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Live Report
Sabato 16 Aprile 2011 al Music Inn – Lorenzo Tucci presenta l’album “Tranety”
di Andrea Valiante e Francesco Tromba
Sabato 16 aprile 2011 Lorenzo Tucci ha presentato il suo nuovo progetto “Tranety” nella cornice rinnovata ed ampliata del Music Inn (jazz club storico delle blue notes in Italia che nell’arco della sua storia ha ospitato leggende del jazz quali Charles Mingus, Dexter Gordon, Ornette Coleman, Chet Baker, Sonny Rollins e molti altri). A condividere questo palco con il front man abruzzese vi sono due strumentisti di grande interesse, da seguire con attenzione: il pianista Claudio Filippini ed il contrabbassista Luca Bulgarelli.
Fondatore degli High Five insieme a Fabrizio Bosso, Luca Mannutza e Daniele Scannapieco, Lorenzo Tucci ha collaborato con alcuni dei migliori jazzisti italiani, tra i quali ricordiamo Danilo Rea, Giovanni Tommaso, Maurizio Gianmarco, Massimo Urbani, Dado Moroni, Roberto Gatto, Enrico Rava, Enrico Pieranunzi, e con diversi interpreti internazionali quali Mark Turner, Tony Scott, George Garzone e Phil Woods.
Il progetto “Tranety”, quarto album da band leader dell’artista di Atessa, è un ardito omaggio alla musica di John Coltrane, concepito e realizzato attraverso riletture di celebri passi del leggendario sassofonista e alcuni brani originali (tutte composizioni di Tucci ed una ad opera di Claudio Filippini). La particolarità più significativa di questo lavoro è subito evidente a partire dalla composizione dell’ensemble, in cui spicca l’assenza del sassofono.
E’ questa la sfida degli strumentisti: ricercare e rielaborare il percorso artistico di Trane attraverso la sua musica, e non soltanto il suo strumento, per dimostrare e riscoprire come il suo stile compositivo abbia saputo influenzare in maniera totale il mondo del jazz.
Gli arrangiamenti di brani come “Moment’s Notice”, “Equinox”, “After The Rain” e “Wise One” appaiono ricoperti di una raffinata creatività, ove traspare il personale lirismo che gli strumentisti esprimono facendo proprie le modalità espressive del sassofonista statunitense. Questo avviene soprattutto attraverso un interplay in cui ciascuno riesce ad aggiunge qualcosa di sé, del proprio stile, alla costruzione dei suadenti dialoghi: il modus esecutivo di Lorenzo Tucci (che predilige spesso l’utilizzo della mano destra leggermente più laterale rispetto alla postura convenzionale e con un’impugnatura della bacchetta che privilegia il movimento attraverso le ultime tre dita) risulta fluido e finemente espressivo, sempre molto presente nei brani ma mai preminente rispetto al gioco d’insieme. Questi stilemi esecutivi ci ricordano la tecnica di Elvin Jones (batterista di Coltrane in molti dei suoi migliori album) soprattutto per i frequenti contrappunti, le timbriche elaborate e l’impugnatura delle bacchette in modalità differenti l’una dall’altra.
Proprio del batterista americano Tucci ci offre un suo personale ricordo, in riferimento ad una sua storica esibizione al Music Inn: “È qui che ho sentito per la prima volta Elvin Jones. Io ero seduto là, dietro la batteria”.
Con questa introduzione il trio propone la propria proiezione di “After the Rain”. Pathos e delicatezza timbrica giungono dalle note assemblate dal piano di Claudio Filippini, una piacevole sensazione effusa dalla costruzione armonica definita, che, accostando colori lucenti e bruni, così bene evoca il suono delle “ultime gocce di pioggia” con l’immagine della “quiete dopo la tempesta”. Il contrabbasso di Luca Bulgarelli costruisce la base ritmica tramite un background elegante e cadenzato, affine al contesto originale, in modo da permettere al pianoforte ed alla batteria di proporre i loro virtuosismi. L’avvolgente tappeto sonoro eseguito dal band leader aggiunge la giusta emozione alla liricità del pianoforte, occupando un ruolo di primus inter pares all’interno dell’interplay.
Tra le composizioni originali proposte, colpisce in maniera particolare l’arrangiamento di “Hope”, brano ad opera del front man. Un’ intro affabile e luminosa di Claudio Filippini ci inserisce nel climax intimo del brano, al quale segue l’incipit ritmico definito dal contrabbasso, in cui Bulgarelli esprime tutta la disinvoltura e l’eleganza del suo stile. Alla batteria spetta il compito di colorare le sensazioni del brano attraverso un drumming cadenzato e sempre creativo.
Molto interessante l’ originale “Solstice”, composta anch’essa da Lorenzo Tucci, ove dalle brillanti nuances definite dal pianismo di Filippini si evincono evanescenti venature melodiche della gershwiniana “Summertime”, ricostruite secondo un mood morbido e fluente in cui il batterista ritrova un terreno ideale per i suoi estrosi e dinamici contrappunti.
Tra i brani preferiti da Coltrane (che, come ci racconta lo stesso Tucci, amava eseguirla in quasi tutti i suoi concerti) c’è “Afro Blue”, composto originalmente dal percussionista cubano Mongo Santamaria. Il percussionismo intenso e vibrante del batterista richiama ritmiche e sonorità tipicamente africane, sopra le quali il pianismo di Claudio Filippini riprende con sobrietà costruzioni armoniche riconducibili sia alla matrice latina che a quella euro-colta. Il risultato è una versione coinvolgente, impreziosita da particolarismi originali, dello standard che Coltrane aveva fatto proprio.
Siamo giunti quasi alla fine quando risuonano le note di “Cousin Mary”, seconda storica traccia dell’album “Giant Steps”. In questo brano Trane aveva cercato di descrivere la personalità della cugina Mary attraverso la musica. Ne venne fuori una serie di passaggi tra scale blues, via via rielaborate in maniera più complessa per tentare di esprimere quanto fosse difficile riuscire davvero a descrivere una persona. A maggior ragione (ci confida Tucci) “trattandosi di una donna risultava ancora più difficile”. Il trio ne offre un’interpretazione molto efficace, in cui Filippini esegue una serie vorticosa di scale che bene si adattano a rappresentare quelle effettuate dal sax nell’originale. Gli scambi ed il dialogo tra batteria e piano sono sempre ben strutturati e coordinati, definendo una significativa continuità sotto il profilo del ritmo e regalandoci un sound degno del miglior jazz modale degli anni ‘50-’60.
Per il bis non poteva mancare un omaggio alla leggendaria “Giant Steps”. In questo caso, e con intelligenza ci sentiamo di aggiungere, la concezione del brano viene rivista quasi per intero: i famosi “passi da gigante” nei passaggi di scala eseguiti dal sassofono di Coltrane vengono solo accennati dal pianoforte, che invece si concentra alla costruzione di un groove armonico davvero molto personale. Una grande citazione che fa piacere ascoltare in una veste inusitata che non sfigura davanti alla maestosità dell’originale.
Un progetto ambizioso e ben riuscito a nostro avviso, in cui l’ensemble raggiunge momenti musicali molto alti grazie soprattutto all’elegante stile ed alla notevole tecnica degli interpreti.
Ci fa piacere sottolineare come il Music Inn richiami alla memoria i jazz club di una volta. Piccoli, intimi, fumosi, sotterranei, con pochi posti a sedere e con stretti corridoi che portano nelle diverse sale. Aprendo la porta del locale si sente già l’odore della storia, delle storie e dei personaggi. Un tempo ci suonavano Charles Mingus, Chet Baker, Bill Evans, Ornette Coleman, Lee Konitz, Dexter Gordon. Adesso però è tempo per altre storie, altri personaggi, altra musica ma sempre con un punto di riferimento: la piccola porta di Largo dei Fiorentini.
Andrea Valiante e Francesco Tromba
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