tempo stesso, lo straordinario materiale sonoro, visivo, emotivo che costituisce la fonte d’ispirazione delle sue composizioni e interpretazioni. Si tratta di un materiale che viene da più parti: dal cinema, dalla canzone, dalla poesia, dalla cultura musicale, dalla formazione classica, dalla natura, dalla babele di suoni di cui ormai è fatta la musica contemporanea, i suoni della tradizione e quelli che la pianista sa coerentemente innestare sulla tradizione, grazie anche al modo totale e fisico con cui suona il pianoforte, andando cercare persino nelle corde – sulle quali poggia ad esempio un tamburello – nuove e inusuali possibilità ritmiche e acustiche.
Ma il tutto è filtrato dalla sua sensibilità, dalla sua curiosità e dal suo desiderio di sperimentare accostamenti nuovi e di incrociare linguaggi diversi: ad esempio in apertura quando commenta Nanà, un film muto di Jean Renoir degli anni ‘20; in Waves and Wind che riproduce con effetti speciali i rumori della natura, quei rumori che ritroviamo anche in Che cosa sono le nuvole con testo di Pier Pasolini e musica di Domenico Modugno; nell’omaggio a Battisti di Umanamente uomo: il sogno, un brano fischiettato e senza testo del ’72 dove Marcotulli suona la tastiera con la mano destra e le corde con la sinistra con effetti da basso e batteria; nel nuovissimo Babele tutto giocato sulle scale; nello standard tratto dal “Mago di Oz” Over the rainbow di Harold Arlen, interpretato alla maniera di un carillon; in un blues potente e originale concesso come primo dei due bis.
Il risultato è stato quello di una musica suggestiva e descrittiva: delle immagini, delle parole, delle atmosfere, della vita che si ripete in forme sempre nuove, del flusso della natura e delle sue incessanti trasformazioni e variazioni (si potrebbe dire che il mare e la risacca, continuamente richiamati, hanno rappresentato il leit-motiv di questa esibizione). Ma quale che sia l’oggetto descritto, quello che conta è il modo fortemente immedesimato e sincretico con cui Marcotulli lo descrive, un modo che fa arrivare al pubblico le cose che vede ma soprattutto l’emozione sincera e lo sguardo autentico con cui le vede. Uno sguardo – possiamo dirlo – da artista.
Rita Marcotulli – pianoforte
Stefano cazzato
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