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Live Report
“We Want Michael” Enrico Rava plays Michael Jackson - Venerdì 20 maggio 2011 Sala Petrassi, Auditorium Parco della Musica
“Una tristezza così non la sentivo da mai…ma poi la banda passò…”
di Stefano Cazzato
Enrico Rava & PMJL Parco della Musica Jazz Lab Enrico Rava, tromba Mauro Ottolini, trombone e arrangiamenti Andrea Tofanelli, tromba Giancarlo Ciminelli, tromba Daniele Tittarelli, sax alto Franz Bazzani, tastiere Giovanni Guidi, pianoforte Dario Deidda, basso elettrico Zeno De Rossi, batteria Ernesto Lopez Maturel, percussioni
Può la musica elaborare un lutto per la perdita di un artista, e quindi fare i conti, anche a breve distanza, con lui e con la sua arte, senza essere soltanto celebrativa e commemorativa? Ci può provare e spesso ci riesce. È quanto hanno fatto con sensibilità e intelligenza Enrico Rava e la PMJL che dal tema della distanza e della separazione sono partiti per realizzare il progetto di We want Michael, urlo dolente e malinconico per il cantante e ballerino scomparso il 25 giugno 2009. E che nessuna operazione filologica avrebbe potuto riportare in vita (bene hanno fatto dunque Rava e compagni a non percorrere questa strada), tanto la sua voce, la sua fisicità, la sua identità mutante, il suo stile sono stati inconfondibili e insostituibili. La strada scelta per questo omaggio in prima assoluta all’Auditorium è stata quindi un’altra: Michael da morto è diventato un classico, di cui anche jazzisti possono appropriarsi. Un classico da studiare e che, a soli due anni dalla morte, rivive ma in una forma altra, trasformata, come gli zombies di Thriller che tornano sulla terra a chiedere rispetto, a reclamare giustizia e a vendicarsi dell’incomprensione. Altro che horror! Insomma non più e non solo il protagonista del gossip, l’idolo dei ragazzini, il puer aeternus che sfida gli anni, il fanatico dei trattamenti, il traditore della razza, oggetto ora di patetismo ora di derisione, ma – come ricorda Rava – “l’artista completo, assoluto, perfezionista” forse meno conosciuto e frequentato.
Probabilmente per questa ragione non sono stati scelti (a parte Thriller, Smooth Criminal, Another Part of Me, e Smile, di Chaplin, canzone preferita di Jackson) i pezzi più noti, per non cadere nel rischio “cover” o “replicante” come accade con James Dean, Marylin Monroe, e tutti i giovani che “troppo presto sono piaciuti agli dei”. Sempre per questa ragione si è opportunamente deciso di immaginare la forma di rappresentazione più lontana dall’ego di Jackson, quella del noi anonimo, dell’orchestra, della banda: la banda delle marce e delle marcette militari (come la Disneyland Parade tanto amata dal re del pop), quella itinerante di New Orleans, quella dei Balcani che nei funerali cerca di soffocare con suoni altissimi e ossessivi il dolore della perdita, o di galvanizzare negli eventi festosi il pubblico. A proposito di pubblico: quello dell’Auditorium ha mostrato di comprendere e gradire questo progetto, nel quale gioca un ruolo fondamentale la presenza di un grande musicista come Enrico Rava e la forza trascinante di un orchestra che, grazie agli arrangiamenti di Mauro Ottolini, ha saputo ricreare lo spirito e non la lettera di Jackson, e cioè il suo immaginario musicale e visivo e il retroterra culturale che lo ha nutrito: da qui il grande uso delle percussioni, le citazioni reggae, creole e sudamericane, i riferimenti all’hip hop e al soul, i suoni metroplitani che alludevano a sgommate, spari, crash e infine un accenno, molto applaudito, di ballo e di moonwalking del percussionista Ernesto Lopez Maturel.
L’operazione We want Michael è riuscita perché ha restituito verità a Jackson senza cercare la verosimiglianza e il clone; perché, lontano dai riflettori, ha messo in luce la complessità e la profondità della sua musica; perché ha svelato, dietro le bizzarrie del personaggio, il risvolto tragico e inquieto, talvolta lugubre, della persona; perché, come dicevamo, ha selezionato in un reportorio molto vario brani non convenzionali. Rileggettevi il testo di They don’t really care about us, la cui interpretazione è piaciuta molto. La canzone (e il video) raccontano di riot raziali, della violenza della polizia, del KKK, dei neri d’America che, derubati di diritti e speranze, resi invisibili, ignorati, lanciano un grido d’aiuto. Michael voleva che tornassero indietro, a salvarli e a difenderli, Martin Luther King e Roosevelt. We want Martin Luther King, We want Roosevelt, e ora, grazie a questo progetto, We want Michael! (Ma sicuramente Rava ha voluto rendere un omaggio postmoderno anche a Miles Davis che nel 1982 pubblica We Want Miles, un disco che documenta il suo ritorno ai concerti dal vivo dopo cinque anni di silenzio).
Stefano Cazzato
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