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Live Report -  Jeff Ballard Trio a Villa Celimontana – Martedì 30 Agosto 2011

di Andrea Valiante

foto di Daniele Rotondo

Jeff Ballard, batteria
Lionel Loueke, chitarre
Miguel Zenon, sax

Per vedere tutte le foto della serata visitate questo link

Grazie a musica di grande qualità (di cui vi abbiamo ampiamente parlato con i nostri live report), ad un clima ideale e alla sua magnificenza estetica, Villa Celimontana è stata anche quest’anno tra le location più affascinanti ed accoglienti nell’accesa estate blue romana. 

Martedì 30 agosto si è esibito il sensazionale trio del batterista californiano Jeff Ballard, affiancato da due strumentisti che non ci sentiamo di sbilanciarci nel definire unici per qualità esecutiva, cultura musicale espressa, creatività spontanea e dal non comune senso espressivo.

Il primo, fondamentale nella parte ritmico-armonica del trio, è il chitarrista Lionel Loueke, già conosciuto ai più per la sua presenza stabile nella band di Herbie Hancock: un’anima fortemente africana nel suo stile si dipana libera attraverso una conoscenza profonda e radicata delle forme estetiche definite dai grandi esecutori della chitarra jazz. In egual modo colpisce la capacità interpretativa del sassofonista Miguel Zenon, la semplicità con cui sa determinare e trasmettere linee melodiche raffinate, poliedriche e variopinte contenute nella tavolozza cromatica con cui le imprime nelle diverse figure disegnate nell’ensemble.

Un interplay solido che convince per la facilità di incontro nel lavoro d’insieme, dove tre strumentisti di estrazione fondamentalmente diversa, dalla provenienza logistica distante ma dalla cultura musicale spaziante e duttile, si ritrovano e dialogano con un idioma comune e condiviso. Mai affaticati nel trovare un punto d’incontro attraverso un linguaggio di cui la variante jazzistica afro-latina appare preponderante, non solo per le evidenti influenze culturali di Loueke, bensì con incidenza nella ritmica fluida ed ondeggiante di Ballard, che con il suo stile dalle venature certamente etno, ma personalissimo in ogni spigolatura, in cui impera l’uso di tamburi e cassa, ci consegna con immediatezza una tecnica più vicina al percussionismo tribale piuttosto che alla sola tecnica della batteria jazz.

Nella prima parte del concerto emerge con chiarezza questa peculiarità esecutiva, nelle armonie siderali e complesse che si determinano in melodie inattese e di piacevole impatto emotivo, quasi psichedeliche in “Child’s Play”, più profonde, nitide, ancestrali nel brano “Virgin Tree”, pentagrammato da Loueke. Quest’ultimo si evidenzia per il suo stile assolutamente unico ed inconfondibile, fatto di armonie immediate, folgoranti, lucide, trasmesse con una punteggiatura raffinata ed un senso ritmico fortemente africaneggiante, anche nei vocalizzi peculiari e popolari dell’artista del Benin, a definizione di un mood opulento in varianti culturali e ricco di sfaccettature.

In questo incipit, dall’esplosione estetica avvolgente, il sassofono di Miguel Zenon proietta sull’interplay traiettorie danzanti ed intense attraverso forme segmentate e verticali, visioni lucide e diametralmente concatenanti con le armonie di Loueke, componendo un groove che illumina l’atmosfera di sensazioni definite da raro e prezioso coinvolgimento emotivo.

Tutt’altre sensazioni invece vengono a galla con “Hangin Tree”, una rilettura molto interessante dell’omonimo brano composto dalla band hard rock dei Queens Of The Stone Age. Reinterpretare una canzone di tale causticità sonora con una formazione di così distante connotato stilistico-musicale risulta una splendida intuizione anche a livello compositivo: mentre si innalza il motivo principale con indubbia eleganza e souplesse esecutiva, un’alchimia lisergica scaturisce dall’armonico equilibrio espresso nell’arrangiamento.

Ancor di più stupisce il passaggio da questo inizio effusivo e fluidamente dinamico ad uno standard forse tra i più profondi ed intimi della storia del jazz: “The Man I Love”. La voce di Billie Holiday, che ancora sa toccare l’anima ed il cuore di chi ne ha ascoltato la potenza intimistica e suadente, è un richiamo che con egregia trasposizione interpretativa il sax di Zenon riesce ad evocare e ad esporre senza intaccare l’originale piacevolezza, ma semplicemente ricordandone il motivo con una sentita espressività dalla sinuosa  profondità di pathos. Particolarmente brillanti le campiture dipinte da Loueke, che come gocce di rugiada illuminano l’immortalità del tema con la sua stessa lucentezza, enfatizzandone i colori chiari con i suoi forbiti movimenti armonici.  

Ben diverse le influenze provenienti dal maestoso brano di chiusura, “El Reparador De Suenos” di Silvio Rogriguez, che anticipa con danzante e virtuosa partecipazione collettiva il consueto bis: un brano che Ballard, sfoggiando anche un italiano non proprio buonissimo data la sua recente residenza romana, introduce definendolo “un pezzo che non conosciamo”. Il risultato è un’interazione sconnessa, definita da contaminazioni molto vicine al free, in cui i protagonisti si esprimono con energia e vigore esecutivo sfilando in una spirale sonora geneticamente indefinita. 

Un trio, quello di Ballard, dall’indiscutibile cifra stilistica e dall’assoluto valore artistico e culturale, del quale tutti e tre gli strumentisti, in egual misura, sono compartecipi. Ancora un concerto indimenticabile di questa estate jazz a Villa Celimontana.

Andrea Valiante

 

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