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Live Report
Giovedì 21 luglio a Villa Celimontana - Javier Girotto e Massimo Popolizio “Le città invisibili”
di Monica Leggio
Massimo Popolizio, voce recitante Javier Girotto, sassofoni e moxeno
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Non è detto che Kublai Kan creda a tutto quel che dice Marco Polo quando gli descrive le città visitate nelle sue ambascerie, ma certo l’imperatore dei tartari continua ad ascoltare il giovane veneziano con più curiosità e attenzione che ogni altro suo messo o esploratore. Nella vita degli imperatori c’è un momento, che segue all’orgoglio per l’ampiezza sterminata dei territori che abbiamo conquistato, alla malinconia e al sollievo di sapere che presto rinunceremo a conoscerli e a comprenderli: è il momento disperato in cui si scopre che quest’impero che ci era sembrato la somma di tutte le meraviglie, è uno sfacelo senza fine né forma, che la sua corruzione è troppo incancrenita perché il nostro scettro possa mettervi riparo, che il trionfo sui sovrani avversari ci ha fatto eredi della loro lunga rovina. Solo nei resoconti di Marco polo. Kublai Kan riusciva a discernere, attraverso le muraglie e le torri destinate a crollare, la filigrana d’un disegno così sottile da sfuggire al morso delle termiti.”
Si apre così, sulla voce antica e fiabesca di Massimo Popolizio e sulle note poetiche e inconfondibili di Javier Girotto, la lanterna magica di immagini e suggestioni da Le città invisibili, capolavoro di estetica combinatoria della penna di Italo Calvino, adattato in una inconsueta quanto suggestiva veste scenica per la regia di Teresa Pedroni. Un’operazione di “interpretazione attoriale e musicale del testo” - come la definisce la stessa Pedroni - già sperimentata nel 2008 per il Festival La Versiliana sul testo Tre cavalli di Erri De Luca. Ancora una volta, Girotto e Popolizio si ritrovano insieme, stavolta sul palco di Villa Celimontana, per un nuovo affascinante dialogo tra musica e parole, complice un testo che proprio nella capacità evocativa e creatrice della parola trova il suo fulcro.
Le città invisibili si presenta come una serie di relazioni di viaggio che Marco Polo fa a Kublai Kan, imperatore dei Tartari. A questo imperatore malinconico, che ha capito che il suo sterminato potere conta ben poco perché tanto il mondo sta andando in rovina, un viaggiatore visionario racconta di città impossibili, per esempio una città microscopica che s’allarga s’allarga e risulta costruita di tante città concentriche in espansione, una città-ragnatela sospesa su un abisso, o una città bidimensionale come Moriana. Un atlante delle meraviglie inesistenti, in cui il vigore drammaturgico della voce di Popolizio e le suggestioni sospese nel tempo della musica di Girotto conferiscono una straordinaria concretezza al carosello di immagini evocate, visioni sfuggenti e inafferrabili rese incredibilmente corporee e tangibili nell’immaginario del pubblico.
Dopo l’introduzione, è il suono del soprano a condurci alla prima delle città toccate in questo breve viaggio inesistente. Si tratta di Zora, città che “ha la proprietà di restare nella memoria punto per punto, nella successione delle vie, e delle case lungo le vie, e delle porte e delle finestre lungo le case, pur non mostrando in esse bellezze o rarità particolari. Questa città che non si cancella dalla mente è come un’armatura o reticolo nelle cui caselle ognuno può disporre le cose che vuole ricordare. Cosicché gli uomini più sapienti del mondo sono quelli che sanno a mente Zora.”
Il cammino prosegue verso Ipazia, città dal linguaggio ingannevole, sull’eco di note lontane di una splendida versione di Nature Boy, perfettamente incastonata nelle atmosfere rarefatte e atemporali del racconto di Marco Polo.
Sulla strada verso Anastasia si apre un nuovo quadro musicale, in cui il soprano s’intreccia e da contrappunto alla fisarmonica: città del desiderio, Anastasia “non fa che risvegliare i desideri uno per volta per obbligarti a soffocarli. La città ti appare come un tutto in cui nessun desiderio va perduto e di cui tu fai parte, e poiché essa gode tutto quello che tu non godi, a te non resta che abitare questo desiderio ed esserne contento. Tale potere, che ora dicono maligno, ora benigno, ha Anastasia, città ingannatrice.”
Si giunge quindi a Zobeide, città fondata da “uomini di nazioni diverse che ebbero un sogno uguale, videro una donna correre di notte per una città sconosciuta, da dietro, coi capelli lunghi, ed era nuda. Sognarono d’inseguirla. Gira gira ognuno la perdette. Dopo il sogno andarono cercando quella città; non la trovarono ma si trovarono tra loro; decisero di costruire una città come nel sogno. Nella disposizione delle strade ognuno rifece il percorso del suo inseguimento; nel punto in cui aveva perso le tracce della donna ordinò diversamente che nel sogno gli spazi e le mura in modo che non gli potesse più scappare. Questa fu la città si Zobeide in cui si stabilirono aspettando che una notte si ripetesse quella scena. Nessuno di loro, né nel sonno né da sveglio, vide mai più la donna. Splendido il solo di Girotto sulla fisarmonica, prima al baritono e quindi al soprano, che si chiude con un’eco sfumata che lascia la scena alla voce di Popolizio.
Siamo a Sofronia, città che “si compone di due mezze città. Una delle mezze città è fissa, l’altra è provvisoria e quando il tempo della sua sosta è finito la schiodano, la smontano e la portano via, per trapiantarla nei terreni vaghi d’un’altra mezza città.” Una sorta di circo dell’assurdo, commentato con ineguagliabile maestria dal suono caldo e robusto del baritono di Girotto, con una serie di passaggi molto veloci progressivamente rallentati all’arrivo a Bauci,
Città persa in alto tra i rami degli alberi nella fitta boscaglia, Bauci è raccontata dai flauti andini che fanno da cornice ai virtuosismi del soprano. “Chi arriva a Bauci non riesce a vederla ed è arrivato. I sottili trampoli che s’alzano dal suolo a gran distanza l’uno dall’altro e si perdono sopra le nubi sostengono la città. Nulla della città tocca il suolo tranne quelle lunghe gambe da fenicottero e, nelle giornate luminose, un’ombra traforata e angolosa che si disegna sul fogliame.”
A ritmo di swing si arriva a Zirma, “città ridondante che si ripete perché qualcosa arrivi a fissarsi nella mente”: in un brillante gioco di rimandi, la voce di Popolizio sembra mimare il ripetersi ossessivo di segni modulandosi sull’andamento fortemente cadenzato del baritono, il cui suono si riduce progressivamente alla scansione secca di singole note che fanno da contrappunto martellante alla reiterazione continua delle parole.
Il viaggio termina a Cloe, città in cui “le persone che passano per le vie non si conoscono. Al vedersi immaginano mille cose uno dell’altro, gli incontri che potrebbero avvenire tra loro, le conversazioni, le sorprese, le carezze, i morsi. Ma nessuno saluta nessuno, gli sguardi s’incrociano per un secondo e poi si sfuggono, cercano altri sguardi, non si fermano. Una vibrazione lussuriosa muove Cloe, la più casta delle città.”
Protagonisti assoluti della chiusura i sassofoni di Girotto, una giostra di suoni, poesie e virtuosismi che fanno da degna conclusione ad una performance sospesa tra l’evanescenza del sogno e la tangibilità del reale.
Monica Leggio
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