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Live Report
30 Aprile 2011 all’Auditorium Parco della Musica (Sala Petrassi) – Susana Baca
“Il viaggio di Susana”
di Stefano Cazzato
Susana Baca, voce
Ernesto Hermoza, chitarra, charango Oscar Huaranga, basso Hugo Bravo, percussioni
Afrodiaspora: si chiama così il progetto (e il disco) che la cantante peruviana Susana Baca, accompagnata da tre eccellenti e ispirati musicisti, ha presentato nella Sala Petrassi dell’Auditorium in una cornice di pubblico perfettamente sintonizzato con lo spirito olistico e sincretico della sua musica nella quale gioca un ruolo fondamentale la componente corporea e vitale che si esprime nella perfetta fusione di canto e danza (Susana si è presentata in scena scalza, vestita di bianco, leggera e giovanile, con una voce limpida come quella delle ragazze di cui canta le storie).
Dicevamo della diaspora che è quella di Susana, la cui arte si è arricchita nei contatti e nelle contaminazioni in giro per il mondo (decisivo l’incontro con David Byrne, fondatore dei Talkin’ Heads, che l’ha voluta nella Luaka Bop, la sua etichetta attenta alla riscoperta della musica etno-folk); la diaspora della musica nella sua eterna tensione a meticciarsi andando oltre i confini troppo rigidi, come sono quelli tra musica rurale e urbana, popolare e colta, passata e presente; ed infine la diaspora dell’africanità disseminata nel grande continente americano.
Afrodiaspora è soprattutto un viaggio intellettuale, sentimentale e didattico in questo continente, tra i popoli, le culture, gli strumenti (una scatola percussiva da appendere al collo, uno sgabello-tamburo, delle campane delle Ande e perfino una carcassa di animale), i ritmi, i poeti, le canzoni, i generi che lo rappresentano: la marinera, il festejo, la zamacueca, il landò, il corrido, il valzer e altri ancora. Un viaggio che vuole avvicinare le tradizioni nazionali, recuperare un prezioso patrimonio messo a rischio da una modernità ingombrante e mostrare, da una prospettiva “negra”, come si è formata l’America (o come è stata inventata, per usare le parole del grande semiologo Tzevan Todorov). È “la nostra africanità”, riccamente contaminata e elaborata, che Susana rivendica orgogliosamente in questo viaggio, ad esempio nella canzone Negra presuntuosa (dedicata a una ragazza di colore che non si lascia sedurre tanto facilmente) e in tutto il suo lavoro di ricerca e di documentazione sulle origini afro svolto con il marito Ricardo Pereira con cui ha fondato l’Istituto Negro Continuo di Lima.
Ricomporre come in un mosaico i pezzi di questa africanità, secondo l’Espiritu vivo (per parafrasare il suo Cd più conosciuto) della musica che unisce, che sopravvive a ogni divisione e supera ogni divisione: è questa l’operazione culturale e artistica che Susana Baca ha portato all’Auditorium. Il suo viaggio è iniziato in Messico, con una “musica mariachi” conclusa con la citazione di “no soy marinero soy el capitan”, ed è approdato in Venezuela i cui tamburi annunciarono l’inizio della libertà panamericana. Tra l’inizio e la fine una serie di tappe fondamentali che disegnano il continente in tutte le sue sfumature di colore e di suono: in Brasile, a New Orleans (dove ogni anno si tiene “un rodeo de musica” che mette in contatto afroperuviani e afroamericani), in Colombia e ovviamente in Perù. Tra le canzoni della sua terra proposte a Roma ricordiamo Hombre negro, un’interessante mescolanza di ritmi andini e africani che parla del rapporto tra gli abitanti della Sierra e quelli della Costa, dei primi che scendono giù alla ricerca di una vita migliore nei campi di cotone e canna da zucchero dove incontrano i discendenti degli schiavi. E Bendiceme che è invece una canzone-preghiera molto intensa in cui una bambina si rivolge a un Gesù, anche lui bambino, uomo ma non santo, per farsi benedire e far benedire con lei tutta l’umanità.
di Stefano Cazzato
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