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Live Report
VillamilMartedì 31 Maggio 2011 - Sala Sinopoli  Auditorium Parco della Musica - Soledad Villamil y Los Hermanos Macana

“Cent’anni di tanghitudine”

di Stefano cazzato

 Soledad Villamil voce
Jose Teixidó direzione, arrangiamenti e chitarra
Gerardo De Mónaco contrabbasso
Nicolás Perrone bandoneón e fisarmonica
Juan Tarsia pianoforte
Augusto Argañaraz batteria e percussioni
Enrique e Guillermo De Fazio danza

Prima una milonga, poi un tango, quindi una ranchera,una chamarrita, un cha cha cha e molte altre canzoni, alcune delle quali dedicate agli argentini presenti in sala, per quasi due ore di concerto che si conclude con Addio Pampa: l’attrice e cantante argentina Soledad Villamil, per la prima volta a Roma, ha preso per mano il pubblico dell’Auditorium e lo ha condotto nel vasto continente tanguero, esplorandolo nello spazio e nel tempo, con un’inclinazione stilistica che – ad eccezione di un breve saluto finale in chiave jazz dei suoi musicisti –  ha privilegiato però l’etno-folk e il pre-jazz melodico degli anni ’20 e ’30.

All’inizio si è trattato di un tour didattico, volto a illustrare la ricchezza, i temi e le sfumature di una musica che per le sue forti radici popolari è capace di assumere tante forme e legarsi ai territori, ai luoghi, alle situazioni, ai bisogni della gente. Poi è diventato un viaggio, più intimista e romantico, nella solitudine e negli struggimenti del sentimento e dell’esistenza e nelle suggestioni letterarie che essi evocano (immancabile il riferimento a Borges e all’importanza dell’amore come “mezzogiorno della vita”).

Certo, l’aspetto didattico (molte canzoni sono state presentate e spiegate in dettaglio) è servito a stemperare quella inevitabile dose di melò che il tango porta con sé e a bilanciare una musica che, nelle versioni forti ed eccessive, può diventare patetica e convenzionale, soprattutto quando è proposta al di fuori dei contesti in cui è nata e si è sviluppata. Si sa che in teatro o in sala è difficile riprodurre l’atmosfera delle milongas o del barrio e chi, come Soledad Villamil, riesce a far apprezzare il sapore del tango, deve avere, oltre al talento e alla sensibilità, un proprio stile.

Lo stile di Villamil, anche quando canta il “Morir d’amor” (titolo di un suo disco del 2009), si tiene a metà strada tra coinvolgimento e distacco, tra intensità e controllo, combinando un piglio vocale recitato e teatrale che ricorda la nostra Milva, con una buona dose di allegria, di comunicatività e di ironia. E che l’intento di questo concerto non fosse solo il pathos e l’introspezione lo conferma la presenza dei Los Hermanos Macana, due eccellenti ballerini (maschi, come nell’antica tradizione tanguera) conosciuti dal pubblico romano sia perché insegnano ai Giardini del Tango sia perché hanno partecipato, sempre all’Auditorium, ad alcune edizioni del Festival Buenos Aires Tango.

Ebbene, i Los Hermanos Macana sono stati chiamati di tanto in tanto in scena con funzione di comic relief, ad esempio quando hanno fatto la parodia della mascolinità in contrasto con la voce potente di Soledad, o quando hanno improvvisato gags alla Buster Keaton e alla Charlie Chaplin dopo la struggente canzone dell’artista cilena, suicida per amore, Violeta Parra. Contrappunto da cinema muto necessario, dal momento che la canzone in questione è un elenco di maledizioni accorate del tipo “S’i fosse foco arderei’l mondo” che la donna abbandonata dal proprio amante rivolge contro il cielo e perfino contro l’inferno.

In questa ibridazione e sovrapposizione di ruoli, con funzioni performative diverse (in un concerto-spettacolo come questo c’era chi doveva “docere”, chi “movere”, chi “delectare”),  bisogna segnalare anche i lavoratori fuori palco, soprattutto quelli delle luci, che Villamil ha ringraziato per le belle silhouettes con colori monocromi di sfondo blu, rosso e viola.

Stefano Cazzato

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