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Live Report
Federica Zammarchi “Jazz Oddity” Live a NONSOLOMAMELI – 22 Luglio 2011


di Andrea Valiante

Federica Zammarchi: voce
Marco Siniscalco: basso elettrico
Antonio Jasevoli: chitarre
Enrico Zanisi: pianoforte
Emanuele Smimmo: batteria

Originalità, intuizione, fervida creatività, tecnica indiscutibile, e tanta qualità. Questi sono gli elementi che saltano subito “all’orecchio” ascoltando il nuovo progetto di Federica Zammarchi, JazzOddity (album pubblicato nel marzo 2011 per l’etichetta romana “La Frontiera”, CNI) eseguito dal vivo venerdì 22 luglio all’interno del neonato festival organizzato al Parco delle Accademie di Roma: NONSOLOMAMELI.

Già dal titolo i molti appassionati del rock anni settanta (e non solo, in realtà) avranno già capito di cosa si tratta: JazzOddity è un’originale omaggio al leggendario cantautore britannico David Bowie. Il tentativo della vocalist toscana, coadiuvata da una band di eccellenze del jazz italiano, è quello di rileggere con originalità ed inusitato fascino estetico alcuni dei più bei brani del Duca Bianco interamente in chiave jazz.

I generi toccati dalla band invece sono diversi, mixati con oculatezza e scelti a seconda dell’aderenza al brano descritto: si passa dal rock alla bossa, dal funk alla pura canzone jazz d’autore, mantenendo costantemente una chiave di lettura non propriamente inquadrabile in un genere definito, anche se ciò che emerge è una tendenza spiccata verso le blue notes. Le songs del White Duke vengono dunque sfrondate delle caratteristiche che ne hanno segnato il passaggio nella hall of fame, svestite degli abiti stilistici di inconfondibile peculiarità e ripensate completamente dal principio, dando vita ad un tipo di musica che rispecchia pienamente le intenzioni della band di creare qualcosa di nuovo che appaia diverso,e non solo dalla musica dello stesso Bowie. Resta così soltanto un tenue riferimento all’artista, un omaggio intelligentemente elaborato per essere recepito come una musica piacevole all’orecchio, al di fuori del contesto originale dal quale ogni canzone ha visto la luce.

Federica è compositrice colta e capace, vocalist attenta, arrangiatrice meticolosa, ma soprattutto un’amante del proprio lavoro. Il suo controllo espressivo è segnato da un’importante meticolosità nella ricerca stilistica, oltre ad un gusto educato e raffinato. Conosce perfettamente le spigolature della sua estensione, gli angoli dove andare a tornire con un sicuro controllo delle curvature, mantenendo così una precisione esecutiva ed una flessuosità di frequenze notevole, sia nei melismi che nei temi principali. Il cuore dell’energia espressiva della Zammarchi è però da rintracciare con particolare attenzione nel suo timbro vocale, lineare, piacevole e garbato, pregno di gradevole souplesse.

Con lei in questo progetto, sin dall’inizio, è una formazione composta da strumentisti poliedrici e mentalmente aperti:  Antonio Jasevoli alla chitarra, Marco Siniscalco al basso, Emanuele Smimmo alla batteria ed il giovane talento del piano jazz Enrico Zanisi.

La band viene presentata dalla vocalist come Jazz Oddity, notare bene, e non “la band di Federica Zammarchi”. Un primo indizio che ci dimostra una sensibilità umana fuori dal comune ed un lavoro d’insieme che fuori esce dai rigidi schemi del band leader, fluidificando un output creativo libero, ripulito degli orpelli in seno a canoni strutturali che consuetamente si incontrano in progetti di questo tipo.

Così come nella registrazione originale, è il pianoforte di Enrico Zanisi ad introdurre il concerto, eseguendo una serie di scuri ed eleganti movimenti che assecondano incalzanti l’inserimento propedeutico della band ed il tema vocale di una deliziosa “After All” in stile ballad.

Il feeling naturale ed il turgido groove interpretato dal complesso è frutto di un interplay solido e convincente. Questo mood lineare e caldo che avvolge la voce della Zammarchi di ricchi ed equilibrati abbellimenti sonori è ben espletato in “Time” ove una parte ritmica di livello, composta da Emanuele Smimmo e Marco Siniscalco (strumentisti, come in molti sapranno, di grande esperienza e significativa concretezza) si erge come centro nevralgico del tema portante.

Nei movimenti cupi e flebili descritti attraverso le pelli dei tom, la batteria di Emanuele Smimmo descrive le “spaziali” ed ammalianti atmosfere disegnate con cura per “Space Oddity”, certamente il brano più riconosciuto del repertorio di Bowie. Il talento dell’appena ventunenne Enrico Zanisi si espone con misura e precisione, dimostrando sensibilità e capacità dialogiche che fanno pensare ad uno strumentista già esperto ed affermato da parecchio tempo nella scena blue italiana. Qualcosa di più di una speranza per il jazz italiano.   

Rimaniamo altrettanto colpiti dall’ecletticismo stilistico di Antonio Jasevoli, l’elemento più rock dell’ensemble, essenziale ed indispensabile in “Andy Warhol”, “Life On Mars?”, “The Man Who Sold The World”  e nel suadente funk di “Ziggy Stardust”. Con la sua ricerca sonora acida e trascinante imprime un effetto di coinvolta suggestione, offrendo in “Lady Grinning Soul”  anche un saggio della sua ottima tecnica con la chitarra classica.

Per quanto riguarda le costruzioni filologiche, a nostro avviso l’arrangiamento più interessante e piacevole dell’intero concerto è quello costruito per “All The Mad Man”, indimenticabile capolavoro del chef d’oeuvreThe Man Who Sold The World” (1970). Un tema fortemente melodico appare in sonorità  di scabre ed aspre che ben si sposano con la voce educata della Zammarchi.
Davvero preziose appaiono le coloriture del sempreverde Marco Siniscalco, fervido creativo ed eclettico strumentista in possesso di un indubbio controllo delle possibilità stilistiche del suo strumento, riesce a non essere davvero mai invadente od esuberante, determinando lo scheletro ritmico della maggior parte dei brani.    

Ancora un’interessante intuizione emerge dalla marcia disegnata per la ritmica sulle campiture di “Life On Mars?”, sopra le quali la vocalist riesce ad esprimere tutta la sua capacità interpretativa in una straniante e raffinata performance canora.  

L’ultima song del concerto è l’immancabile “The Man Who Sold The World”, un album che è evidentemente rimasto molto impresso nella mente della front woman, con significativa influenza dal punto di vista compositivo. Il riff che ha reso celebre questo brano in tutto il mondo (complice anche una fortunata cover dei Nirvana) sparisce, e la composizione si plasma in un misterioso funky d’imprevedibile costruzione melodica.     

Forbiti patois sonori e notevoli idee compositive fanno di questo progetto una novità da tenere certamente in considerazione, e che fa ben sperare per i progetti futuri di questa cantante di indubbia qualità. Un pensiero va anche a questa formazione strumentale di grande livello, brava sia nella cura dell’espressione, nell’ esecuzione delle singole capacità stilistiche e nella sentita empatia verso il progetto e le idee di Federica Zammarchi. Chapeau.

Andrea Valiante

 

 

 

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