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Live Report
RAPHAEL GUALAZZI, Auditorium Parco della Musica, 24 giugno 2011
di Fabrizio Ciccarelli
Raphael Gualazzi, voce, pianoforte e tastiere Christian Chicco Marini, batteria e percussioni Manuele Montanari, basso elettrico e contrabbasso Giuseppe Conte, chitarra Luigi Faggi Grigioni, tromba e flicorno Enrico Benvenuti, sax Massimo Valentini, sax baritono e contralto
Dobbiamo ammettere che per una certa sovraespozione mediatica ci saremmo aspettati un concerto piuttosto ideato dalla Casa Discografica, abbastanza istrionico per un pubblico dai gusti per così dire “informali”e non esattamente jazzistici, volto al clamore del successo commerciale e dell’immagine “pulita” dell’artista in smoking scravattato e calzini bicolori biancorossi più che alla sostanza della musica di un giovane performer vincitore di tanti premi e riconosciuto come uno dei veri talenti dell’attuale sound italico, pluripremiato in ambito nazionale ed internazionale.
Pensavamo che Sanremo e le tante esibizioni live in mediocri programmi di grande audience di Mediaset e RAI avrebbero indotto chi si cura della vita artistica di Raphael Gualazzi ad assecondare l’entusiasmo di colti adolescenti e musicofili di gusto forse “facile” per farne un “fenomeno” da show business, atto a produrre consensi in nome del successo “semplice” e teatrale, tanto per incassare cospicui introiti e vendere cd , materiale da tempo poco cercato, visti i prezzi.
Aspettavamo i brani più noti del suo album, e puntualmente sono arrivati. Aspettavamo “Follia d’amore”con curiosità: un arrangiamento pop o uno jazzistico? Abbiamo ascoltato la sua versione on stage, abbiamo esplorato il suo fraseggio nei versi ben scritti nelle coloriture black dello stride piano secondo una flessuosa partizione incline alla divergenza tra testo e armonia:
Dire si dire mai non è facile sai se tutti quanti siamo in orbita nella follia io non so più chi sei non mi importa chi sei mi basta perdere l’incanto di una nostalgia.
…
E vedrai un altro me disarmato fragile perché quello che sei non lo cambierai mai neanche se fossi tu come il tempo a correr via ma rimani con me non mi perdo neanche un solo attimo di te.
Il doppio settenario ne dà una direzione crepuscolare, profondamente malinconica, un senso del tempo che fugge e muta direzione, un climax che eclissa la svolta di ogni “storia” e che scioglie poeticamente il tono declamatorio quale potrebbe facilmente apparire. La “follia” è una confidenza scandita in idiomi ermetici, dentro e fuori la tonalità strutturale, un accordo scivolato e volutamente incontrollato nel vocalismo immediato ed accattivante, ma, a ben ascoltare, riflessivo, lunare ed introspettivo. E così la Musica, quella che reca emozione, è entrata nelle case italiane: alleluia.
Gualazzi manifesta una cultura assolutamente sorprendente, un’abilità da one man band eccellente nell’arrangiare per un sestetto di raffinata qualità. Peraltro, avendolo ascoltato più volte dal vivo, troviamo che la sua voce sia divenuta più pastosa e più grintosa, più curata nell’estensione, più matura, caratterizzata da un’impostazione del tutto naturale: ottimo per un crooner che ne sa parecchio anche di armonia e composizione. In effetti “aspirante crooner” lo definimmo in un articolo di qualche anno fa, pubblicato su Jazzitalia. Speriamo che il sostantivo non venga equivocato o, peggio ancora, superusato: sarebbe riduttivo per il Nostro, vista la parabola ascendente del suo pensiero musicale.
Per questi motivi, in modo coerente e sicuramente meditato, seguono brani vibranti, chiaroscuri notturni e humours discendenti poco compassati e direttamente glissati in controlli divertiti tra Stevie Wonder, Ray Charles (quello più intimo e commosso), Tom Waits (in libero andamento del suo spleen da baraccone), Mambo e Bossa Nova, Fleetwood Mac , Caribe ed apparizioni gerswhiniane, magistralmente accordate in disegni boppistici ed originali letture in crescendo. Paolo Conte, Fred Buscaglione, psichedelia, fusion, Jamiroquay, Ben Harper…cos’altro trovare nelle composizioni del “giovane leone”? Senz’altro uno stile morbido e composto, evocando Joe Jackson, in suggestive e disinvolte dinamicità alla Fats Waller, James P. Johnson, Jerry Roll Morton, Art Tatum, Brubeck , Corea e Petrucciani, e, soprattutto, innovando il Duke Ellington che tutti amiamo, attento, avvincente, umoristico. Intelligente ed ironica la sua rilettura sorridentemente eccessiva di “Caravan”, elevato dispiego in tempo velocissimo e descrizione cromatica fulminante.
La complessità del pathos di Raphael è, comunque, tutta in “Reality and Fantasy”:
Someone, upon that wall Is just gonna spend the night with my girl That’s what I’m talkin’ about That’s why I’m gonna play this shout
Smell of deadly colours in your sigh…
Sometimes our life is strange And it seems you gotta do it all by yourself To arrange Sensations never felt that’s why my soul I’ll never sell.
”Qualcuno, su quel muro Passerà la notte con la mia ragazza Di questo sto parlando Ecco perché Canterò questo grido. A volte la nostra vita è strana E sembra che devi fare tutto da solo Organizzarti Sensazioni mai sentite per questo non venderò la mia anima”.
Di pop ce n’è davvero ben poco, alla salute di Sanremo: l’ispirazione elastica e precisa appare tutt’altro che stereotipata, caso mai delicatissima e struggente, volutamente antiretorica, acida, tomwaitsiana e soul nell’andamento estetico. Raphael è di un’ipersensibilità crediamo ancora ignota al pubblico e che anche in questo brano descrive, come in “Sarò Sarai” o in “Icarus”, l’artista come uomo di inattesa delicatezza interiore; inattesa per chi non lo conosce fin dal primo album , “Love outside the windows” (2005), che abbiamo già più volte consigliato di centellinare in silenzio.
In piena libertà di coloriture Raphael ampia poi il respiro dell’evergreen negra e quanto mai “moderna” Confessin’ the blues, e non a caso. La flessibile partitura di Little Walter - già magistralmente incisa da Mike Jagger e B.B.King, uno splendido traditional nelle letture di Jay McShann, Esther Phillips, Billie Poole, Kerri Simpson ed in quella meravigliosa di Charlie Parker - è pronunciata secondo trame sonore intense e arcaiche, irraggiungibili e trascinanti nell’aura minimalista e pensosa che lui ne intende dare, lontano da prescrizioni canoniche e compassate. Il brano poteva andare avanti ad libitum, se fosse stato un istrione in cerca di plauso: ma Raphael non è così.
Invece è stato poi tempo per togliere a “Caravan” ogni elasticità contromelodica: stride all’eccesso, divertito e non prescritto, funambolico nei passi in avanti, sorridente, quasi pionieristico nei mutamenti ritmici, certamente eterodosso e volatile, rumoroso quanto felice nella consapevolezza poetica che non intende nascondere, pensiamo in sincerità insospettabile per molti.
Tre bis, standing ovation di ben dieci minuti. Davanti alla nostra poltrona, Caterina Caselli, lungimirante e squisita talent scout proprietaria della Casa che lo ha lanciato, sorride entusiasta al padre di Raphael, l’invisibile gentiluomo Velio, grazie al quale il “giovane leone” s’è avvicinato alla musica vera, dicendo:”Guarda come la gente applaude tuo figlio”. Una volta tanto, nello show business, cogliamo anche il quoziente umano, il sincero affetto di cui siamo assolutamente partecipi.
Bravo Raphael, , musicista “nuovo”, non tanto da sala d’incisione quanto da palcoscenico, gentile e senza malizia, sincero e raffinato.
Fabrizio Ciccarelli
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