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Sonny Rollins all'Auditorium Parco della Musica di Roma 11/11/2009
Sonny Rollins all’Aditorium di Roma: un sestetto formato da ottimi elementi, tra i quali piace ricordare il trombonista Clifton Anderson, il batterista Kobie Watkins ed il chitarrista Bobby Broom, bravi in assoli equilibrati e formalmente coerenti.
Veniamo al dunque.
Mai scordata l’antica influenza parkeriana, ipnotizza ancora il suo solismo ambizioso, a volte umanamente tradito da incertezze tecniche, bellissime e audaci, trascinanti nel dar vita al proprio senso dell’improvvisazione in un modo perfino troppo vasto e mai, proprio mai, fuori della sua portata emozionale. Così nel ricordo di “My One and Only Love" oppure "In a Sentimental Mood”.
Gli assoli vivono ancora sul materiale tematico più che sulla riflessione sugli accordi di base: annuncia i propri ingressi con un senso della struttura formalmente perfetto, vigoroso, smarrito nel calore e nell’immediatezza dell’istante, in un pathos che non conosce né fraseggi declamatori né saccenti passi virtuosistici, ma solo passione e senso del divertissement.
Suona un’ora e quaranta minuti senza soluzione di continuità – “non rifiata mai?” osserva il giornalista alle nostre spalle – dà spazio quando vuole alla band e nemmeno in quei momenti riesce a tacere: improvvisa sugli assoli, guarda divertito il pubblico, dondola e pencola ritmando il drumming, per quanto l’artrite gli consenta.
D’amblé ferma l’attenzione in una pensosa solitudine che esplode, in modo altrettanto inaspettato, in frasi policrome o nell’interazione, superba, col solista di turno, e raggiunge, stupendo, vertici stilistici inusuali nel jazz contemporaneo.
Non si concede tempo per pensare, continua ad accarezzare le proprie riflessioni musicali nei modi dello scherzo, negli accenti spostati, nelle note glissate, una battuta dopo l’altra, volta per volta alterando l’intonazione. A quasi ottant’anni conferma la propria non appartenenza agli hard boppers ortodossi, dell’incontro col free riprende le innovazioni, le distorsioni e l’attenzione al sound come vis espressiva, sonda le risonanze del suo sax alzandolo o abbassandolo fino a sfiorare il legno del palco, l’asta del microfono, il rullante della batteria.
35 minuti finali di mambo e calypso: lo sciamano newyorkese sembra, fra i sei, il più convinto, il meno ingombrante, colui che domina in silenzio le proprie pulsioni, appena tradito dal camicione di raso rosso che riflette tutte le luci della sala. Ed intorno la penombra, il debole scintillio dei metalli sonanti nelle mani dei partners che lo guardano ammirati, ma davvero ammirati, in modo straordinariamente affettuoso.
Noi lo pensiamo ancora come tanti fra il pubblico, come il “Saxophone colossus” della Prestige anni ’50, arrangiatore svagato, ironico e malpensante, vivo d’una primavera creativa finalmente ascesa alla dispersione di quei problemi dell’anima che sembrarono rincorrerlo per anni.
Molte volte Rollins ha provato a ritirarsi, molte volte è riapparso on stage con nuove intensità spiritate; adesso potrà forse dirsi soddisfatto perché la sua fuga fra il jazz e la vita è terminata, chiudendosi sinuosa nei magnifici sorrisi della “sua” gente.
Fabrizio Ciccarelli
P.S:
Dispiace ascoltare e leggere che qualcuno pratichi facile quanto dozzinale ironia sia sulla competenza di un pubblico “acritico” sia sul presunto asservimento della band che sarebbe stata lì solo “per far divertire il Grande Vecchio, la Veneranda Icona”(sic!). Ci chiediamo se non sia meglio talvolta chiudere nel cassetto i dischi ed ascoltare la realtà, quelle blue notes che pulsano solo dal vivo, e che può capitare di non più intendere se troppo adusi all’audizione solitaria.
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